Il 2025 segna una svolta inattesa per le energie rinnovabili in Italia: per la prima volta dopo anni di crescita continua. Le nuove installazioni calano, passando da 7,5 a 7,2 gigawatt, con una flessione di quattro punti percentuali. Una battuta d’arresto che arriva in un momento quanto mai delicato, quello della crisi energetica innescata dalle tensioni militari nel Golfo Persico, i cui effetti sulle bollette di famiglie e imprese si faranno sentire solo nei prossimi mesi.
Il paradosso è stridente: mentre l’Italia rallenta, il resto d’Europa spinge sull’acceleratore. Nel 2024 l’Unione europea ha installato oltre 65 GW di nuova capacità rinnovabile, con Germania, Spagna e Polonia in testa per volumi di fotovoltaico ed eolico. La Commissione europea punta a coprire il 45% dei consumi energetici con fonti pulite entro il 2030. E molti Stati membri stanno già correndo per centrare l’obiettivo. L’Italia, che pure dispone di un potenziale solare tra i più alti del continente, rischia di restare indietro proprio quando la posta in gioco è più alta.
«Non dobbiamo farci illusioni: questa crisi che sta incidendo sui prezzi elevati dell’energia non sarà di breve durata», ha avvertito Anna-Kaisa Itkonen, portavoce della Commissione europea. Parole che suonano come un monito diretto a Roma.
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Le rinnovabili hanno evitato 3,5 miliardi di euro l’anno in costi energetici aggiuntivi
Eppure i numeri raccontano anche un’altra storia, quella dei benefici già conseguiti. Come ha anticipato il Sole-24Ore, i dati della piattaforma CIRO, aggiornati al 2025 dalla rete Italy for Climate, mostrano che le rinnovabili hanno consentito al Paese di evitare 3,5 miliardi di euro l’anno in costi energetici aggiuntivi. Merito del raddoppio della potenza installata tra il 2008 e il 2024 — da 24 a 51 GW — e dell’aumento della produzione elettrica da fonti pulite, passata da 54 a 112 miliardi di kWh. Il risultato è una riduzione della dipendenza energetica dall’estero: dall’83 al 76% del fabbisogno totale. In termini concreti, oltre 30 milioni di barili di petrolio o 5-6 miliardi di metri cubi di gas in meno ogni anno.
«Le rinnovabili sono una delle chiavi per migliorare la sicurezza energetica e stabilizzare i prezzi», ha spiega al quotidiano economico Andrea Barbabella, responsabile scientifico di Italy for Climate. «La situazione attuale ci mostra la spirale della dipendenza: petrolio e gas sono concentrati nelle mani di pochissimi Paesi, e le forniture sono minacciate dai nuovi conflitti».

Tra il 2021 e il 2025 l’Italia ha realizzato appena il 31% del target fissato a 80 GW entro il 2030
Sul territorio nazionale, tuttavia, la transizione energetica avanza a velocità molto differenziate. Il Lazio guida la classifica per nuovi impianti rinnovabili, con un incremento del 129% dei megawatt installati negli ultimi cinque anni, e ha già raggiunto il 56% del suo obiettivo al 2030. Seguono Friuli Venezia Giulia (46%) e Trentino Alto Adige (42%). In coda si trova la Valle d’Aosta, paradossalmente virtuosa — produce più energia di quanta ne consumi grazie all’idroelettrico — ma che negli ultimi cinque anni ha installato solo l’11% del contingente assegnatole. Nel complesso, tra il 2021 e il 2025 l’Italia ha realizzato appena il 31% del target fissato a 80 GW entro il 2030: nei prossimi cinque anni dovrà recuperare il 69% restante.
A complicare il quadro si aggiunge la riforma del mercato elettrico, che porterà l’Italia da un prezzo unico nazionale a un sistema di prezzi zonali. Chi ha investito di più nelle rinnovabili potrà beneficiarne in bolletta, ma l’attuazione — prevista per il 2026 — tarda ad arrivare. Il rischio di sperequazioni territoriali è concreto, e Regioni come Liguria, Emilia Romagna e Lazio, dove le fonti verdi coprono meno del 12% dei consumi, partono già svantaggiate. La sfida è aperta. E l’Europa non aspetta.
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L’attuale governo “conservatore” vuole conservare anche gli antichi legami con i fossili, ossia gas e petrolio; le partecipazioni e le nomine negli enti chiave spingono sempre e comunque per preservare storici oligopoli; a parte gli interessi a mantenere lo status quo temo che vogliano anche “tirare la corda” per far accettare agli italiani ciò che con un famoso referendum era stato stoppato, ossia la generazione di energia con centrali nucleari nazionali: se gli italiani saranno abbastanza esasperati dall’aumento dei costi energetici avranno sicuramente maggior facilità a far accettare l’introduzione di centrali di taglia “normale” o SMR / AMR (come nelle “finestre di Overton” non manca mai qualche ministro, giornalista, imprenditore od opinionista pronto a difenderne l’indispensabilità sui vari media).
Siamo ancora lontani dalle elezioni e ancora non si sentono dibattiti seri su politiche energetiche ed industriali riadattate ai nuovi contesti.
Temo che l’atavica “risorsa” italiana, ossia l’individualismo, sarà l’unica “ciambella di salvataggio” 🛟 a disposizione di privati, aziende e magari enti locali con sufficienti risorse e “visione strategica” per progettare e realizzare quanto prima propri strumenti di autoproduzione ed accumulo energetico per mettersi al riparo dai presenti e futuri salassi ormai inevitabili.
Dispiace perché perdiamo e continueremo a perdere competitività ed occupazione (che a loro volta causeranno mancanze nei servizi pubblici -sicurezza, sanità, istruzione etc – e nella sostenibilità delle pensioni per chi si sta avvicinando al fatidico momento in questi anni).
Buona fortuna a tutti.