Home Scenari Se le auto fossero elettriche? Inquinanti a picco nelle città

Se le auto fossero elettriche? Inquinanti a picco nelle città

26
CONDIVIDI
inquinanti

Quanto diminuirebbero le emissioni inquinanti nelle nostre città se le auto fossero elettriche? Le emissioni di No2 (ossidi di azioto) si ridurrebbero fra lil 74 e il 93%; quelle di polveri sottili (PM10) fra il 34 e il 46%. Sono i risultati di uno studio del CNR – Istituto per l’Inquinamento Atmosferico in collaborazione con MOTUS-E, l’associazione per lo sviluppo della mobilità elettrica in Italia.

La ricerca ha preso in esame la dispersione in atmosfera e la ricaduta al suolo degli inquinanti primari nelle città di Torino, Milano, Bologna, Roma e Palermo. Ha confrontato la situazione con l’attuale parco di veicoli circolanti, e quella al 2025 e 2030 in base alla conversione elettrica nei comparti del trasporto privato, della logistica dell’ultimo miglio e del Trasporto Pubblico Locale.

inquinanti

Per l’analisi è stato adottato il modello di simulazione ADMS (Advanced Dispersion Modelling System) – Roads sulla base di dati meteo specifici per ogni città esaminata e in funzione dei flussi di traffico reali rilevati dalle stesse amministrazioni. I risultati sono al netto del contributo di inquinanti di tutte le altre fonti di emissioni come le attività economiche e gli  impianti di riscaldamento.

Se per caso in una giornata d’inverno…

Il raffronto è stato fatto su 24 di un giorno tipico feriale invernale (la velocità e la direzione del vento, la stabilità atmosferica, la temperatura, l’umidità, il tasso di precipitazione, la nuvolosità). I fattori inquinanti (in grammi per km percorso, g/km) dei diversi mezzi di trasporto sono quelli della  banca dati dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA). Le percentuali delle concentrazioni sono state calcolate considerando  le centraline di monitoraggio ARPA.

inquinanti

Lo studio è stato presentato in anteprima a KeyEnergy nell’ambito dell’edizione virtuale di Ecomondo. L’ ha illustrato Francesco Petracchini, Direttore del CNR-IIA durante il dibattito “Rinascimento elettrico: come la mobilità a zero emissioni cambia le città”.

«Con questo studio _ dichiara il Segretario Generale di MOTUS-E Dino Marcozzigrazie alla collaborazione del CNR abbiamo un quadro ben preciso sui benefici ambientali dati alla mobilità elettrica nelle città italiane». La mobilità sostenibile a zero emissioni, conclude Marcozzi «è una concreta realtà da raggiungere per il benessere dell’ambiente e del nostro Paese».

Ecco i risultati della simulazione modellistica sulla concentrazione di gas inquinanti NO 2 e di PM 10 per ciascuna città analizzata.

Inquinanti-TORINO

Ancora da definire la data di Torino, inizialmente prevista come debuttoj

-NO 2 Il parco veicolare è costituito, in questo caso, dai soli due comparti del trasporto individuale privato e logistica dell’ultimo miglio. Sono esclusi dallo studio sia il Trasporto Pubblico Locale, e anche tutte le altre tipologie di veicoli (motocicli, veicoli pesanti ecc.). Le concentrazioni medie orarie simulate arrivano fino ad un massimo di circa 100 µg/m3 nello scenario base. Negli scenari futuri assistiamo ad una netta riduzione passando da una percentuale del 61% al 2025 fino ad arrivare ad una riduzione del 93% al 2030.
-PM 10 Nello scenario base, i valori di concentrazione giornaliera di PM 10 arrivano fino ad un massimo di circa 25 µg/m 3 . Le aree maggiormente interessate dal contributo del parco veicolare privato sono concentrate negli archi con maggior flussi di traffico. Negli scenari futuri assistiamo ad una netta riduzione passando da una percentuale del 36% al
2025 fino ad arrivare ad una riduzione del 39% al 2030.

