Studio sulle Cer in Emilia Romagna: tante costituite, ma poche quelle attive

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Le Comunità Energetiche vengono spesso presentate da chi si oppone agli impianti utility‑scale come l’alternativa ideale ai progetti di taglia industriale. Sono certamente uno strumento utile e promettente, ma oggi non è semplice avviarle in concreto. I tempi sono lunghi, come conferma uno studio realizzato in Emilia‑Romagna: secondo l’analisi, solo un quarto delle Cer già costituite è effettivamente partito, mentre la maggior parte è ancora in fase preparatoria, pur dichiarando l’intenzione di avviare presto produzione e condivisione energetica.

L’indagine di Art-ER su 45 Cer emiliano romagnole

Art‑ER, società in house della Regione Emilia‑Romagna, ha realizzato a fine 2025 un’indagine conoscitiva per mappare lo stato di avanzamento delle Comunità Energetiche Rinnovabili sul territorio. Secondo la rilevazione risultano costituite 105 Cer, ma al questionario hanno risposto 45 realtà: è questo il panel analizzato, suddiviso in tre gruppi in base al livello di operatività. Le Cer operative e già riconosciute dal GSE sono 11, pari al 24,4% del campione. Sono quelle che hanno completato l’intero iter amministrativo, avviato la condivisione energetica e ottenuto il riconoscimento ufficiale. A queste si aggiungono 9 Cer operative ma non ancora riconosciute dal GSE (20,0% del panel). Hanno avviato o concluso la procedura, ma sono in attesa del via libera formale.

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Lo stato di avanzamento delle Cer in Emilia Romagna, ancora numerose quelle non operative

Le restanti 25, pari al 55,6% del campione, non sono ancora operative. Pur essendo costituite, non hanno avviato la fase di produzione e condivisione dell’energia, «probabilmente perché non hanno ancora impianti di produzione disponibili», osservano i responsabili del monitoraggio.

Come si vede nella mappa qui sotto la distribuzione territoriale è disomogenea: in Romagna si contano 19 Cer, ma nessuna di queste risulta ancora operativa. Nel quadro compare anche una Cer “sovraregionale”, con sede legale a Cuneo, che gestisce configurazioni in tre province diverse ed è già operativa e riconosciuta.

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La distribuzione territoriale disomogenea delle Cer in Emilia Romagna

I tempi lunghi, anche per la connessione alla rete

Le difficoltà emerse durante un recente seminario regionale (leggi qui) sono già un primo segnale dei tempi lunghi necessari per far partire una Cer. Con questa indagine arrivano  numeri affidabili. «Le risposte confermano la notevole variabilità e la lunga durata complessiva del processo. La durata media per la costituzione di una Cer si attesta a 24 mesi, poco più di due anni. Il dato mostra estremi molto diversi, da un minimo di 5 mesi a un massimo di 50 mesi, evidenziando che i tempi dipendono fortemente dalla complessità del progetto e dalle sfide specifiche incontrate». Ogni comunità segue un percorso a sé: alcune hanno una forte presenza di imprese, altre coinvolgono enti del Terzo settore, parrocchie o realtà associative come le cooperative.

La realizzazione degli impianti è la fase più critica. Le difficoltà derivano soprattutto dalle procedure autorizzative e dalle tempistiche necessarie per costruire fisicamente gli impianti.

Gli intervistati indicano infatti lo snellimento delle autorizzazioni e della connessione alla rete come i fattori più rilevanti — entrambi valutati con il massimo livello di criticità, pari a 5 — per rendere operativa una Cer. Non sorprende quindi che la mancanza di impianti di produzione sia la ragione principale per cui oltre la metà delle Comunità Energetiche mappate (55,6%) non sia ancora operativa, pur essendo già formalmente costituita come soggetto giuridico.

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La carta d’identità: a guida pubblica, impianti da 200 kW

L’indagine consente anche di delineare meglio il profilo delle Cer attive o in formazione. Il modello prevalente è quello public driven, promosso da enti pubblici, adottato dal 60% delle realtà. Segue il modello collaborativo (35,6%), caratterizzato da una forte presenza di cooperative e associazioni, mentre il modello guidato da sviluppatori privati resta marginale.

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La forma giuridica più diffusa è l’associazione non riconosciuta (35,6%), scelta per la sua minore complessità gestionale. Tuttavia, le cooperative mostrano un leggero vantaggio in termini di maturità: il 63% risulta già operativo o in attesa di riconoscimento, probabilmente grazie a una maggiore capacità di aggregazione e organizzazione interna. Questo è un dato importante perché per gestire tutti i dati servono risorse umane preparate. Senza dimenticare maggiori incentivi.

Sul fronte economico, la maggior parte delle Cer (59%) dichiara di non aver avuto bisogno di finanziamenti bancari per avviarsi. Il crowdfunding è considerato uno strumento utile dal 69% degli intervistati, ma solo il 2% del panel è riuscito a utilizzarlo con successo, a causa della complessità tecnica delle piattaforme e delle procedure. Tra le Cer già operative con impianti, la taglia più frequente è quella fino a 200 kW (47%). Nonostante le difficoltà, il 70% delle comunità non ancora operative prevede di poter iniziare la produzione entro sei mesi.

Sul piano dei benefici sociali e ambientali, le comunità non puntano solo al risparmio economico ma a obiettivi più ampi: riduzione delle emissioni (71%), contrasto alla povertà energetica (67%) e promozione della cultura ambientale (67%). Il dato sociale è particolarmente significativo: il 56% delle Cer intende destinare una parte dei ricavi al sostegno delle famiglie in difficoltà energetica. Le priorità a breve termine sono chiare: aumentare il numero dei membri (76%) e incrementare la produzione di energia elettrica (69%).

Il bicchiere è  mezzo pieno

La ricerca è stata pensata per orientare le future politiche regionali: c’è tempo fino al 7 maggio per partecipare al terzo bando, mentre l’obiettivo è individuare nuove misure di supporto realmente calibrate sui fabbisogni delle Cer, così da superare i principali “colli di bottiglia”, in particolare quelli legati alla realizzazione degli impianti. È vero che oggi metà delle comunità non è ancora operativa, ma il 70% di queste prevede di avviare la produzione entro i prossimi sei mesi.

Comunità energetiche, i conti non tornano

Il quadro resta complesso: pesano i limiti di una definizione operativa ancora poco chiara — come ha evidenziato anche la Corte dei Conti Ue — e le difficoltà autorizzative. Ma il processo è avviato e il bicchiere, almeno in parte, è mezzo pieno. Sarà interessante verificare, anche per le regioni italiane più indietro nel processo, quale sarà il contributo reale delle Cer alla decarbonizzazione e all’elettrificazione di attività e consumi. Un passaggio necessario per riportare il dibattito su basi oggettive, soprattutto quando emerge la contrapposizione tra impianti industriali e modelli di autoproduzione.

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