Sardegna: arriva “Pratobello” contro le rinnovabili. E il centro sinistra? Non pervenuto

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Il 4 marzo approderà nel Consiglio regionale della Sardegna la proposta di legge Pratobello: un testo di appena sei pagine, privo di dati, analisi, stime e qualunque valutazione tecnica, costruito più per opporsi alle rinnovabili che per affrontare seriamente il tema energetico dell’isola. La contraddizione più evidente è l’idea di produrre idrogeno senza prevedere impianti fotovoltaici ed eolici industriali, un’ipotesi che semplicemente non sta in piedi.

Nel frattempo, quelle stesse sei pagine denunciano il presunto disastro di pale e pannelli. Ma ignorano due centrali a carbone, uniche attive in Italia dopo lo spegnimento di Brindisi e Civitavecchia il 31 dicembre scorso, l’energia generata dagli scarti petroliferi di una raffineria che ha già divorato un tratto di costa e l’arrivo di un metanodotto che scasserà il territorio per portare nuovo gas, probabilmente americano; quello che il commissario europeo Dan Jørgensen definisce una dipendenza di cui liberarsi.

Resta da capire come si muoveranno centrosinistra e Cinque Stelle. Negli ultimi anni hanno oscillato tra moratorie e leggi sulle aree idonee, entrambe bocciate, spesso inseguendo i comitati anti‑rinnovabili più che una strategia energetica coerente. Il rischio è che, per non scontentare nessuno, finiscano per rallentare ancora una volta la decarbonizzazione della Sardegna, regione con un mix energetico ancora pesantemente fossile. Bloccare le rinnovabili non significa proteggere il territorio, ma condannarlo a più gas, più carbone e meno autonomia.

Le Regioni non possono ostacolare i piani energetici comunitari

La maggioranza di centro sinistra in Europa ha costruito il Green Deal su un principio semplice: sostituire le fonti fossili con le rinnovabili. È stato un enorme investimento politico ed economico, una scelta strategica difficile, che ha però ridefinito la direzione dell’Unione. In Sardegna, però, la rotta della giunta di centrosinistra guidata dal presidente 5 Stelle Alessandra Todde appare molto meno chiara. La proposta Pratobello, pur forte delle oltre 200 mila firme raccolte, nasce in un contesto privo di un vero dibattito pubblico tra le ragioni del sì e quelle del no. Vaielettrico è stato tra i pochissimi a ospitare entrambe le voci.

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Quarto attentato in Sardegna contro le rinnovabili

La proposta di legge si fonda sullo Statuto sardo del 1948, in particolare sull’articolo 3, lettera F, che attribuisce alla Regione competenza primaria in materia di edilizia e urbanistica. Ma lo scorso dicembre la Corte Costituzionale ha chiarito un punto decisivo: il diritto a produrre energia non può essere limitato in modo indiscriminato da una Regione. In altre parole, nessuna competenza statutaria può prevalere sui diritti fondamentali alla salute, alla tutela dell’ambiente — basti pensare all’inquinamento atmosferico generato dalle fonti fossili — e sul rispetto degli obblighi internazionali assunti dall’Italia.

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È un richiamo netto, che rende ancora più evidente quanto la discussione sarda sulle rinnovabili rischi di muoversi più sul terreno dell’ideologia che su quello della responsabilità.

I contestatori del Parco Gennargentu ora lo usano contro le rinnovabili

La Pratobello prende il nome dai moti del 1968 a Orgosolo contro gli insediamenti militari. È un riferimento politico e geografico che torna ciclicamente: alla fine degli anni Novanta, sempre a Pratobello — c’era anche chi scrive — si montò il palco della protesta contro il Parco Nazionale del Gennargentu. Quella mobilitazione affossò l’istituzione del Parco, che paradossalmente esiste ancora solo sulla carta, e che oggi viene richiamato dai contrari alle rinnovabili come area inviolabile. È curioso: trent’anni fa costruivano barricate contro il Parco, oggi lo brandiscono come baluardo da difendere.

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Manifestazione dei No Watt in Sardegna

Lo stesso vale per le aree protette, spesso evocate come scudo contro gli impianti rinnovabili, ma che in realtà spesso non vengono né avviate né rese operative. È una disputa continua, senza approdo: si osteggiano le aree protette quando si tratta di istituirle, e poi le si usa in modo strumentale per presentarsi come difensori della natura. Un gioco di specchi che finisce per bloccare tutto, senza produrre né tutela ambientale né una strategia energetica credibile.