Inquinanti-ROMA

-NO 2 Il parco veicolare analizzato è costituito, in questo caso, dal solo comparto del trasporto individuale privato. Negli scenari futuri assistiamo ad una netta riduzione delle concentrazioni medie orarie di NO 2 dovuto al comparto trasporto privato che passa da una percentuale del 53% al 2025 fino ad arrivare ad una riduzione del 89% al 2030.
-PM 10 Nello scenario base, i valori di concentrazione giornaliera di PM 10 dovuti al trasporto privato arrivano fino ad un massimo di circa 34 µg/m 3 . Le aree maggiormente interessate dal contributo del parco veicolare privato sono concentrate sul GRA. Negli scenari futuri assistiamo ad una netta riduzione passando da una percentuale del 36% al 2025 fino ad arrivare ad una riduzione del 42% al 2030.

Inquinanti-MILANO

Smart
La Smart elettrica

-NO 2 Anche in qui esto caso il parco veicolare analizzato è il solo comparto del trasporto individuale privato. Le concentrazioni medie orarie simulate in un giorno feriale invernale del mese di gennaio arrivano fino ad un massimo di circa 140 µg/m 3 nello scenario base. Negli scenari futuri assistiamo ad una netta riduzione delle concentrazioni da una percentuale del 62% al 2025 fino ad arrivare ad una riduzione del 84% al 2030.
-PM 10 I valori medi giornalieri arrivano fino ad un massimo di circa 25 µg/m 3 per lo scenario base.  Si denota una riduzione delle concentrazioni, passando dallo scenario 2025 con un riduzione del 36% allo scenario 2030 con una riduzione del 41%.

Inquinanti-BOLOGNA

Corrente
Corrente il servizio di car-sharing elettrico gestito da TPER a Bologna

-NO 2  Il parco veicolare è costituito, in questo caso, dai soli due comparti del trasporto individuale privato e logistica dell’ultimo miglio. Le concentrazioni medie orarie simulate arrivano fino ad un massimo di circa 150 µg/m3 nello scenario base.
Negli scenari futuri assistiamo ad una netta riduzione passando da una percentuale del 47% al 2025 fino ad arrivare ad una riduzione del 79% al 2030.
-PM 10 Nello scenario base si evince che i valori giornalieri del PM 10 arrivano fino ad un massimo di circa 19 µg/m3. Si denota una riduzione delle concentrazioni, del 28% nello  scenario 2025 al una riduzione del 34% nelllo scenario 2030.

Inquinanti-PALERMO

Una Renault Zoe della flotta Sicily by car

-NO 2 Il parco veicolare è costituito dal solo comparto del trasporto individuale privato. Le concentrazioni simulate arrivano fino ad un massimo di circa 90 µg/m 3 nello scenario base. Negli scenari futuri assistiamo ad una netta riduzione passando da una percentuale del 52% al 2025 fino ad arrivare ad una riduzione del 74% al 2030.
-PM 10 Dallo scenario base si evince che i valori del PM10, espressi in µg/m 3, arrivano fino ad un massimo di circa 15 µg/m 3 . Si denota una riduzione delle concentrazioni, passando dallo scenario 2025, del 38% a una riduzione del 46% nello scenario 2030.

LEGGI ANCHE: Bufala da coronavirus: non è il traffico che inquina

26 COMMENTI

  1. Qualcuno ha mai calcolato/verificato la quantità di ozono prodotta dal motore elettrico? o è irrisoria?

    • Anche se si usano diversi tipi di motore direi che sulle auto si usano soltanto motori asincroni oppure DC brushless (senza spazzole a corrente continua) per cui non c’è alcuna emissione di ozono. Il motivo per usare questo tipo di motori è che è necessario regolarne la coppia (attraverso l’acceleratore) e per farlo si utilizzano inverter o azionamenti elettronici.

    • Dubito fortemente un brushless a magneti permanenti produca ozono. Mi sa che ci si dovrebbe preoccupare di più della stampante laser in ufficio.

  2. Dovreste scrivere chiaramente che vi riferite al contributo del trasporto su gomma per ognuno di questi inquinanti. Per esempio, nel caso del particolato, i veicoli contribuiscono per meno del 20% e molto viene fagli pneumatici piuttosto che dagli scarichi. Si, c’è un miglioramento, ma per migliorare significativamente la qualità dell’aria bisogna aggredire molte altre fonti. E paradossalmente alcune sono riducibili con relativamente poca spesa, a partire dal riscaldamento domestico.

    • Certo, per migliorare la situazione bisogna aggredire tutte, sottolineo tutte, le fonti di inquinamento. La mobilità è una di queste, ed è quella di cui ci occupiamno.

