Una ricerca condotta dall’università di Harvard ha rivelato che le aree più vicine a una centrale nucleare mostrano tassi di mortalità più elevati dovuti a casi di tumore. Non è stata però evidenziata una connessione diretta con le radiazioni. Ma i dati convergono e ora devono essere spiegati
C’è da scommetterci: la ricerca appena pubblicata sulla rivista Nature Communications e coordinata da Petros Koutrakis, professore di salute ambientale alla Università di Harvard, verrà ampiamente citata da chi si oppone alla costruzione di nuovi reattori. La cosiddetta “Rinascita nucleare” a livello globale ha ripreso vigore soprattutto grazie ai nuovi sviluppi che riguardano la tecnologia Smr (small modular reactor).
Ma che cosa ha messo in evidenza lo studio arrivato dall’ateneo di Boston? Ha analizzato la mortalità per tumore nelle contee situate entro 200 chilometri da 70 impianti statunitensi e sei canadesi, nel periodo 2000-2018. E ha utilizzato i dati dei Centers for Disease Control and Prevention . Correggendoli per reddito, stili di vita, obesità, qualità dell’assistenza sanitaria e variabili ambientali.
Nucleare, crolla il “sogno” nei mini reattori: troppo costosi e troppe scorie
Nelle aree entro 200 km dalle centrali nucleari il rischio di tumori è più elevato del 15-20 per cento
Il risultato: le aree più vicine agli impianti mostrano tassi di mortalità per cancro più elevati. Tra i 45 e gli 85 anni – la fascia che ha vissuto più a lungo nei territori considerati – il rischio di morte risulta superiore del 15-20% rispetto alle zone più lontane. L’effetto diminuisce progressivamente con la distanza, fino a scomparire oltre i 30 chilometri. I ricercatori stimano circa 6.400 decessi in più l’anno attribuibili alla residenza in prossimità di una centrale. Non viene però dimostrato un nesso causale diretto con le emissioni radioattive: la correlazione esiste, ma le cause restano da chiarire.
Lo studio arrivato dagli Stati Uniti farà discutere come già avvenuto in passato. Come ha ricordato il sito specializzato QualEnergia “ricerche più estese, concentrate sulle leucemie infantili intorno alle centrali nucleari, avevano dato risultati contraddittori: lo studio KiKK, su 16 impianti tedeschi nel 2007, rivelò un raddoppio dei casi attesi entro i 5 km dalle centrali, con un aumento rilevabile fino a 20 km”. Lo studio francese Geocap del 2012, “pur confermando un aumento dei tumori entro i 5 km dalle 19 centrali del paese, aveva ottenuto risultati simili, ma solo per gli anni 2002-2007 e non prima“.
Il tema si inserisce in un contesto europeo già segnato da forti resistenze locali verso nuovi impianti. E si somma alle criticità economiche e industriali del cosiddetto “nuovo nucleare”. I piccoli reattori modulari (SMR), spesso presentati come soluzione flessibile e sicura. Ma non hanno ancora dimostrato di poter competere sui costi con fotovoltaico ed eolico. Soprattutto se integrati con sistemi di accumulo sempre più efficienti.
Ritardi e sforamenti di budget continuano a caratterizzare i progetti nucleari di nuova generazione. Mentre il costo del chilowattora resta superiore a quello delle rinnovabili. Per un Paese come l’Italia, privo di miniere di uranio e di una filiera industriale dedicata è un problema. Un eventuale ritorno all’atomo significherebbe dipendenza dall’estero per combustibile, tecnologia e gestione delle scorie.


