I monumenti storici sardi come arma di distrazione di massa contro le rinnovabili, per continuare a fare affari alle spalle dell’ambiente e della salute pubblica con carbone, petrolio e, ora, anche con il nuovo arrivato: il metano.
In questi giorni i comitati contro la “speculazione energetica” hanno organizzato una manifestazione davanti alla Basilica di Saccargia: un flop di partecipazione, ma strombazzato come un successo. Poi la gazzarra al consiglio comunale di un paese, con le solite facce a fischiare e ironizzare sui pro‑eolico. Nel mirino il repowering nei comuni di Nulvi e Ploaghe delle turbine presenti da vent’anni e difese dal sindaco — della stessa maggioranza uscente — come occasione di sviluppo. Contro fake news e violenza, mentre c’è chi impunemente sui social inneggia ad attentati contro eolico e fotovoltaico, si schiera Legambiente Sardegna con la presidente Marta Battaglia.
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Il paesaggio sardo è in trasformazione continua
La Sardegna è il regno del wilderness, e giustamente esistono aree di altissimo valore paesaggistico e naturalistico che non possono essere alterate. Ma l’isola è grande e presenta anche zone profondamente segnate dall’industrializzazione degli anni Sessanta e Settanta con il Piano di Rinascita e dal petrolchimico di Stato. A partire dagli investimenti dei Moratti — poi gli asset ceduti di recente alla multinazionale Vitol — che hanno compromesso il paesaggio di Sarroch. Per non parlare delle ciminiere delle centrali a carbone affacciate sul mare o dell’industrializzazione fallita di Ottana. E senza dimenticare i rottami industriali del Sulcis.

Neppure la pastorizia è stata innocua: un terzo del suolo agricolo è in via di desertificazione a causa del sovrapascolo. A questo si aggiungono la trasformazione paesaggistica dovuta a tralicci e linee elettriche, alle costruzioni turistiche e alle zone artigianali. Nel bene e nel male, una parte importante dell’isola si è trasformata.
Fake news: tutte le balle su fotovoltaico e ondate di calore
La critica alle rinnovabili come elemento di distruzione del paesaggio assume quindi toni grotteschi. E non è vero che “tutti i sardi” siano contrari: è una narrazione costruita, ben sostenuta dalle lobby dei fossili, come dimostrano la decisa presa di posizione del sindaco di Ploaghe e il rifiuto dei cittadini di Ittiri di partecipare a manifestazioni percepite come estranee.

Sul tema interviene Marta Battaglia, presidente di Legambiente Sardegna, che parte dalle manifestazioni di Saccargia e dintorni per sottolineare una verità: «Chi parla di tutela del paesaggio dovrebbe chiedersi quale paesaggio resterà da proteggere se continueremo ad alimentare la crisi climatica bruciando carbone o gas per produrre energia elettrica, quando abbiamo sole e vento con cui sostituirli».
Un territorio frutto dell’interazione fra uomo e ambiente
Riprendiamo alcuni passaggi dell’intervento di Battaglia. «Chi ha visitato la Basilica di Saccargia almeno una volta conosce il fascino di questa chiesa romanica che sembra ferma nel tempo, una porta verso un passato che ci fa sentire straordinariamente vicini alle nostre radici e fieri della nostra cultura. Affascinati dal monumento, facciamo più fatica a mettere a fuoco il paesaggio che la circonda: aperto, articolato nella morfologia, segnato da secoli di stratificazioni in cui sono riconoscibili i segni dell’uso agropastorale e forestale, dell’industrializzazione e dell’infrastrutturazione – strade, tralicci, ecc.- che hanno accompagnato l’arrivo della modernità».

E si passa ad analizzare i dettagli di trasformazione di questo monumento. «Neanche Saccargia è rimasta identica a sé stessa: volendo tralasciare l’ampliamento più antico, i restauri di fine Ottocento hanno ribassato il pronao di diversi filari, aperto la bifora sulla facciata e disegnato nel campanile le trifore, bifore e monofore al posto delle severe finestre antecedenti, consegnandoci un monumento non meno significativo, ma diverso dall’originale». La Basilica che conosciamo non è quella originale.
«Il paesaggio è, anche qui a Saccargia, il risultato dell’interazione continua tra uomo e ambiente, che ogni generazione eredita e a sua volta interpreta e riorienta. Quello che dobbiamo chiederci oggi, quindi, non è se sia ancora lecito plasmare il territorio intorno a simboli identitari di tale valore, ma quali nuove relazioni paesaggistiche siamo in grado di immaginare e quali processi possiamo mettere in campo per governare le prossime trasformazioni».

