Si potrebbe definire una contro Cop, un vertice organizzato di chi si è stancato dell’inconcludenza della Conferenza per il clima organizzata ogni anno dall’Onu. Si tiene dal 24 al 29 aprile a Santa Marta, città portuale della Colombia, convocato dal governo di Bogotà e dell’Olanda. Il nome definisce il programma: è la prima edizione della “Conferenza Internazionale per la Transizione fuori dai Combustibili Fossili”, Non è l’ennesimo vertice climatico dall’esito indefinito e poco concreto: è qualcosa di diverso, nato dalla frustrazione per decenni di negoziati inconcludenti e dalla volontà di rompere finalmente un tabù geopolitico.
La scelta della sede non è casuale. Santa Marta è la più antica città di fondazione spagnola nel continente americano, e si trova nel quinto Paese al mondo per produzione di carbone. Tenere una conferenza sul phase-out dei combustibili fossili proprio qui significa portare la discussione là dove il problema è più viscerale. Dove la dipendenza dall’industria estrattiva si sente nella carne viva delle comunità locali.
La conferenza è stata pensato prima della crisi energetica in corso, ma diventa quanto mai di attualità. – Vuole essere una risposta diretta al fallimento dei negoziati della COP30, andat in scena alla fine dell’anno scorso a Belem, in Brasile. Il cui testo finale non fa alcuna menzione dei combustibili fossili. Era già accaduto qualcosa di simile dopo la COP28 di Dubai. Quando per la prima volta si era parlato ufficialmente di “transizione fuori dai combustibili fossili“, ma senza meccanismi vincolanti. La COP30 di Belém ha segnato un passo indietro persino rispetto a quell’intesa fragile, e i governi più ambiziosi hanno deciso che non potevano attendere ancora.
Santa Marta, coalizione per la fine dei fossili
La conferenza è nata dalla frustrazione verso i negoziati ONU fondati sul consenso, nei quali ogni tentativo di costruire una strategia di uscita dai fossili si è arenato. Il modello di Santa Marta è deliberatamente diverso. Non richiede l’accordo unanime di quasi duecento Paesi, ma punta a costruire una “coalizione dei volonterosi” capace di muoversi più velocemente e con maggiore concretezza.
Per tre decenni, i negoziati climatici globali si sono concentrati sulla gestione dei sintomi della crisi — le emissioni — ignorandone la causa principale. Ovvero, la proliferazione incontrollata dell’estrazione di petrolio, gas e carbone. Santa Marta vuole invertire questa logica.
La conferenza mira ad avanzare la cooperazione internazionale sulla transizione fuori dall’estrazione di combustibili fossili. In linea con la Dichiarazione di Belém sulla Giusta Transizione. L’obiettivo è identificare percorsi legali, economici e sociali per eliminare progressivamente i fossili.
Il format è strutturato su più livelli. C’è la conferenza governativa che discuterà proposte con rappresentanti della comunità scientifica e della società civile. Preceduta da una conferenza sulle scienze e le politiche della transizione. E da una conferenza dei territori liberi dai combustibili fossili e un percorso della campagna per il Fossil Fuel Non-Proliferation Treaty. Parallelamente, il People’s Summit for a Fossil Free Future è il corrispettivo della società civile alla conferenza ufficiale. Con l’obiettivo di unificare le richieste e costruire forza collettiva dal basso, culminando il 27 aprile nell’Assemblea del Popolo.
L’approccio è volutamente più pragmatico delle COP. Si tratta di un forum orientato alle soluzioni.. Non si negozia un testo, ma si costruisce una nuova realtà diplomatica. I Paesi partecipanti dovranno identificare un insieme di soluzioni concrete su cui collaborare. Un tema di grande rilevanza giuridica riguarda il sistema degli accordi di investimento internazionali.
Chi partecipa: coalizione inedita tra Nord e Sud del mondo
I partecipanti spaziano da grandi produttori sviluppati come Norvegia, Canada e Australia, a produttori in via di sviluppo vulnerabili come l’Angola, ad importatori chiave come l’UE e molti suoi Stati membri, fino a consumatori altamente esposti come Cambogia e Sri Lanka.
