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Quei timidi incentivi alla mobilità sostenibile

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Il documento finale della nuova Strategia energetica nazionale (Sen) presentato dal Governo il 10 novembre 2017 fissa obiettivi di sostenibilità ambiziosi: bando al carbone entro il 2025, 28% del fabbisogno energetico totale coperto da fonti rinnovabili, e 55% per la sola produzione di elettricità, entro il 2030, riduzione delle emissioni di CO2 del 39% entro il 2030 e del 63% entro il 2050.

E mette sul piatto una cifra senza precedenti, 175 miliardi di euro, così ripartiti: 30 miliardi per le reti elettriche, 35 per le fonti rinnovabili, 110 per l’efficienza energetica. Anche se qualcuno si sarebbe aspettato di più, ritenendo i tempi e la tecnologia ormai maturi per ipotizzare un passaggio totale all’energia green entro il 2050,  il compromesso raggiunto fra sostenibilità ambientale e fattibilità economica ci sembra coraggioso.

Molto meno coraggiosa, anzi, decisamente timida, è invece la strategia adottata nei confronti della mobilità. Quando il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda   parla di  “un incentivo per svecchiare il parco auto circolante” e di una transizione verso “diversi modelli, gas, elettrico, ibrido“, tra l’altro legandola ad una larga intesa bipartisan in Parlamento, altro non fa che sottolineare tutto l’imbarazzo della politica nel maneggiare misure che potrebbero cozzare contro gli interessi della principale, se non unica, azienda italiana dell’automotive, cioè la Fca di Sergio Marchionne.

Una scelta coraggiosa e tecnicamente ineccepibile, infatti, sarebbe stata quella di concentrare gli incentivi sui veicoli effettivamente a zero emissioni, cioè gli elettrici puri, o al massimo gli ibridi “plug in” in grado di viaggiare a inquinamento zero almeno all’interno di tutte le aree urbane.  Su entrambi i fronti, però, il campione nazionale è in forte ritardo ed è praticamente l’unico costruttore di rango mondiale a non aver già in fase di sviluppo alcun veicolo full electric o ibrido “plug in”. Ecco allora l’ambiguo allargamento dei possibili target a più generici veicoli ibridi, o addirittura a quelli a gas metano e Gpl, questi ultimi unico cavallo di battaglia, per la verità un po’ sfiatato, della gamma Fca.

Entrambi fanno meno danni rispetto a diesel e benzina tradizionali, ma, con miglioramenti soltanto percentuali, né gli uni né gli altri risolvono alla radice il problema delle emissioni inquinanti, che siano i gas serra (CO2) o le polveri sottili responsabili dello smog che incombe quasi costantemente sulla Pianura Padana. Il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti annuncia trionfalmente che l’obiettivo del Governo è avere 5 milioni di auto elettriche circolanti entro il 2030. Ma in realtà questo sarà il risultato di un trend di mercato già metabolizzato nei programmi produttivi dei grandi costruttori di auto mondiali e già ampiamente in atto da anni in tutti i Paesi sviluppati, dove addirittura si ragiona su come accelerarlo per arrivare entro il 2030 al bando totale dei tradizionali motori endotermici, quantomeno dei diesel.

La rivoluzione tecnologica della mobilità elettrica è già in atto. Prendere altro tempo non servirà a rallentarla, ma potrebbe metterci in condizione di esserne solo comprimari.