Anche i robot agricoli italiani iniziano a farsi spazio sul mercato. In passato abbiamo raccontato la presenza nel nostro Paese del danese Farmdroid o della gamma francese di Naïo Technologies. Oggi l’Italia può contare su Field Robotics, realtà nata come spin‑off dell’Università di Bologna che, dopo la fase dei prototipi, sta consolidando la propria presenza commerciale. Le prime dieci unità sono già state vendute e distribuite in diverse regioni italiane e una macchina è già operativa anche in Spagna.
Robot agricoli: studiare le esigenze degli agricoltori
Il mercato dei robot agricoli sta entrando in una fase di maturazione. A confermarlo è Lorenzo Marconi, fondatore di Field Robotics. Lo abbiamo intervistato per capire come stanno cambiando le esigenze delle aziende agricole, quali tecnologie stanno guidando l’innovazione e quali sono le prospettive di queste macchine.

Marconi spiega che la domanda non nasce dalla tecnologia, ma «dai problemi reali dei clienti». Un esempio concreto: «Molti produttori hanno filari con interfila variabili e necessitano di macchine capaci di adattarsi a spazi che cambiano da due metri a due metri e venti o anche due metri e ottanta. Da qui è nato il trincia elettrico a carreggiata variabile, progettato per richiudersi in manovra o durante il trasporto e per regolare la larghezza di taglio fino a due metri e dieci grazie ad attuatori lineari. La trasmissione è completamente elettrica, senza cardani o pulegge, con motori direttamente in asse e giunti parastrappi». Il risultato, racconta Marconi, è «un rendimento elevatissimo perché non esiste alcuna trasmissione meccanica intermedia».
L’autonomia in campo? Otto nove ore al giorno
Il tema dell’autonomia è inevitabile. Marconi risponde con dati concreti e citando il dato di un robot venduto da tempo: «La macchina lavora regolarmente per otto o nove ore al giorno, un dato che comincia a costituire uno storico significativo. La durata, naturalmente, dipende dal tipo di lavorazione, dall’altezza e dall’umidità dell’erba e dalle condizioni del terreno, proprio come accade per le auto elettriche che d’estate si comportano in un modo e d’inverno in un altro».

Il robot utilizza un pacco batteria intercambiabile da 24 kWh. Esiste un sistema di battery swap che permette di lavorare senza interruzioni. Field Robotics ha inoltre sviluppato una ricarica da diciotto kW di potenza, capace di «riportare la batteria all’ottanta o novanta per cento in meno di un’ora». Per le lavorazioni più energivore, come i trattamenti, l’azienda sta sviluppando anche un range extender che «consente la ricarica in tempo reale direttamente sul campo».
Vendute dieci unità, una in Spagna
Sul fronte commerciale, Marconi mantiene un approccio prudente. Non è la produzione o la vendita a preoccupare, «perché esistono nicchie di mercato che comprendono i vantaggi della tecnologia». La vera sfida è l’assistenza post‑vendita, che richiede presenza costante quando si presenta un problema. Per questo «selezioniamo con attenzione i clienti, privilegiando quelli che possono diventare co‑sviluppatori. Il trincia stesso è nato da esigenze specifiche di un cliente, in un percorso di sviluppo condiviso».
Ad oggi sono state vendute una decina di macchine. «Alcune si trovano in Emilia‑Romagna, altre in Lombardia, Friuli, Piemonte nella zona del Barolo e del Nebbiolo, una in Sardegna (questa utilizzata da Persea, azienda specializzata in avocado) e una a Malaga. L’azienda sta iniziando a guardare anche al Sud Italia, sempre con cautela e con l’obiettivo di instaurare rapporti di collaborazione e sinergia con chi decide di investire in tecnologie di questo tipo».
Il mercato dei robot agricoli non è più un esperimento accademico, ma un settore che si sta aprendo, spinto da esigenze concrete come la gestione delle interfila variabili, la riduzione dei costi operativi, la necessità di lavorare in autonomia per sopperire alla mancanza di manodopera, la riduzione dell’uso della chimica e la silenziosità del lavoro.
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