Il parco eolico Sunrise Wind è tornato ufficialmente in costruzione negli Stati Uniti dopo l’intervento di un giudice federale. Si completa così la serie di vittorie legali che hanno di fatto neutralizzato il blocco imposto dall’amministrazione Trump all’eolico offshore statunitense.
Il progetto da 924 MW di Ørsted ed Eversource è il quinto e ultimo parco eolico marino a ottenere una protezione giudiziaria, riportando in carreggiata l’intera pipeline di impianti offshore attualmente in costruzione negli Stati Uniti.
La decisione arriva in un momento cruciale per il settore, alle prese con ritardi, tensioni politiche e crescenti esigenze di sicurezza energetica, soprattutto negli Stati della costa est.

Il caso Sunrise Wind
Il giudice federale Royce Lamberth, della Corte distrettuale di Washington DC, ha concesso un’ingiunzione preliminare che consente a Sunrise Wind di riprendere i lavori mentre il contenzioso legale prosegue. La sentenza blocca l’applicazione dell’ordine di sospensione emanato dal Dipartimento degli Interni, giudicato privo di adeguata motivazione e potenzialmente in grado di causare danni immediati e irreparabili agli sviluppatori.
Al momento dello stop, Sunrise Wind era completato al 45%. Una volta operativo, il parco fornirà elettricità a circa 600.000 abitazioni e attività commerciali nello Stato di New York, rafforzando un sistema elettrico già sotto pressione.
Cinque progetti, un unico fronte legale
Con Sunrise Wind, tutti e cinque i progetti colpiti dall’ordine federale hanno ora ottenuto il via libera dai tribunali. L’elenco comprende Vineyard Wind, Coastal Virginia Offshore Wind, Revolution Wind ed Empire Wind. In pratica, il tentativo dell’amministrazione di fermare l’attuale ondata di cantieri offshore è stato svuotato di efficacia.
Particolarmente significativa è la vicenda di Vineyard Wind, oggi ormai completato al 95% e già collegato alla rete. Secondo l’Environmental Defense Fund, la porzione già in funzione del progetto ha consentito ai consumatori del New England di risparmiare circa 2 milioni di dollari al giorno durante una recente ondata di freddo.

Motivazioni giudicate “insufficienti”
Uno degli elementi centrali del contenzioso riguarda la giustificazione addotta dal Dipartimento degli Interni, che aveva richiamato presunti rischi per la sicurezza nazionale. Più giudici, tra cui lo stesso Lamberth, hanno però rilevato che l’amministrazione non ha spiegato in modo adeguato come i progetti rappresentassero una minaccia concreta.
Nel caso di Revolution Wind, ad esempio, i promotori hanno ricordato di aver completato oltre nove anni di iter autorizzativo. Includendo consultazioni approfondite con il Dipartimento della Difesa e accordi formali di mitigazione su radar e infrastrutture militari.
Eolico offshore, ricetta vincente negli USA
Dal punto di vista industriale, le sentenze rafforzano la percezione che l’eolico offshore statunitense abbia ormai superato la fase più fragile. I progetti coinvolti sono avanzati, capital intensive e già integrati nei sistemi elettrici regionali, rendendo politicamente e tecnicamente complesso qualsiasi stop generalizzato.
In un contesto di crescita dei consumi elettrici, trainata anche da data center e AI, l’eolico offshore resta una delle poche fonti rinnovabili in grado di fornire grandi volumi di energia programmabile nel medio periodo. E in un Paese dove le rinnovabili sono in enorme crescita, con prospettive ancora migliori, si tratta di una fonte da cavalcare e non certo affossare.
- LEGGI anche: “Espansione delle rinnovabili e disaccoppiamento dal prezzo del gas per un futuro sostenibile” e guarda il VIDEO