Il grande imbroglio dell’idrogeno, si nega pure l’agrivoltaico.

L’articolo 2 della proposta di legge è un susseguirsi di divieti: niente fotovoltaico a terra e nemmeno agrivoltaico. Eppure nel mondo, e anche in Italia, esistono numerosi impianti che dimostrano la compatibilità tra produzione di energia e attività agricole o pastorali. In diversi casi l’agrivoltaico ha addirittura permesso di recuperare terreni in abbandono, portare l’irrigazione dove mancava e salvare pascoli destinati a scomparire. Per i promotori della Pratobello, invece, l’agrivoltaico sarebbe un pericolo, senza che venga spiegato il perché.

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I pannelli andati a fuoco in uno dei tre attentati contro le rinnovabili in Sardegna

Il nodo più controverso della proposta riguarda però l’idrogeno. Se eolico e solare vengono vietati, per l’idrogeno si prevede una deroga. Il testo parla di «produzione di idrogeno e conseguente generazione di energia elettrica attraverso centrale tecnologicamente innovativa alimentata con idrogeno», ma qui il controsenso è evidente: l’idrogeno verde si ottiene solo utilizzando grandi quantità di energia rinnovabile, quindi principalmente da sole e vento.

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Senza impianti fotovoltaici ed eolici industriali o altre rinnovabili – ma quali? –  l’idrogeno verde semplicemente non si produce. A quel punto restano due possibilità: o non si conosce la materia — ipotesi difficile da sostenere — oppure si immagina di produrre idrogeno da fonti non rinnovabili. La proposta Pratobello vieta proprio ciò che renderebbe possibile la produzione di idrogeno pulito e la decarbonizzazione dell’isola.

La prosopopea dell’auto consumo

Produrre energia in casa è un obiettivo lodevole, e la Regione Sardegna ha fatto bene a incentivare i pannelli per le famiglie con ISEE basso. Benissimo anche i finanziamenti agli enti pubblici, alle comunità energetiche, ai pannelli sopra serre, stabilimenti, officine, pensiline degli autobus e parcheggi. Sono interventi utili, intelligenti, socialmente equi. Ma non bastano. Non possono garantire da soli la quantità di energia necessaria per abbandonare i combustibili fossili. I numeri semplicemente non ci sono.

Eppure l’autoconsumo — insieme all’evanescente capitolo sull’idrogeno — è il cuore della proposta Pratobello. Il testo è chiarissimo: «È permessa la realizzazione di impianti per la produzione di energia rinnovabile destinati esclusivamente all’autoconsumo», purché installati su superfici già edificate o da edificare, o in aree già pianificate, soprattutto agricole, commerciali e industriali. A questo si aggiunge il capitolo sulle comunità energetiche e la valorizzazione di infrastrutture come strade, ferrovie e piste ciclabili, dove si immagina di installare pannelli su banchine e marciapiedi. È un modello che produce chilowatt, non megawatt.

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Sale il prezzo dei pannelli

Una strategia che riempie di piccoli impianti ma lascia un enorme vuoto: quello della produzione industriale necessaria per sostituire carbone, scarti petroliferi e gas. Ed è proprio questo vuoto che finisce per giustificare — indirettamente ma inevitabilmente — la presenza del metanodotto, un’infrastruttura che persino gli industriali hanno giudicato negativamente.  La proposta Pratobello, così com’è, rischia di costruire un paradosso: celebra l’autoconsumo, vieta gli impianti che servirebbero davvero alla transizione e apre la strada all’unica fonte che dovrebbe essere superata.

Il centro sinistra? Assente

I partiti del Green Deal, del Pnrr, della transizione energetica? Spariti ed evaporati.  Bocciano l’eolico nelle zone industriali o nei porti – la Sardegna non è solo porticcioli turistici ma conta diversi porti industriali – e denunciano  le minacce alla biodiversità per il fotovoltaico nelle aree agricole.  Inseguono i comitati che si indignano per pale eoliche a 30 chilometri dalla costa e stanno zitti per il benzene diffuso nell’aria dagli impianti di raffinazione. 

