In Sardegna questa volta scendono in piazza i favorevoli alle rinnovabili. Ieri la prima manifestazione organizzata dall’associazione Sardi per le Rinnovabili e Fimser, in una Regione dove finora si erano fatti sentire quasi esclusivamente i contrari alla transizione energetica. Comitati che hanno protestato contro l’energia pulita, restando invece in totale silenzio — un mutismo conveniente— di fronte a centrali a carbone e raffinerie. Nessuna parola nemmeno sull’approvazione della VIA per il metanodotto. Ambientalismo a corrente alternata. In piazza anche le aziende agricole, che chiedono con forza lo sviluppo dell’agrivoltaico.
Chi ferma le rinnovabili difende il fossile
Prolungare la vita delle due centrali a carbone o avvantaggiare la realizzazione del metanodotto significa fermare l’installazione delle rinnovabili. In estrema sisntesi: «Chi ferma le rinnovabili difende il fossile». Questo il messaggio lanciato in piazza dagli associati di SAPER – Sardi per le rinnovabili e di quelli di FIMSER il sindacato degli operatori attivi nelle rinnovabili.

«Siamo scesi pacificamente in piazza per dire no al metanodotto che collegherà il porto di Oristano (dove verrà installata una nave gasiera) all’area del Sulcis e no alle infrastrutture di import del Gas a Fiume Santo e ad Oristano». Un’opera che ha registrato forti critiche da parte degli stessi industriali destinatari dell’intervento.
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E se il metanodotto avanza, con l’approvazione ministeriale della valutazione di impatto ambientale, le autorizzazioni per gli impianti eolici e fotovoltaici “sono ferme. Da quasi due anni“. Questo il problema. A ogni proposta di parco eolico corrisponde una guerra mediatica dove gli amministratori locali, a volte prima favorevoli, scendono sul piede di guerra. Mutismo totale sul metanodotto che ha un impatto ambientale molto forte. Uno dei manifestanti ci dice: «Chissà cosa succede se viene approvata la VIA per un impianto off-shore rispetto al silenzio assordante del via libera al metanodotto».
Certezza per gas, petrolio e carbone, incertezza per le rinnovabili
Questa situazione di stallo nelle autorizzazioni per gli impianti rinnovabili è il risultato di una politica confusa — e talvolta volutamente tale — sia a livello nazionale sia regionale.
«L’arrivo della nuova Giunta regionale e la girandola di leggi e moratorie approvate dal Consiglio (poi bocciate dalla Corte Costituzionale) hanno creato un clima di incertezza, generando rallentamenti e divieti che hanno di fatto bloccato ogni nuova installazione».

Un blocco che rischia di far mancare i target europei, con un ritardo di –376 MW a dicembre 2025. Le conseguenze non sono solo ambientali: colpiscono l’intera filiera economica delle rinnovabili. Un colpo pesante, soprattutto mentre si continua a puntare sul gas. «Per SAPER il metano non rappresenta una soluzione né conveniente né sostenibile per la Sardegna. Non è conveniente perché, come Paese, saremo costretti ad acquistarlo dagli Stati Uniti ai prezzi stabiliti dagli USA, oggi sensibilmente più alti rispetto al periodo precedente alla guerra in Ucraina».
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Il paradosso è evidente. Almeno, quando si estraeva e utilizzava il carbone sardo, l’isola era indipendente. Oggi, invece, tutte le fonti fossili che non si vogliono dismettere sono di importazione. Le ricadute su famiglie e imprese sono già note. «Con i prezzi del gas ai livelli attuali, dopo la crisi Ucraina, molte aziende del Sulcis che lavoravano con energia termica ad alta temperatura (generata dal gas) sono state costrette ad abbandonare i siti produttivi per l’esplosione dei costi energetici. Il risultato è che da 15-20 anni centinaia di persone si trovano in cassa integrazione».
Che senso ha puntare ancora sul gas per i privati e le aziende?
Piergiorgio Bittichesu, presidente di SAPER – Sardi per le Rinnovabili, mette in fila i conti sul metanodotto. «Si sostiene che, oltre alle utenze industriali, possa servire anche le utenze private della città metropolitana di Cagliari, innestandosi su una rete che di fatto esiste. Ma ci chiediamo se un nuovo metanodotto possa reggersi economicamente sulle sole utenze di Cagliari e su quelle (potenziali, visti i prezzi) del Sulcis». Il riferimento è anche al deposito costiero del gas di Santa Giusta, a Oristano, acquistato da Snam, che finora «ha generato appena dieci allacci privati e qualche allaccio delle aziende del Consorzio Industriale dell’Oristanese». Una domanda minima. «Ci chiediamo se, con la crescita dell’elettrificazione dei consumi, abbia ancora senso dotarsi di nuove infrastrutture per il gas». Una riflessione inevitabile: se la Regione regala pannelli alle famiglie e investe centinaia di milioni nelle comunità energetiche, quale logica c’è nel promuovere il metano?
Anche il carbone viene importato
«Nello scenario sardo – osserva Roberto Schirru, portavoce di Sardi per le Rinnovabili – restano le due storiche centrali a combustione alimentate con carbone importato dall’estero». La centrale di Fiumesanto dovrebbe teoricamente essere riconvertita a gas, mentre quella di Portovesme ha avviato un lento percorso di chiusura. «ENEL ha già fatto capire che non procederà alle bonifiche, non abbatterà la ciminiera e utilizzerà l’area per realizzare un impianto BESS».

Ma sul tema delle batterie Schirru aggiunge un altro elemento: «Entrerà presto in funzione il Tyrrhenian Link, e sarà proprio il T-Link il vero stabilizzatore della rete sarda. Porterà energia dal resto d’Italia in caso di squilibri e la esporterà in caso di sovrapproduzione». Con il Tyrrhenian Link operativo — e con le rinnovabili installate secondo il target europeo di 6,2 GW — «le centrali di Fiumesanto e Portovesme diventeranno superflue».
In piazza anche le aziende agricole
In piazza, come si legge anche nei cartelli, insieme a SAPER e FIMSER erano presenti allevatori e imprenditori agricoli intenzionati a investire nell’agrivoltaico. Ne abbiamo già scritto: l’interesse per questo modello è forte anche in Sardegna, soprattutto in un periodo difficile per le aziende agricole, costrette a competere con una concorrenza globale — dal carciofo tunisino alle arance egiziane — e a fronteggiare gli effetti sempre più violenti dei cambiamenti climatici.

Proprio in questi giorni ettari di coltivazioni sono finiti sott’acqua e andranno perduti. Eppure l’agrivoltaico continua a essere trattato come un male da evitare, nonostante possa contribuire a mantenere in equilibrio i bilanci aziendali.
C’è persino chi, tra gli assessori regionali, evoca rischi per la biodiversità: timori inconsistenti, considerando che in molte aree l’agrivoltaico ha reso nuovamente fertili terreni che erano stati abbandonati.
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la Toscana è piena di aree attrezzate a serre ortofrutticole: l’impatto estetico è il medesimo del fotovoltaico a terra, ma non produce energia…anzi, ne consumano parecchia per climatizzare … Scommetto che Ortosolare invece è autonomo…
Visti gli enormi interessi sullo status quo delle partecipate statali, spero che almeno il progetto ENEL di Portovesme vada a buon fine: la riconversione a F.E.R. + B.E.S.S. sarebbe una bella dimostrazione che recupero ambientale, salute pubblica ed economia possono finalmente coincidere…