Trump contro tutti, tra eolico offshore… e carbone

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Transizione energetica nell’occhio del ciclone negli Usa. Arrivano i primi ricorsi contro lo stop “forzato” ai più grandi cantieri eolici offshore, mentre un controverso intervento federale tiene in vita una centrale a carbone ormai fuori mercato.

Cinque cantieri bloccati. Eolico offshore sotto pressione

Per l’eolico offshore, settore chiave per la sicurezza energetica e climatica statunitense, si stanno aprendo nuovi fronti giudiziari in risposta allo stop forzato deciso dal governo federale.

Eolico offshore sotto attacco negli USA: Trump blocca cinque maxi-progetti

La miccia è stata accesa da Dominion Energy, a capo del progetto Coastal Virginia Offshore Wind (CVOW), il più grande parco eolico offshore degli Stati Uniti (2,6 GW di potenza), previsto in esercizio all’inizio di quest’anno ma “bloccato” dalla decisione governativa. L’impianto, dal valore complessivo di 11,2 miliardi di dollari, avrebbe potuto fornire energia pulita a circa 660 mila abitazioni, in uno Stato – la Virginia – alle prese con una crescita rapidissima dei data center e dei consumi elettrici.

Il 22 dicembre il Dipartimento degli Interni ha ordinato la sospensione dei lavori offshore non solo per CVOW, ma per cinque progetti eolici marini già in costruzione, citando generici “rischi per la sicurezza nazionale” legati a possibili interferenze radar delle turbine. Una motivazione basata su rapporti classificati, non ancora resi disponibili ai giudici né agli sviluppatori.

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Coastal Virginia Offshore Wind

Ma ora scattano i ricorsi…

Dominion Energy ha reagito presentando ricorso, definendo lo stop “arbitrario e incostituzionale”, sottolineando come le navi specializzate e le squadre operative siano costrette all’inattività mentre i costi continuano a crescere, a carico dei clienti finali.

Oltre al progetto in Virginia, lo stop colpisce Vineyard Wind 1 in Massachusetts, Revolution Wind tra Rhode Island e Connecticut, e Sunrise Wind ed Empire Wind nello Stato di New York. Tutti cantieri che operano con finestre meteo ristrette, mezzi altamente specializzati e catene di fornitura sincronizzate: una sospensione improvvisa rischia di compromettere tempi e sostenibilità economica.

Dominion è stata la prima a portare la questione in tribunale e un giudice federale ha già aperto alla possibilità di un’ingiunzione preliminare, che consentirebbe la ripresa dei lavori mentre il contenzioso prosegue. I governatori democratici degli altri quattro Stati hanno annunciato iniziative analoghe.

Il paradosso: riapre una centrale a carbone in Colorado

In parallelo, il Dipartimento dell’Energia ha ordinato la riapertura temporanea della centrale a carbone Craig Power Plant, in Colorado. Il giorno prima della sua prevista chiusura definitiva. L’impianto dovrà restare operativo per almeno tre mesi, nonostante sia attualmente non funzionante e richieda decine di milioni di dollari di lavori per tornare in servizio.

Secondo le stime, il mantenimento in vita dell’impianto costerà 79 milioni di dollari l’anno, scaricati sulle bollette dei cittadini del Colorado, in una fase di forte pressione sui prezzi dell’energia. L’operatore stesso, Tri-State Generation and Transmission Association, ha dichiarato che l’impianto “non è necessarioné per l’affidabilità né per l’adeguatezza del sistema elettrico.

Il governatore Jared Polis ha definito l’ordine “assurdo”, sottolineando come la chiusura della centrale fosse funzionale anche al rispetto delle normative federali sulla qualità dell’aria, già critiche in diverse aree dello Stato.

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La centrale a carbone di Craig Power Plant, in Colorado

Trump sfida i trend energetici globali

Negli Stati Uniti il carbone è passato da circa il 50% della generazione elettrica nei primi anni 2000 a meno del 15% oggi, mentre quasi tutta la nuova capacità installata nel 2024 è solare ed eolica. Intervenire per fermare l’eolico offshore e sostenere impianti fossili obsoleti appare quindi in contraddizione con le dinamiche industriali ed economiche del settore.

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