    • La maggior parte viene dalle industrie nel bergamasco e nel varesotto, basta guardare una mappa per rendersi conto che il vento le trasporta verso di noi, che siamo in una depressione rispetto a quelle zone.
      Oltre tutto la conferma è arrivata durante il lock down di marzo, fermate le industrie, il cielo si è subito pulito.
      Quindi, la prima cosa da fare è decarbonizzare le industrie ed i riscaldamenti, le caldaie a gasolio e carbone, dovrebbero essere vietate. Simultaneamente possiamo pensare anche all’autotrazione, ma insistere così pesantemente sulle automobili, è come curare una ferita su un braccio, quando abbiamo l’addome aperto in due sa una spada.

      • Non so dove si trovi lei, ma la sua mappa metereologica fa acqua. Tutta la pianura Padana è un catino in cui ristagano inquinanti provenienti addirittura all’est Europa: https://www.vaielettrico.it/bufala-da-coronavirus-non-e-il-traffico-che-inquina/. L’industria ha abbattutto le sue emissioni del 22% dagli anni 90. I riscaldamenti a carbone sono spariti, quelli a gasolio sono una rarità. L’unico settore che ha continuato ad inquinare sempre di più è quello dei trasporti. Questo dimostrano i mesi di lockdown e questo certifica, se lo legge con attenzione, prorpio l’articolo che sta commentando.

        • Unica vergognosa eccezione il pellet per riscaldamento: sulle auto FAP e catalizzatori con additivi, le stufe a pellet scaricano ceneri e particolato in atmosfera senza alcun tipo di filtro

          • Quello del pellet è un bel problema, purtroppo è arduo trovare in alcuni casi soluzioni diverse che non costino un patrimonio (leggasi sostituire radiatori tradizionali con quelli a pavimento, aggiungere pannelli fotovoltaici, termici e pompa di calore).

          • Beh almeno il pellet è carbonio catturato di recente proveniente da alberi “freschi” e non si rimette in circolo roba già catturata da milioni (?) di anni. Non credo peraltro ci sia una larghissima diffusione così come le caldaie a gas che andrebbero sostituite ove possibile (o nei casi peggiori affiancate) da pompe di calore.

          • @Pietro
            Il pellet è stato incentivato proprio per ridurre la CO2 e scelto da moltissimi, in particolare da chi ha abitazioni energivore, perché conviene rispetto al metano pur considerando l’investimento della caldaia e il suo impianto.
            Peccato che poi sparino particolato di varia misura in canna fumaria senza nessun tipo di filtro, mentre per le caldaie a metano che sono molto più pulite sia obbligatorio il controllo dei fumi. Chi ha scritto le norme è un deficiente.

      • Il governo ha passato la legge sul bonus 110% che permette di efficentare edifici e cambiare caldaie verso tecnologie più moderne. Anche il cambio degli infissi è incluso, l’importante è passare alla fine a 2 classi energetiche superiori.
        Una cosa che possiamo fare tutti è andare in riunione di condominio (per chi sta in città) ben preparati sul tema e spingere in quella direzione. La possibilità di cedere il credito di imposta alle Esco ci permette di fare tutti questi lavori spendendo solo una frazione del costo finale.

        • Il bonus del 110% non è il fondamento della Green Economy.

          Si deve spingere la ricerca sulle tecnologie rinnovabili.

          Ogni abitazione deve essere energeticamente autosufficiente e ricaricare di energia elettrica almeno una vettura.

          Come ha voluto Angela Merkel con il piano casa Energie-Plus Haus.
          Una casa che produce più energia di quanta ne consumi e ricarica un’auto e una bici elettrica.

          Energie-Plus Haus è il risultato di un progetto, supportato dal governo tedesco, avente l’obiettivo di valorizzare al massimo la bioedilizia, l’efficienza energetica ed il settore delle rinnovabili.

          Partito al numero 87 di Fasanenstrasse, a Berlino, continuato al quartiere bianco funzionalista Weissenhof Estate di Stoccarda con il modulo B10 di Werner Sobek sostenuto anche da Daimler Benz sta contagiando tutta la Germania.

          I nuovi quartieri di edilizia popolare sono realizzati in questo modo.
          Edilizia industriale prefabbricata ed auto elettrica.

          Oltre le Passive House, le Aktivhaus Made in Germany.

          I risultati sono ottimi, in quanto le famiglie non pagano bollette ad eccezione del canone idrico.