Il fondamento politico della conferenza è la Dichiarazione di Belém. Ventiquattro Paesi hanno firmato questa dichiarazione: Australia, Austria, Belgio, Cambogia, Cile, Colombia, Costa Rica, Danimarca, Fiji, Finlandia, Irlanda, Giamaica, Kenya, Lussemburgo, Isole Marshall, Messico, Stati Federati di Micronesia, Nepal, Paesi Bassi e altre nazioni insulari del Pacifico e dell’America Latina. Il documento impegna i firmatari a promuovere la green industrialisation, combattere i cambiamenti climatici e ridurre la povertà attraverso una transizione energetica giusta.
La Colombia ha sottolineato come i Paesi partecipanti “strategicamente importanti” rappresentino un quinto della produzione globale di combustibili fossili e quasi un terzo dei consumi mondiali. Questo significa che non si tratta di una conferenza di piccole nazioni virtuose: al tavolo siedono attori con un peso reale nei mercati energetici globali.
Anche a livello subnazionale la partecipazione è significativa. Sono presenti 47 città del Kenya, 27 degli Stati Uniti, 26 del Regno Unito, 17 del Canada, 10 della Francia, 9 dell’Australia, e varie città di Germania, Svizzera, Italia, Spagna e molti altri Paesi.
L’Italia ha rinviato l’addio al carbone
Il coinvolgimento dell’Italia a Santa Marta è avvolto in una singolare ambiguità. Secondo comunicazioni ufficiali della presidenza colombiana, il governo italiano avrebbe confermato la partecipazione alla conferenza. Una notizia che, tuttavia, non trova riscontro né sui canali ufficiali dei ministeri competenti né nel dibattito pubblico nazionale.
La contraddizione è evidente: le politiche energetiche del governo italiano appaiono in conflitto con gli impegni assunti in sede internazionale, a partire dalla “transizione fuori dai combustibili fossili” decisa a Dubai nel 2023. L’Italia ha recentemente rinviato il phase-out dal carbone dal 2025 al 2038, posticipandolo di tredici anni rispetto agli obiettivi precedentemente fissati, motivando la decisione con esigenze di sicurezza energetica.
Il 60% delle guerre legato al controllo di gas e petrolio
La conferenza si svolge in un momento di straordinaria tensione internazionale. I ministri arrivano a Santa Marta sullo sfondo di carenze di carburante in tempo di guerra, prezzi alle stelle e una corsa alla sicurezza energetica, in quello che l’Agenzia Internazionale per l’Energia ha definito il più grande shock all’offerta di petrolio mai registrato. Il conflitto in corso che vede coinvolto l’Iran e il suo controllo sullo Stretto di Hormuz, snodo fondamentale per i trasporti di petrolio e gas del Golfo, ha paradossalmente rafforzato la tesi degli organizzatori: la dipendenza dai combustibili fossili è essa stessa un fattore di instabilità geopolitica.
Oltre il 60% delle guerre è legato al controllo delle riserve di petrolio, gas e carbone. Le filiere dei combustibili fossili si intrecciano strettamente con quelle dei conflitti armati: commercianti di materie prime, raffinerie, assicuratori e compagnie di navigazione traggono profitto dalle guerre e contribuiscono ad alimentarle. Non è un caso, quindi, che Santa Marta sia diventata anche una conferenza sulla pace, oltre che sul clima.
Quali effetti pratici può produrre Santa Marta?
Nessuno si aspetta da Santa Marta un trattato vincolante. Non sono attesi grandi annunci, ma le raccomandazioni della conferenza alimenteranno una “roadmap” volontaria di uscita dai fossili guidata dal Brasile. Gli effetti concreti vanno cercati altrove: nella costruzione di coalizioni, nella definizione di percorsi tecnici, nell’accumulo di pressione politica.
Nel lungo periodo, l’obiettivo è quello di dotare il mondo di un Fossil Fuel Treaty, un trattato internazionale che faccia per i combustibili fossili quello che le convenzioni internazionali hanno fatto per le armi chimiche e le mine antiuomo: normalizzare la loro eliminazione attraverso il diritto internazionale. Un’ambizione enorme, certo. Ma Santa Marta dimostra che, per la prima volta nella storia, un numero crescente di governi è disposto a metterla sul tavolo.
Il percorso non si esaurisce in Colombia. Una conferenza successiva sarà co-ospitata nell’ottobre 2026 dai governi di Fiji e Tuvalu come evento pre-COP31, per sostenere questi dialoghi e offrire un’ulteriore piattaforma di azione significativa.