Turbine in azione da 20 anni
«Tra Nulvi e Ploaghe le turbine sono presenti da anni. A volerle cercare, se ne individuano alcune in lontananza (a circa 5 km) dalla statale che costeggia la Basilica e alcune si affacceranno dalla collina – ridotte a pochi millimetri di altezza dalla distanza – anche dopo l’intervento di ammodernamento previsto per l’impianto». Scenario ben diverso dai fotomontaggi che attaccano le pale alla Basilica con chiaro intento distorsivo e disinformativo.
«Una convivenza in corso dal 2004 che prosegue adeguandosi ai tempi attuali; quelli che rendono disponibili nuove tecnologie, più efficienti e sicure, ma anche quelli che segnalano l’urgenza di un cambio di passo. Da qualche anno il paesaggio della Sardegna fatica a rimarginare le ferite progressive di un clima impazzito a causa dell’uomo: siccità estreme, temperature eccezionali e insufficiente umidità al suolo, laghi e fiumi che scompaiono, incendi e disseccamenti dei boschi, agricoltura in crisi. Queste sono le trasformazioni irreversibili che dobbiamo temere e che già oggi stanno cambiando in peggio il paesaggio che vorremmo tutelare».
«È con questo spirito che Legambiente guarda al repowering dell’impianto eolico tra Nulvi e Ploaghe e agli altri che potranno venire, nella consapevolezza che sostituire macchine vecchie con altre più efficienti, più alte ma in numero minore, sia una scelta intelligente per quella decarbonizzazione che non la politica, ma il nostro territorio ci impone: a fronte di una modifica già avvenuta, ormai intrecciata con le dinamiche socio-economiche e che non genera nuovi conflitti territoriali, avremo meno turbine e meno suolo impegnato, un ridotto impatto visivo complessivo, più energia pulita a disposizione».
Che paesaggio resterà d proteggere senza rinnovabili?
«Chi si batte contro il repowering invocando la tutela del paesaggio dovrebbe chiedersi quale paesaggio resterà da proteggere se continueremo ad alimentare la crisi climatica bruciando carbone o gas per produrre energia elettrica, quando abbiamo sole e vento con cui sostituirli. Chi governa, d’altro canto, dovrebbe garantire a cittadine e cittadini gli strumenti culturali e scientifici necessari per essere parte attiva nei processi e comprendere perché alcune trasformazioni, come quelle legate alla produzione di energia da rinnovabili, possano curare l’interesse collettivo più della conservazione a prescindere dello status quo».

«Non è la campana di vetro che isola la rosa del Piccolo Principe la soluzione per proteggere l’eccezionalità del fiore, ma la scelta coraggiosa e consapevole di entrambi nell’affrontare la relazione con quanto succede intorno. La vera domanda, davanti a Saccargia, non è dunque se le turbine siano una componente legittima o no di quel paesaggio nel secondo Millennio, ma se lì come altrove siamo disposti a praticare linguaggi nuovi per affrontare il dialogo ineludibile tra il nostro passato e il futuro che vogliamo».
Una politica silente, l’energia lasciata ai No Watt
Una voce fuori dal coro quella di Battaglia in un contesto politico dove la Regione brinda solo per i divieti agli impianti rinnovabili, le sue leggi sono in parte bocciate come incostituzionali e chiede di accelerare sul metanodotto. Il gas di cui molte aziende fanno a meno: da Ichnusa al cementificio Buzzi. Il metano? Resterà per usi civili. In direzione contraria e ostinata rispetto alla direttiva case green.

Assordante il silenzio sulla proroga al 2038 delle velenose centrali a carbone. Il centro destra si mimetizza per non rischiare il consenso. I politici del Campo Largo sono in apnea e il “campo” è lasciato a noti sovranisti a volte pregiudicati con la fedina penale ben sporca. E quindi sui social e non solo si legge pure delle rinnovabili come responsabili delle ondate di calore. Nessun sprezzo del ridicolo.


