Uber lancia un’iniziativa di servizi per veicoli autonomi nel settore dei robotaxi, compresa una piattaforma per i finanziamenti. L’app afferma che la nuova operazione darà impulso alla commercializzazione dei veicoli autonomi. La nuova spingerà il passaggio verso i veicoli elettrici, he saranno il futuro del servizio dei robotaxi..
Uber accelera sui robotaxi e prova a blindare il proprio ruolo nella mobilità del futuro. La piattaforma di San Francisco non vuole limitarsi a fare da intermediario tra domanda e offerta, ma punta a diventare l’infrastruttura industriale e finanziaria su cui poggerà il mercato dei veicoli autonomi.
Con il lancio di Uber Autonomous Solutions, il gruppo amplia il proprio raggio d’azione: assicurazioni, assistenza stradale, software di “controllo missione” per monitorare le flotte e intervenire in caso di incidente o guasto, fino a soluzioni di finanziamento per aiutare i partner ad acquistare i robotaxi destinati alla rete. Un pacchetto chiavi in mano che segnala un cambio di passo: Uber non vuole solo ospitare i veicoli autonomi sulla sua app, ma diventare l’ecosistema di riferimento per chi li produce e li gestisce.
Uber, il problema è la sostenibilità economica
La regia è affidata a Sarfraz Maredia, responsabile globale della mobilità autonoma e delle consegne, con il supporto trasversale delle strutture interne. Il messaggio del presidente e chief operating officer Andrew Macdonald è chiaro: gli ostacoli tecnologici che hanno frenato l’autonomous driving per quasi un decennio sarebbero “in gran parte risolti”. Il vero nodo, ora, è la sostenibilità economica. “Il successo dell’autonomia dipenderà dalla capacità di commercializzarla”, ha detto. E Uber si candida a renderla redditizia.
Uber investe oltre 100 milioni di dollari per la rete di ricarica dei robotaxi
Negli ultimi dodici mesi la società ha stretto oltre una dozzina di partnership, tra cui quelle con Waymo negli Stati Uniti e Baidu in Asia e Medio Oriente, oltre a investire nella britannica Wayve. Ma l’equilibrio è delicato: in mercati come San Francisco, Uber si trova a competere con gli stessi partner, alimentando dubbi tra gli investitori su quale sarà il suo peso in un ecosistema dominato da flotte senza conducente.
I numeri raccontano un’azienda in crescita ma sotto pressione. La base clienti ha superato per la prima volta i 200 milioni di utenti attivi a fine 2025. Le prenotazioni lorde nel quarto trimestre hanno toccato 54,1 miliardi di dollari, oltre le attese. L’utile operativo è salito a 1,77 miliardi (+130% su base annua), ma sotto le stime di mercato. L’utile netto si è fermato a 296 milioni, penalizzato da 1,6 miliardi di dollari di svalutazioni legate alle partecipazioni azionarie. Da inizio anno il titolo ha perso circa il 9%, segno di un nervosismo crescente.
Intanto gli impegni finanziari aumentano. Uber ha ordinato decine di migliaia di veicoli autonomi, inclusi SUV Lucid equipaggiati con sensori Nuro, e almeno 25.000 mezzi dallo sviluppatore Waabi, sostenuto con 500 milioni di dollari. L’obiettivo è distribuire robotaxi in 15 città globali entro fine 2026, da Londra a Los Angeles fino a Hong Kong.
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La strategia è evidente: presidiare ogni anello della catena del valore, dai dati alla finanza. Con l’AV Lab, Uber raccoglierà dati di mappatura e guida per addestrare i modelli di intelligenza artificiale che alimentano i robotaxi, replicando quanto già fatto con i servizi di etichettatura per l’AI.
Per la mobilità elettrica – terreno naturale dei veicoli autonomi – la partita è cruciale. Se i robotaxi diventeranno realtà su larga scala, lo saranno quasi esclusivamente a batteria. Uber vuole essere la piattaforma che trasforma una promessa tecnologica in un modello industriale sostenibile. La domanda, ora, non è più se l’auto senza conducente arriverà, ma chi controllerà il rubinetto dei ricavi quando inizierà a circolare davvero.