          Quanto detto vale per l’edilizia residenziale pubblica, case popolari per tutti, alla portata di tutti, dove una famiglia ha una sola auto e una o più biciclette elettriche.

          L’Aktivhaus di Werner Sobek è Triple Zero, uno standard bioenergetico che definisce i requisiti che un edificio sostenibile dovrebbe idealmente soddisfare.

          Nel bilancio annuale l’edificio costituito dalle cellule abitative B10 non necessita di più energia di quanta ne generi da fonti sostenibili.

          Un edificio con costi economici alla portata di tutti, dove non si pagano le bollette di luce e gas.

          Edificio a emissioni zero.

          L’edificio non produce CO2 o altre emissioni dannose per l’uomo.

          Edificio a rifiuti zero.

          Alla fine del loro ciclo di vita, tutti i componenti possono essere completamente trasferiti a cicli biologici o tecnici. L’immobile può essere rinaturalizzato senza siti contaminati o altri residui.

          Questo dev’essere l’obiettivo politico, non il bonus del 110%.

          Obiettivo politico che ricordo venne centrato nell’immediato dopoguerra da un piccolo grande uomo con il piano INA Casa che diede agli italiani abitazioni popolari funzionali, moderne ed alla portata di tutti, declinate secondo il linguaggio dei più grandi architetti italiani del dopoguerra, Albini, BBPR, Albricci, Gardella, Ridolfi, Malchiodi, il gotha dell’architettura impegnato a progettare case popolari. Una risposta tangibile alla domanda sociale di abitazioni moderne, altro che 110%

          Oggi sembra che nessuno dei nostri politici dimostri di avere le capacità di Amintore Fanfani.

          Chi invece può, chi ha disponibilità non ha problemi.

          Chi vuole ricaricare due Tesla sa benissimo che deve rivolgersi a Tesla, oltre ad avere un’abitazione singola di ampia metratura, ben esposta, non un appartamento condominiale di edilizia economico residenziale ERP.

          Musk è stato tra i primi ad aspirare all’indipendenza energetica utilizzando le energie rinnovabili.

          Le tegole Solar Roof Tesla sono innovative tegole fotovoltaiche brevettate ad alta efficienza in vetro 3 volte più resistenti rispetto alle tegole tradizionali.
          La resistenza delle tegole solari è dimostrata. Una tegola Tesla esce indenne dall’impatto con un chicco di grandine di circa 5 cm, sparato a una velocità di 160 km/h.

          Negli Stati Uniti i tetti solari di Musk sono già arrivati alla terza generazione, adesso l’obiettivo è quello di portare i Solarglass Tesla nel resto del mondo e di venderli assieme alla Model 3 e al Powerwall.

          Le tegole fotovoltaiche chiudono così un cerchio: insieme alla batteria di accumulo Tesla Powerwall 2 e riescono a soddisfare il sogno di indipendenza energetica su tetti di abitazioni di almeno 200 mq.

          Le tegole fotovoltaiche comparate ai tradizionali pannelli fotovoltaici risultano meno produttive a parità di spazio occupato.

          Anche la manutenzione e la pulizia costituiscono uno svantaggio delle tegole solari rispetto ai moduli fotovoltaici.

          Inoltre il costo di una tegola fotovoltaica è superiore al fotovoltaico tradizionale.
          In base al loro rendimento, alle dimensioni e al modello ogni tegola viene a costare tra i 40 e i 100 euro.

          Il problema è disporre di almeno 200 mq. di superficie di copertura nella propria abitazione e risorse che non sono alla portata di tutti.

          https://www.wernersobek.de/projekte/focus-de/strukturen/aktivhaus-siedlung/
          https://www.youtube.com/watch?v=NTGRb6WMlvQ
          https://www.youtube.com/watch?v=4pu2cxFdm8Y

          • Alberto, che spataffiata!
            Il bonus per fare efficienza energetica sulle case esistenti a me pare un buon modo aiutare tutti a consumare meno per riscaldare e raffreddare. Anche a chi non ha (o magari non se la sente) tutti sti soldi da spendere per cambiare casa e prendere un appartamento di 200mq coperto di pannelli.
            Poi per carità, edilizia popolare che faccia solo case a consumo zero. Magari!

