Gli esperti del clima sono già in allarme. La ripresa delle trivellazioni in Venezuela, dove si trovano le più grandi riserve di petrolio al mondo, renderà più complicata la lotta al cambiamento climatico. In un momento in cui gli studi rivelano come le temperature siano in continua crescita. La denunce raccolte in un articolo pubblicato dal Guardian.
“Trivella, trivella, trivella” in formato esportazione. Con l’intervento “manu militari” in Venezuela, l’amministrazione Usa guidata da Donald Trump ha svelato il reale significato di “American First”. Non guardare tanto alla politica interna in chiave isolazionistica, ma fare del blocco occidentale – a partire dalle Americhe – il cortile di casa degli Stati Uniti. Guardando soprattutto agli interessi economici, in primis gli affari legati ai combustibili fossili. Non solo per portare il petrolio di Caracas alle raffinerie del Texas, ma anche per impedire che prenda la strada della Cina.
Questa è la lettura geopolitica. Poi c’è quella ambientale. Se la prima è soggetta a valutazioni complesse a seconda delle posizioni personali, la seconda lascia poco spazio alla soggettività. Il ritorno delle trivellazioni nella foce dell’Orinoco. Dove si trova il grosso delle riserve petrolifere del Venezuela causerà ulteriori danni all’ambiente, contribuendo all’aumento delle emissioni inquinanti. E allontanando ulteriormente gli obiettivo di riduzione della CO2.
Come racconta il Guardian, dietro il blitz degli Stati Uniti c’è una combinazione di interessi geopolitici, sicurezza degli approvvigionamenti e controllo di ricchezze naturali. Sempre più cruciali anche per la transizione energetica, che va anche oltre il controllo dei combustibili fossili. Il Venezuela dispone anche di vasti giacimenti di minerali critici, tra cui coltan, bauxite e potenziali terre rare, risorse indispensabili per l’industria elettronica, le tecnologie rinnovabili e i sistemi di accumulo energetico. È questa doppia natura – fossile e “strategica” – a rendere il Paese particolarmente rilevante. Soprattutto in una fase in cui la transizione energetica procede in parallelo a una crescente competizione per le materie prime.
Dal punto di vista ambientale, però, il quadro è tutt’altro che rassicurante. L’espansione delle attività estrattive, sia petrolifere sia minerarie, rischia di aggravare una situazione già compromessa. Il Guardian richiama l’attenzione sull’Arco Minerario dell’Orinoco. E’ una vasta area del Paese dove l’estrazione di oro e altri minerali ha prodotto negli ultimi anni deforestazione, inquinamento delle acque e danni agli ecosistemi. Con impatti diretti sulle comunità locali e sulle popolazioni indigene.
Anche il settore petrolifero presenta pesanti criticità ambientali. Infrastrutture obsolete, scarsa manutenzione e mancanza di investimenti hanno causato sversamenti frequenti di greggio. I quali hanno contaminato fiumi, suoli e aree costiere. Un rilancio rapido della produzione, finalizzato soprattutto a soddisfare la domanda internazionale di petrolio, rischierebbe di aumentare ulteriormente questi impatti. Andando in direzione opposta rispetto agli obiettivi climatici globali.
Il nodo centrale evidenziato dall’articolo è il paradosso della transizione energetica: mentre i Paesi industrializzati cercano di ridurre le emissioni e abbandonare i combustibili fossili, cresce al tempo stesso la domanda di minerali necessari per tecnologie considerate “pulite”. Senza regole ambientali rigorose e un controllo efficace, l’estrazione di queste risorse può generare nuove forme di degrado ambientale e conflitto, soprattutto nei Paesi ricchi di materie prime ma istituzionalmente fragili.
Il caso venezuelano mostra come la competizione per petrolio e minerali rischi di rallentare la transizione, anziché favorirla. Puntare ancora su nuove estrazioni fossili e su attività minerarie poco regolamentate significa aumentare le emissioni, distruggere ecosistemi e compromettere territori di grande valore naturale.
Nel suo servizio, il Guardian cita ad esempio Paasha Mahdavi, professore associato di Ccienze politiche presso l’Università della California. Secondo il quale, “anche aumentando la produzione a 1,5 milioni di barili di petrolio al giorno dagli attuali livelli di circa 1 milione di barili, si produrrebbero circa 550 milioni di tonnellate di anidride carbonica all’anno, bruciando il combustibile“.
Sullo stesso piano l’intervento di John Sterman, esperto di clima ed economia presso il Massachusetts Institute of Technology. “Se ogni giorno venissero estratti milioni di barili di nuovo petrolio, si aggiungerebbe una grande quantità di anidride carbonica all’atmosfera e la popolazione della Terra non può permetterselo“.


Certamente i governi devono fare la parte del leone per impedire il cambiamento climatico. Non c’è da meragliarsi nel comportamento dell’America di Trump del resto si sa che sono state oltre a Musk le lobby del petrolio a pagare la sua campagna elettorale. Ma noi cittadini possiamo nel nostro piccolo fare la nostra parte ed influenzare le loro scelte. Non bisogna essere ricchi per impedire il cambiamento per esempio ci sono scelte a costo zero oppure alla portata di tutte le tasche. Ad esempio se tutti scegliessero un operatore che fornisce il 100% di energia rinnovabile l’energia elettrica verrebbe prodotta senza emetteCO2, ma soprattutto è a costo zero. Un piano cottura a induzione sicuramente può essere acquistato dal 90% degli italiani. Poi ci sono scelte più importanti economicamente come montare pannelli fotovoltaici. Il 70% di italiani padroni di casa possono farlo tranquillamente anche chi vive in appartamento può dotarsi di pannelli da balcone.