L’amministrazione Trump ha trovato un nuovo accordo con uno sviluppatore di eolico offshore: 765 milioni di dollari a Invenergy per rinunciare a quattro concessioni tra New York, California e Maine. Una cifra enorme che, secondo molti osservatori, non rappresenta soltanto un attacco all’energia rinnovabile, ma anche una scelta destinata a ridurre la capacità di produzione elettrica proprio nelle aree degli Stati Uniti dove la domanda cresce più rapidamente. Guarda caso, Stati a guida democratica che già da questa estate rischiano devastanti blackout.
La vicenda assume contorni ancora più sorprendenti perché non si tratta di un normale stop autorizzativo, ma di un accordo economico attraverso il quale il governo compensa il privato per rinunciare ai progetti. Secondo l’amministrazione americana, in cambio Invenergy svilupperà nuovi impianti a gas naturale e geotermici nel Midwest, dove Trump ha il suo bacino di voti. Ma il bilancio energetico complessivo resta fortemente sbilanciato.

Guerra all’eolico e problemi di sicurezza energetica
Secondo le stime riportate dal sito ambientalista americano Heatmap, negli ultimi mesi sono stati cancellati progetti offshore per oltre 14 gigawatt di potenza, sufficienti ad alimentare circa 6-7 milioni di abitazioni. Per la precisione, un’analoga intesa da 928 milioni di dollari con TotalEnergies annunciata a marzo e un accordo da 885 milioni di dollari con diverse joint venture ad aprile. Ciò porta l’importo totale che l’amministrazione ha accettato di pagare per la rescissione di concessioni per parchi eolici offshore a oltre 2,5 miliardi di dollari fino ad oggi. Ora l’attenzione si sposta sullo sviluppatore tedesco RWE, che detiene altri due contratti di locazione e non ha ancora concluso un affare.
La questione non riguarda soltanto la quantità di energia prodotta, ma soprattutto dove questa energia entra in rete. Più della metà della capacità prevista era destinata agli stati della costa orientale, in particolare New York e New Jersey, aree caratterizzate da una domanda elevata, una rete già sotto pressione e limitate possibilità di espansione della generazione locale.
Sostituire questi impianti con nuove centrali nel Midwest significa produrre elettricità lontano dai principali centri di consumo, senza risolvere i problemi di congestione della rete e di disponibilità di capacità nei momenti di picco.

L’eolico offshore non è facilmente sostituibile
Uno degli aspetti più interessanti della vicenda è che la stessa amministrazione americana sembra riconoscere implicitamente il rischio di eliminare troppa capacità produttiva.
Per questo motivo gli accordi prevedono la costruzione di nuove centrali a gas o geotermiche come compensazione. Ma per gli operatori del settore il ragionamento non regge: un impianto localizzato nell’Indiana o nel Kansas non può sostituire un parco eolico progettato per alimentare direttamente l’area metropolitana di New York.
L’energia elettrica, infatti, non è una merce che può essere spostata senza limiti. La disponibilità di produzione vicino ai centri di consumo resta uno degli elementi fondamentali per garantire stabilità della rete e prezzi competitivi.
Quando la politica influenza le bollette
Il caso americano mostra anche un altro aspetto spesso sottovalutato: bloccare un investimento energetico ha un costo economico immediato e uno potenzialmente molto più elevato nel lungo periodo.

Ai 765 milioni di dollari pagati a Invenergy potrebbero aggiungersi altri accordi analoghi con diversi sviluppatori, mentre gli stati interessati rischiano di perdere capacità produttiva già autorizzata e in fase avanzata di sviluppo.
Il Maine rappresenta un esempio significativo. È uno degli stati con le tariffe elettriche più elevate degli Stati Uniti e negli ultimi dodici mesi ha registrato ulteriori aumenti. Rinunciare a 3,4 GW di nuova produzione potrebbe rendere ancora più difficile contenere il costo dell’energia. Maine e Carolina del Nord a novembre terranno elezioni che contribuiranno a determinare gli equilibri del Senato.
L’eolico offshore rappresenta una delle tecnologie chiamate a sostenere la crescente elettrificazione dei consumi, dalla mobilità ai data center fino alle pompe di calore. Ritardare o cancellare progetti già pianificati significa rinunciare a capacità produttiva che richiede anni per essere sostituita.
Il dibattito americano dimostra che le scelte energetiche hanno inevitabilmente una dimensione politica, ma le loro conseguenze si misurano soprattutto sulle reti elettriche e, alla fine, sulle bollette di famiglie e imprese. Ed è proprio qui che la realtà tecnica rischia di scontrarsi con le convenienze del consenso.
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Q&A
- Perché Trump contrasta l’eolico offshore?
Risposta: Trump sostiene che l’eolico offshore sia una tecnologia costosa, poco affidabile e dannosa per il paesaggio, la pesca e alcune attività economiche costiere. La sua amministrazione ha quindi scelto di rallentarne lo sviluppo, privilegiando fonti come il gas naturale e altre tecnologie considerate più in linea con la propria strategia energetica.
- Bloccare le autorizzazioni per i parchi eolici non viola i poteri degli Stati?
Risposta: Non necessariamente. I progetti eolici offshore si sviluppano in gran parte su acque federali, la cui gestione spetta al governo degli Stati Uniti. Gli Stati possono fissare obiettivi energetici e acquistare l’energia prodotta, ma le concessioni per l’utilizzo delle aree marine sono di competenza federale.
- Perché Trump spinge sulle centrali turbogas?
Risposta: Le centrali turbogas sfruttano il gas naturale, una risorsa abbondante negli Stati Uniti grazie alla tecnologia del fracking che frantuma le rocce del sottosuolo intrise di gas. Si sostiene così così l’industria estrattiva nazionale e l’occupazione in un settore tradizionalmente vicino all’elettorato repubblicano. Secondo i critici, però, questa strategia rallenta la transizione energetica e aumenta la dipendenza dai combustibili fossili.
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a me sembra che Trump sia il miglior agente guastatore in USA che possa avere la Cina….