          • Non capisco fino in fondo le tue critiche al superbonus 110%. Il modello tedesco, o quello INA casa anni 60, si applicano a nuovi edifici. In Italia, però, il 95% delle abitazioni ha più di 30 anni di vita e la gran parte è ubicata nei centrki storici. La popolazione è in decrescita, il consumo dei suolo è già stato eccessivo. Che altra strada possiamo percorrere se non quella di recuperare e riqualificare il patrimonio abitativo esistente?

          • Gran parte degli edifici esistenti non sono riqualificabili funzionalmente dal punto di vista energetico e sismico. Non è una soluzione sostenibile rivestire un edificio con un involucro (cappotto) chimico come s8 faceva un tempo con Casa3Litri con polistirene espanso e adottando serramenti in polivinilcloruro.

            Nei centri storici e nuclei di antica formazione gli edifici che non si possono adeguare vanno sostituiti con i Piani di Recupero per ragioni di sicurezza e di prestazioni energetiche in quanto non si può cappottare un edificio storico e operando all’interno si ridurrebbero le superfici abitabili dei singoli ambienti oltre a creare ponti termici.

            La rigenerazione urbana prevede sempre la sostituzione in toto degli edifici.

            termine rigenerazione urbana si indica una “visione comprensiva ed integrata” che consente la risoluzione dei problemi urbani ed un miglioramento economico, fisico, sociale, e condizioni ambientali di un’area soggetta a trasformazione.

            Il processo di rigenerazione urbana deve essere basato su una dettagliata analisi delle condizioni dell’area urbana, deve essere animata all’adattamento delle strutture sociali, fisiche, della base economica e delle condizioni ambientali dell’area, deve assicurare che la strategia sia sviluppata in accordo con gli obiettivi dello sviluppo sostenibile, deve fare il miglior uso possibile delle risorse umane, economiche, sociali e deve cercare di raggiungere il consenso attraverso la partecipazione e la cooperazione di tutti gli attori interessati alla rigenerazione dell’area.

            Un progetto di rigenerazione urbana deve avere una strategia chiara ed articolata, specificare come impiegare le risorse in una visione di lungo periodo, indicare i benefici che devono essere raggiunti ed in che modo, identificare le risorse pubbliche e private coinvolte. Deve inoltre indicare i modi per integrare le politiche verticalmente ed orizzontalmente, monitorare gli outputs della strategia e valutare il loro impatto.

            Si potrebbe definire periferia il luogo in cui l’interesse del singolo prevale su quello della collettività originando uno squilibrio nell’uso e nelle funzioni degli spazi costruiti, in contrapposizione ai centri storici in cui è stato raggiunto un equilibrio stabile tra l’interesse del singolo e quello della collettività.

            Gli obiettivi sono:

            – La messa in sicurezza, manutenzione e rigenerazione del patrimonio edilizio pubblico e privato, ricordando che nelle zone a rischi sismico risiedono oltre 24 milioni di persone, mentre altri 6 milioni convivono con il rischio idrogeologico.

            – La drastica riduzione del consumo del suolo e degli sprechi degli edifici, energetici e idrici, promuovendo “distretti energetici ed ecologici”, se è vero che il consumo energetico negli edifici ad uso civile, per il riscaldamento, raffrescamento e l’acqua calda sanitaria, è pari a 29,0 Mtep (milioni di tonnellate di petrolio equivalente), ovvero oltre il 20% del consumo totale.

            – La rivalutazione degli spazi pubblici, del verde urbano, dei servizi di quartiere.

            – La razionalizzazione della mobilità urbana e del ciclo dei rifiuti.

            – L’implementazione delle infrastrutture digitali innovative con la messa in rete delle città italiane, favorendo l’home working e riducendo così spostamenti e sprechi.

            – La salvaguardia dei centri storici e la loro rivitalizzazione, evitando di ridurli a musei.

            – Le risorse disponibili per fare ciò provengono da:

            – La messa a sistema delle risorse dei programmi comunitari sui quali il Paese continua a procedere in modo irrazionale, senza la guida di un Piano complessivo e una adeguata organizzazione.

            – Il riequilibrio degli investimenti pubblici tra grandi infrastrutture e città, dove gli investimenti sono scesi a meno di 7 mld di euro, a fronte dei 50 del programma francese: gli stessi investimenti in infrastrutture devono essere integrati con le politiche urbane, per non diventare mero strumento di “occupazione” di breve respiro, incapaci di accrescere la competitività del Paese e la qualità dell’habitat.

