Deve rinunciare all’auto aziendale elettrica e lo fa a malincuore; ma il modello proposto non soddisfa le sue esigenze di lavoro. E’ il paradosso che ci propone il lettore M.D. chiedendoci cosa c’è che non va e chi sbaglia. Per scriverci: info@vaielettrico.it.
Il paradosso: tre opzioni, una sola elettrica inadeguata per il lavoro
“Come quadro di una multinazionale che si definisce attenta alla sostenibilità, ho appena dovuto scegliere con quale modello sostituire la mia precedente auto aziendale termica ad uso promiscuo. Grazie anche agli incentivi fiscali appena introdotti sulla quota benefit, avevo le migliori intenzioni di optare per una elettrica pura. Tuttavia, per il mio livello contrattuale, mi è stato proposto di scegliere fra tre soli modelli (un Mildhybrid, un benzina e un BEV). Tutti dello stesso gruppo automobilistico e, presumo, con un costo di leasing simile. Il modello elettrico, che pur mi piaceva tantissimo ed era prefetto per il mio uso quotidiano casa-lavoro e privato, ha un’autonomia autostradale di 140-150 km al massimo. E’ un’autonomia insufficiente a coprire, in giornata, le mie frequenti trasferte di lavoro che variano fra 300 a 600 km. E mi avrebbe costretto a pernottamenti fuori sede, onerosi per l’azienda e incompatibili con le mie esigenze familiari.
Auto aziendale: più tasse sulle termiche, meno sulle elettriche
Ho sbagliato io, l’azienda o cos’altro?
Risultato: ho optato a malincuore per il modello a benzina, rinunciando a un vantaggio fiscale di circa 100 euro mensili. Mi risulta che altrettanto abbiano fatto tutti i miei colleghi, tranne un paio.
Per concludere vi chiedo: ho sbagliato io, ha sbagliato la mia azienda, o c’è qualcosa che non va nel trattamento fiscale delle flotte aziendali?
PS: scusate i pochi dettagli, ma intendo mantenere l’anonimato„. M.D.
Un fisco strabico: è ennesima anomalia italiana
Risposta- Partiamo rispondendo alla sua domanda finale: nei suoi panni avremmo fatto la sua stessa scelta quindi certo non è lei che ha sbagliato. L‘azienda avrà fatto i suoi conti, ma di sicuro non ha dato prova di grande lungimiranza guardando solo al costo del leasing. Nel bilancio aziendale complessivo, infatti, incidono altri fattori. Lei cita gli oneri per i pernottamenti, ma aggiungeremmo altre variabili come i costi di gestione complessiva (TCO), le compensazioni per le emissioni totali, gli eventuali benefici di un efficientamento generale con autoproduzione e autoconsumo di energia elettrica e via dicendo. Nelle aziende, purtroppo, ogni manager guarda al suo orticello e al suo budget: raramente il fleet manager dialoga con l’energy manager ed entrambi con il responsabile in capo della finanza (CFO).
Il vizio di fondo, tuttavia, è nello strabismo della fiscalità applicata alle flotte aziendali. Gli sgravi fiscali appena introdotti sui benefit, sono un positivo incentivo alla transizione elettrica per i dipendenti assegnatari di auto aziendali ad uso promiscuo. Ma non rappresentano alcun vantaggio diretto, immediato e percepibile per le aziende. quindi sono poco efficaci. Ciò spiega perché l’opzione 100% elettrica sia vista dai fleet manager come un obbligo anziché come un’opportunità. E di conseguenza introdotta senza troppa attenzione a valutazioni tecniche ed economiche sui vari modelli e le rispettive prestazioni.
Anche questa è una delle tante anomalie italiane: nel resto d’Europa le flotte aziendali hanno tassi di adozione delle auto elettriche doppi rispetto ai privati, fungendo da traino alla transizione; mentre da noi sono addirittura inferiori. Solo una fiscalità premiante anche per le aziende, come chiedono a gran voce tutti gli stakeholder delle mobilità sostenibile a partire da Motus-Ee Unrae, può rovesciare la situazione.
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