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Quando il doping è nella bici

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Le bici a pedalata assistita,vietate nello sport agonistico, possono essere un ottimo aiuto per chi non rinuncia alla strada. Il nuovo nemico per l’Uci riguarda i “trucchi” meccanici

Il ciclismo professionistico si trova da qualche anno a dover fronteggiare un nemico scomodo e piuttosto nebuloso, quello cioè del cosiddetto doping meccanico. Piccolissimi motori elettrici nascosti, che niente hanno a che vedere con quelli delle bici da passeggio da nonni, capaci di aiutare gli atleti ad aumentare la potenza della pedalata nei momenti fondamentali della gare ciclistiche.

L’Uci detta le nuove regole
Da appena un paio d’anni l’Uci si è data un insieme di regole che le permettono di intervenire durante e dopo le corse; infatti a partire dal Tour de France 2016 i commissari dell’unione ciclistica hanno iniziato ad usare degli speciali tablet atti a scovare il doping meccanico. Le tv pubbliche francese e tedesca France 2 e Ard hanno mandato in onda lo scorso 2 settembre un documentario che mostra come questi tablet siano apparentemente inutili (il video correlato è dell’archivio di Raisport).

Diavolerie magnetiche
C’è poi il caso della ruota a induzione magnetica, che costa oltre 20 mila euro (ma per i comuni mortali se ne trovano anche a 200 euro) e che viene additata come ultima diavoleria in un uso ai ciclisti professionisti. Tre ricercatori la passano e ripassano al tablet: il grafico non si scolla dallo zero. La ruota è una semplice ruota da bicicletta, almeno per il tablet. I raggi X mostrano invece le placche a induzione e i cavi per la trasmissione di energia, perfettamente schermati dal carbonio. In questo modo il motore sta direttamente sulla ruota e si alimenta con la batteria e la cinesi, un po’ come avviene per certi orologi da polso.

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