            – Il risparmio derivante dalla messa in sicurezza dei fabbricati da terremoti e eventi calamitosi afferenti alla condizione idrogeologica, stimabile in 3 miliardi all’anno (dal 1944 al 2009 oltre 200 miliardi).

            – La razionalizzazione dei contributi o incentivazioni pubbliche sull’energia già in essere, ora desti- nati a politiche settoriali fuori da un progetto sintetico e generale: dal 2006 al 2011 sono stati investiti 69 miliardi sul fotovoltaico, di cui 8,5 sono stati destinati ai produttori esteri (Germania, Cina, Giappone). All’interno di un Piano di rigenerazione gli investimenti dovrebbero essere suddivisi più razionalmente tra risparmio e produzione energetica, tenendo conto che gli obiettivi 2020 comporterebbero per sistemare il “colabrodo” del patrimonio edilizio italiano una spesa di 56 miliardi.

            – La messa a sistema degli investimenti privati e pubblici per le manutenzioni ordinarie e straordinarie, oggi condotte sulla scorta dell’emergenza e senza finalità né di ordine energetico, né coordinate in un disegno generale, per un valore complessivo nel 2011 di 133 mld.

            – La messa a frutto delle dismissioni del patrimonio pubblico per raggiungere gli scopi del Piano, facendone il volano delle trasformazioni urbane sostenibili.

            – L’ideazione di strumenti finanziari ad hoc in grado di mettere a reddito il risparmio energetico, idrico e sulla manutenzione, oltre a bonus volumetrici a fronte di un impatto ambientale vicino allo zero e di innovazioni tecnologiche utili all’efficienza delle città.

            L’esito sarebbe:

            – Porre le condizioni per un risparmio complessivo a lungo termine delle risorse energetiche, naturali (acqua, terra) ed economiche degli abitanti delle città, attuando così le premesse di sostenibilità del welfare abitativo.

            – Il rilancio dell’occupazione, aumentando la capacità di spesa dei cittadini, rianimando le casse dei Comuni, aumentando l’efficienza delle città e favorendo lo sviluppo anche di altri settori.

            – Il miglioramento dell’habitat urbano, potenziando la sicurezza dei cittadini, riducendo le malattie connesse all’inquinamento e allo stress, favorendo la socialità e perciò riducendo i fenomeni di delinquenza.

            – La salvaguardia del patrimonio edilizio degli italiani e del patrimonio culturale delle città, favorendo il turismo colto e l’educazione dei cittadini.

            A fronte di obiettivi condivisi, formalizzati nel Piano Nazionale per la Rigenerazione Urbana Sostenibile, a livello centrale e periferico vanno create le condizioni e il contesto normativo per realizzarlo, per esempio con:

            – Proposizione di nuovi programmi di riqualificazione urbana basati su “distretti energetici urbani”, aree urbane all’interno delle quali ricercare l’integrazione e la valorizzazione della domanda pubblica, gli incentivi energetici, l’esigenza privata di interventi di riqualificazione sia micro che di maggiore dimensione. In sostanza una sfida di progettazione e integrazione che potrebbe delineare un nuova stagione di trasformazione urbana.

            – Rivisitazione dei contratti di quartiere a sostegno dei distretti, utilizzabili ora come “contratti di ecoquartiere”, a fronte di progetti avanzati e partecipati di sostenibilità ambientale e sociale, parametrati sulla base di standard ecologici elevati riguardanti gli edifici, gli spazi pubblici, la mobilità, il ciclo dei rifiuti, l’infrastrutturazione digitale.

            – Cooperazione progettuale, economica ed urbanistica tra pubblico e privato, connessa ad una semplificazione responsabile ed a una maggiore efficacia dell’azione amministrativa. La promozione dei concorsi di architettura, anche nel privato, per incentivare l’innovazione progettuale, favorendoli con incentivi fiscali o volumetrici.

            – Attivazione, tramite legislazione statale e regionale dei principi di Compensazione e Perequazione urbanistica, sulla fiscalità e gli incentivi. Nell’ambito della legge complessiva sul RIUSO, introdurre l’obbligo per le regioni di promulgare leggi (entro un massimo di 12 mesi) che obblighino i Comuni a ridefinire le destinazioni urbanistiche delle aree attualmente occupate da proprietà dello stato passate agli enti territoriali, quali caserme ed altri immobili demaniali comunque inseriti entro le perimetrazioni urbane. La norma dovrebbe anche dettare i tempi massimi concessi ai Comuni per individuare urbanisticamente le aree (residenziali e non) soggette al nuovo regime di sostituzione edilizia/ urbanistica.

