E’ ancora possibile ricostruire, in versione elettrica, una filiera dell’automotive paragonabile a quella che l’Italia vanta (vantava) nei veicoli termici?
Attorno a questa domanda ruota il dibattito esploso in questi primi giorni dell’anno, dopo l’allentamento dei vincoli europei 2035. L’affronta il “libro bianco” sulla competitività presentato dal Ministero dell’Industria e del Made in Italy; ne ha discusso a fine gennaio il Tavolo automotive; ne parlano i due AD di Volkswagen Oliver Blume e di Stellantis Antonio Filosa nella lettera aperta inviata a Bruxelles. E ora i drammatici conti di quella che fu la bandiera dell’auto italiana, l’ex FIAT e l’abbandono del progetto gigafactory ACC a Termoli.
La filiera automotive vista dal basso. COVI: “Abbiamo carte da giocare”
Ma come la pensa chi in quella nuova filiera ha già messo radici e ormai ne conosce tutte le potenzialità e tutti i limiti? Abbiamo scelto di chiederlo a una medio-piccola azienda italiana con un piede in Veneto e uno nella Motor Valley emiliana: Covi Electric Systems. Il nostro interlocutore è il responsabile strategie Alessandro Benevelli.
Ha lavorato vent’anni nell’ azienda di famiglia Benevelli, sede a Rubiera e una consolidata esperienza nella produzione di motori elettrici per mezzi speciali. Quando l’azienda è entrata in una multinazionale italiana dei sistemi di trazione ha scalato le sue competenze sullo scenario internazionale. E da poco più di un anno le ha messe al servizio dell’ambizioso progetto di sviluppo di Covi che prevede il lancio della nuova gamma di Power Distribution Units (PDU) per veicoli elettrici off-highway, soluzioni intelligenti di distribuzione energetica fino a 800V dedicate al settore della mobilità elettrica industriale.
Quando gli chiediamo di dare un voto alla filiera delle mobilità elettrica italiana ed europea in confronto a quelle asiatica e americana Benevelli non fa giri di parole: «I cinesi meritano un nove. Dispongono di una filiera completa, dalle materie prime alle batterie fino al veicolo finito. Italiani ed europei un’ insufficienza. L‘America è partita da posizioni simili alle nostre, ma ha dato importanti segnali di reazione, con una politica industriale aggressiva e forti investimenti per riportare in patria tecnologie e competenze. In Europa si è visto poco o nulla».

Tuttavia «il destino non è ancora scritto» e qualche carta da giocare non manca. Per esempio OEM di standing internazionale e competenze ingegneristiche d’eccellenza. «In alcuni settori a valle della filiera – continua Benevelli – siamo ancora i migliori al mondo». Cita la gestione elettronica della potenza, i Battery Management Systems (BMS), l’integrazione di sistema e la «leadership assoluta nella meccanica di precisione».
“Ma dobbiamo valorizzare le nostre eccellenze”
Quindi «la sfida non è copiare il modello asiatico, ma valorizzare le nostre eccellenze e la nostra catena del valore». In altre parole, uscire dalle nicchie, scalare i volumi della produzione industriale, investire in modo stabile, continuativo e aggressivo. La transizione elettrica in se’, infatti, «non distrugge valore e posti di lavoro, ma li sposta e ne aggiunge. Noi siamo stati aggrediti dal cambiamento e sorpresi dalla sua velocità. Tanto che ancora discutiamo se spingere in avanti con coraggio o arroccarci per difendere le posizioni precedenti. Così facendo perdiamo altro tempo. E cresce il rischio di ridurci a semplici assemblatori».
“L’elettrico avanza dove la narrazione è corretta”
Quello che vale sul fronte dell’offerta industriale – incertezza, disorientamento e sfiducia – vale a maggior ragione su quello della domanda. Da e-driver di lungo corso Benevelli aggiunge: «Se il passaggio alla mobilità elettrica non viene spiegato come un vantaggio concreto per l’utente e per la società, se i messaggi sono contraddittori, se le politiche di sostegno pubblico sono intermittenti, se la transizione non è accompagnata da adeguate infrastrutture di ricarica, tutto si riduce a un dibattito ideologico senza sbocco fra pro e contro. Questo sta succedendo in Italia; molto meno nel resto d’Europa».
La riprova, dice Benevelli, «è il ben diverso andamento del nostro settore di riferimento. Nelle macchine agricole, veicoli industriali, macchine da costruzione e mezzi per la difesa la crescita si è stabilizzata e non è mai stata solida come oggi. Basta dire che un’azienda medio-piccola come la nostra ha avviato l’anno scorso ben 83 nuovi progetti di elettrificazione». In conclusione: dove la narrazione è corretta, i piani di sviluppo si fanno sulla base dei numeri, delle opportunità tecnologiche e del pragmatismo «i vantaggi della transizione sono immediatamente percepiti».
La versione di Bosch: superare lo scetticismo
Non è molto diverso il ragionamento del leader europeo e mondiale della componentistica auto, il gruppo tedesco Bosch. Pur presentando risultati 2025 inferiori alle attese, Stefan Hartung, Presidente del Consiglio di Amministrazione, ha ribadito infatti che «l’Europa dispone di un potenziale straordinario, a condizione che decisori politici e società riescano a superare l’attuale scetticismo nei confronti del progresso». «L’unico modo in cui un Paese e una società possono rimanere competitivi a livello globale – ha aggiunto – è disporre almeno di una sufficiente volontà di progredire dal punto di vista tecnologico».
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