 

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La presidente Todde in aula durante la discussione della legge sulle aree idonee

C’è un evidente e voluta perdita di tempo che fa morire progetti di transizione energetica in attesa da anni. Chiara l’analisi del gruppo Sardi per le Rinnovabili. «Vogliamo essere onesti e realisti: è possibile che se la legge Pratobello andasse in aula sarà sia votata da un un mix di consiglieri di maggioranza e opposizione. Il problema viene dopo ed è un bel problema». Come abbiamo sempre scritto ad ogni iniziativa regionale – dalla moratoria alla legge 20 sulle aree idonee – segue una molto prevedibile bocciatura. «Varie interlocuzioni private con assessori e consiglieri (di ogni schieramento) ci hanno restituito una sola impressione: la Pratobello è più incostituzionale della legge 20. In altre parole può essere tranquillamente promulgata ma non passerebbe l’esame della Corte Costituzionale».

Una legislatura al vento

Anche se l’hanno sottoscritta oltre 200mila sardi non ha futuro. Sarà l’ennesimo espediente per perdere tempo. «Due anni sono stati persi tra moratoria e legge 20». E se la«Pratobello viene promulgata «ci saranno ricorsi alla Corte – scrivono i Sardi per le Rinnovabilie la Corte la boccia. Possiamo prevedere che il tutto durerà un altro anno e mezzo. In totale saranno passati 3 anni e mezzo e il mandato del consiglio regionale dura 5 anni». Una legislatura buttata al vento.

Piene le responsabilità del centro sinistra. «Ora ci chiediamo se la maggioranza che ci governa non abbia fatto i conti col fatto che sia difficile ripresentarsi alle elezioni senza aver mosso un dito sulle rinnovabili facendosi mettere alla berlina dal Governo che, ovviamente, farà tutto quanto in suo potere per avocare a se il tema».

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Visualizza commenti (2)
  1. Io mi accontenterei anche del 70% di rinnovabili – penso che sia difficile in tempi brevi liberarsi della raffineria – ma metanodotto e centrali a carbone sono evidentemente investimenti anti storici. Il problema non è l’arrivo della Pratobello in aula, siamo in democrazia, ma la mancanza di rigetto totale di sei pagine senza senso. La balla dell’idrogeno è la più sorprendente.

  2. ci sono gli studi di università italiane che spiegano che un mix 100% rinnovabili in Sardegna sarebbe ancora più facile e veloce da realizzare che altrove, e con un impegno ancora più minimo del solito del territorio, considerando la bassa richiesta di energia, essendo poca la popolazione e pochi i poli industriali.. sarebbero anche un indotto lavorativo molto più pulito di altro e con entrate economiche per il territorio.. io dico a 100% rinnovabili sarebbe anche una attrazione turistica ulteriore per il mondo intero

    e invece la furberia è mettere le rinnovabili nel mirino, magari con le favolette del metano via nave, dell’ idrogeno, del “nuovo” (vecchio) nuculare o persino della fusione, descritti in modo menzoniero ai non esperti come magicamente “convenienti” e “imminenti”

    le rinnovabil come capri espiatori per la frustrazione di problemi invece veri e consistenti come la progressiva cementificazione per speculazione edilizia, le aree industriali inquinate, l’assenza di lavori qualificati per i giovani (cioè non solo fare i camerieri estivi nei resort turistici per i ricchi), l’assenza di servizi, la permanenza e l’inquinamento dei poligoni militari

    — si parla dei 520 km2 di aree inquinate della Sardegna dal minuto 20 del recente servizio di Report: “Bonifiche: 1000 anni di promesse”

    — si parla della “legge salvacoste” del 2004 (anti speculazione edilizia) e del ricatto del lavoro nel film recente “La vita va così”, film che si riduce a una “macchietta” anche errata dell’isola, però un poco da l’idea della spinta costante alla cementifcazione edilizia

    la giunta precedente di centro destra se ho capito era più amica dei costruttori cementificatori, oltre che la proponente della metanizzazione dell’isola; sono gli stessi politici e imprenditori che fomentano da molti anni con i media locali le campagne attuali contro le rinnovabili

    la giunta attuale forse meglio nel non andare a braccetto con i costruttori, ma cedono su metanizzazione e blocco alle rinnovabili, perchè non hanno il coraggio di opporsi alla comunicazione antirinnovabili dettate tramite i media locali, se perdono consenso rischiano di ridare la giunta agli altri

    per cui situazione politica difficile.. però gli attuali non sono scusati, occasione persa, mi sembrano codardi e poco competenti, tirano a campare, non ci provano neanche a orientare meglio la comunicazione sul tema energia.. specie il M5S spesso le cavalca pure le bufale antirinnovabili per avere un po’ più di visibilità

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