            – Introduzione di norme incentivanti la maggiorazione sostanziale della fiscalità a carico della nuova edificazione occupante nuove aree di espansione e comunque totalmente nuova e non preesistente e contem- poranea effettiva defiscalizzazione dei nuovi interventi derivanti da precise politiche e specifiche norme basate sulla sostituzione edilizia. Tali norme ovviamentesono intese ai fini del contenimento di consumo di nuovo suolo non urbanizzato.

            – Previsione, all’interno della nuova normativa, che i Comuni possano entrare in possesso di una quota percentuale dell’incentivo urbanistico (volumetrico o di superficie) derivante dalla norma perequativa sulla trattazione di mercato dei diritti edificatori. Congruentemente con la soluzione dell’invenduto tale quota può diventare realisticamente valutabile, sia in termini di bilancio, che in termini di eventuale intervento edilizio di iniziativa comunale, oltre a conferire agli stessi Comuni capacità economiche per sostenere le procedure progettuali finalizzate alla attuazione delle nuove politiche di sostituzione edili- zia ed urbanistica.

            – Previsione di incentivazioni volumetriche, di superficie e fiscali in misura diversificata a livello territoriale in base a criteri di compatibilità ambientale, risparmio energetico e idrico massivo, di emergenze sismiche o idrogeologiche, soluzioni in house del ciclo dei rifiuti, ecc.

            – Ricorso al prevalente utilizzo di fondi da reperirsi nel privato o con istituzione di specifici eco-bond, con sinergia pubblico-privata, mediante l’introduzione di normative sulla trasferibilità dei diritti edificatori e la valorizzazione, ove esistente, del patrimonio demaniale dismesso, in grado di garantire il necessario volano alle singole iniziative. Gli strumenti finanziari innovativi devono essere in grado di mettere a reddito i risparmi derivanti dal RIUSO, in termini di risparmio energetico, idrico e dei costi di ma- nutenzione, anche tenendo conto del trend di aumenti di costo previsti nei prossimi 20 anni.

            – Introduzione di auspicabili incentivi, quale una sostanziale de-fiscalizzazione con norma transitoria degli alloggi nuovi invenduti negli ultimi 5 anni, al fine di risolvere la soluzione dell’invenduto che al momento blocca il mercato assieme ad azioni utili a rimettere in circolazione le centinaia di migliaia di locali sfitti, per rispondere al fabbisogno abitativo immediato.

            Occorre quindi, in sintesi, promuovere efficaci e concrete azioni atte a trasmettere un nuovo concetto di urbanistica non limitato al governo dell’esistente, ma in grado di far fronte all’emergenza sismica e idrogeologica, produrre un reale contenimento dei consumi energetici e ridare un significato civile e dignitoso alle periferie.

            È necessario lasciare alle spalle gli ultimi decenni di spreco e inefficienza, sostituendo l’edilizia di scarsa qualità realizzata negli anni ’60 e ’70 dello scorso secolo e riqualificando le periferie urbane: alle forze politiche, agli operatori economici privati e agli amministratori locali, si devono proporre soluzioni tecnico-amministrative atte a rendere agevole e snella l’attuazione d’interventi caratterizzati da elevata qualità edilizia e architettonica, oltre che da standard innovativi dal punto di vista energetico, ambientale e della riqualificazione sociale.

        • Con tutti i vincoli e le limitazioni che hanno messo, l’impossibilità di accedere al 110% di bonus scoraggia anche chi vorrebbe davvero fare qualcosa….

          • I vincoli che hanno messo servono a verificare di stare in certi vincoli di spesa, dato che i soldi ce li mettiamo noi (stato). Basta un amministratore competente per fare almeno l’analisi preliminare e sanare eventuali abusi edilizi. Fatto ciò, è tutto in mano alla Esco. Altro che scoraggiarsi. Certo se al primo ostacolo lasciamo stare..

          • Purtroppo hai ragione per tutta una serie di motivi che si acuiscono sugli edifici monofamigliari mentre per gli edifici plurifamigliari non è sufficiente un amministratore competente.

            Dal punto di vista al applicativo la maggior parte degli abusi edilizi, intesi come difformità edilizie con compatibilità urbanistica, non sono sanabili in quanto non sussiste la doppia conformità. Non c’era in allora, tantomeno oggi dove i parametri sono più restrittivi e inderogabili. Neppure la modifica del TUE art. 34 bis che introduce il 2% di tolleranza costruttive per limitate difformità risolve qualcosa.

  3. Non serve uno studio scientifico per dire che con le auto elettriche nelle città diminuirebbero nox e pm10 (in realtà poi la produzione di inquinanti verrebbe solo spostata altrove dove ci sono le centrali che producono energia elettrica)…. Quantificate quanta CO2 verrebbe prodotta in più o in meno, visto che è quella specie chimica la causa dei cambiamenti climatici

    • Ad oggi 40% da rinnovabili e il resto da gas. Molte meno emissioni che bruciare benzina o diesel in piccole caldaiette da 2lt.
      Lo studio scientifico serve ad indicare di quanto scenderebbe gli inquinanti.

  4. @Jacopo però smettiamola di ripetere la fake news che le emissioni verrebbero spostate in centrale perché le centrali hanno tecnologie e rendimenti diversi rispetto ai motori delle auto e il mix energetico prevede l’utilizzo di quote sempre maggiori di energie rinnovabili (attualmente in Italia siamo al 40%) per cui solo una parte dell’inquinamento verrebbe spostato mentre una parte consistente sarebbe eliminata. E tutto ciò è certificato proprio da studi che hanno verificato queste cose.

  5. La mobilità elettrica nelle città è al momento una soluzione obbligata diminuirebbero PM10, PM2,5, NOx e SO2, gas letali se respirati ogni giorno anche in minime concentrazioni.

    La produzione di energia, escludendo le fonti rinnovabili non fossili, produce inquinanti e il problema verrebbe solo spostato altrove dove ci sono le centrali termoelettriche che producono energia elettrica. È pertanto necessario che le centrali termoelettriche siano turbogas ad alta efficienza (maggiore del 70%) e che brucino metano liberando CO2 che potrebbe essere catturata.

    Eliminare il cobalto dalle batterie ed abbandonare anche il litio. Ormai tutti i ricercatori sono impegnati a produrre batterie allo stato solido in grafene o alla fluoride e supercapacitor capaci di mantenere a lungo la carica energetica.

    Spingere sulla Green Economy, sullo sviluppo economico ambientalmente sostenibile.

    Idroelettrico
    Eolico
    Combustori solari per produrre con l’idrolisi idrogeno verde ed ossigeno dall’acqua
    Fotovoltaico a concentrazione
    Solare termodinamico
    Concentratori solari con motore Stirling e generatore lineare assiale
    Tidal stream generator con turbine verticali e orizzontali a flusso incrociato
    Impianti per produrre energia osmotica a gradiente salino

  6. Non sarrebbe interessante fare un parrallelo con l’abbattimento del inquinamento che è successo nella seconda metà del ventesimo secolo nel campo ferroviario con il passagio dalla trazione a vapore a quella elettrica e su quello che succederà nella prima metà del 21° secolo sempre nel settore ferroviario con il passaggio del diesel elettrico agli autotreni H2 ?

    https://www.economie.gouv.fr/files/files/directions_services/cge/verdissement_flotte_ferroviaire.pdf

    • Perché siete fissati con l’idrogeno? A pagina 45 sembrano molto più vantaggiose le batterie (oltre ad avere il doppio dell’efficienza energetica). Boh?!

    • Sulle ferrovie c’è sempre una accesa discussione. Ha senso per le tratte non elettrificabili (per i costi), ma a sempre solo se utilizzando h2 verde. Se invece si userà quello grigio (qualcuno lo vuole chiamare blu, comunque è sempre quello da steam reforming), pare più greenwashing che altro.

      Diverso il caso di h2 da rinnovabili come agente chimico nelle industrie, dove serve proprio h2, non energia.

      Visto che abbiamo una marea di applicazioni da elettrificare (auto, camion, traghetti, riscaldamento /raffreddamento), non ha più senso dedicare l’elettricità a queste?
      Perché produrre h2 da elettrolisi per trasportarlo e usarlo in fuel cell è ancora davvero poco efficiente.
      Anche su trasporto pesante e aviazione si iniziano a vedere test con batterie.
      Per inciso il costo di una stazione per produrre h2 è parecchio alto, ha più senso che per le industrie che per la rete dei privati probabilmente

Comments are closed.