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Niinivirta, i primi otto camion elettrici d’Italia

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C’è una sola azienda in Italia che usa camion elettrici: è la Niinivirta Tarnsport Spa, di Tribiano, in provincia di Milano. Ne ha in flotta addirittura otto. Paolo Ferraresi è il visionario spedizioniere che l’ha creata e che la guida. 

Quando Paolo Ferraresi ha letto che per il rapporto annuale Enel-Ambrosetti E-mobility revolution  «in Italia non circolano camion elettrici» ha fatto un salto sulla sedia. «Io ne ho otto già in servizio _ sbotta _. Altri tre mi arriveranno a settimane. Sono il primo e per ora l’unico in Italia». E’ proprio così. Andandolo ad incontrare nel quartier generale della sua Niinivirta Transport ne abbiamo trovato uno in carica nel piazzale dell’ azienda, un secondo è rientrato poco dopo, terminato il giro della mattina. Siamo a Tribiano, un piccolo comune industriale alle porte di Milano.

Spedizioniere in salsa svedese

Niinivirta è uno spedizioniere specializzato nei collegamenti con i Paesi scandinavi. Il principale cliente è il colosso dell’abbigliamento svedese H&M, per il quale rifornisce tutta la rete distributiva italiana. Il camion che ogni giorno fa il giro dei negozi di Milano ne porta addirittura le insegne. E’ un mezzo 100% elettrico da circa 10 tonnellate di portata, batteria da 150 kWh, autonomia di 200-250 km, 150 kW di potenza.

Lo produce un’azienda olandese, la E-Moss, basandosi su telaio Daf.  Niinivirta ne ha altri tre con caratteristiche analoghe e un quarto, da 16 tonnellate scarrabile,  basato su telaio Man. E’ arrivato un mese fa e costa 295 mila euro, cinque volte il prezzo di uno analogo Diesel. Gli altri costano poco meno, attorno ai 200 mila euro. Sono stati tutti acquistati nell’arco degli ultimi tre anni. Ma la storia elettrica di Ferraresi cominciò ancor prima, nel 2014, con due piccoli camion dell’inglese Smith, oggi fallita.

Paolo Ferraresi e Kevin Morstabilini

Da bravo “pioniere”, però, lo spedizioniere lombardo non li ha dismessi: «Mi sono attrezzato per gestire in casa l’assistenza e li ho mantenuti in servizio, uno a Torino, l’altro a Firenze. Ci siamo fatti un’esperienza sul campo e ormai siamo in grado di effettuare gran parte delle riparazioni in perfetta autonomia. Monitoriamo tutta la nostra flotta elettrica con la telediagnosi, così arriviamo sul posto con le idee molto chiare e i pezzi di ricambio in mano».

Metà camionisti, metà collaudatori

Merito di Kevin Morstabilini, figlio del primo camionista alle dipendenze di Ferraresi, perito elettrotecnico e camionista a sua volta. «Questi camion _ dice _ sono prodotti quasi artigianalmente, in piccola serie e molto lontano da qui. Ovvio che nell’uso quotidiano vengano a galla piccoli problemi: il filo che si stacca, il contatto difettoso, il surriscaldamento di qualche componente. Alla fine noi facciamo anche i  collaudatori. Ma nel complesso siamo soddisfatti. Sono mezzi molto confortevoli per chi li guida, ideali per circolare nelle città. A patto che si programmino molto accuratamente i percorsi: non è consentito sbagliar strada». E i costi? «Oggi sono ancora alti. Un camion tradizionale se sei efficiente lo ammortizzi in due anni, uno elettrico in cinque _ risponde Ferraresi _.

Un grafico tratto dal sito di E-Moss. Mostra che dopo 5-6 anni un camion elettrico è più conveniente di uno tradizionale.

Da quel momento in poi, però, spendi molto meno per carburante e manutenzione. al massimo 0,7-0,8 euro al chilometro».  Ma è evidente che non ha scelto l’elettrico per guadagnare. L’ha fatto un po’ per pazzia,   come lui stesso ammette ricordando che alla sua età (ha 67 anni) corre ancora in macchina in un campionato Fis, un po’ per assecondare la sua vena ambientalista maturata in tanti anni di frequentazioni scandinave, e infine per «dare un futuro all’azienda, troppo piccola per competere con i giganti internazionali». Il futuro, scommette, sarà elettrico, almeno per l’ultimo miglio. «H&M ha già deciso che entro qualche anno pretenderà che il 50-60% delle sue consegne sia ad emissioni zero _ spiega _. Gli altri seguiranno. Niinivirta sta facendosi le ossa per presidiare quella nicchia».

Il risparmio di CO2 è certificato

Intanto si è fatto certificare da Green Router per offrire ai clienti il conto esatto della CO2 risparmiata a ogni consegna. E con Abb sta progettando il lay out della nuova sede, che avrà impianto fotovoltaico integrato a un sistema di colonnine di ricarica fast charge.  Insomma, la scommessa elettrica continua. «Penso che la rivoluzione stia proprio partendo. Ai camion manca quel pizzico di autonomia in più che consenta di completare il percorso medio giornaliero senza soste per la ricarica. Oggi siamo sui 200-250 chilometri, bisognerà arrivare attorno ai 300-350. Non manca molto: stanno scendendo in campo i grandi costruttori che sicuramente daranno una bella spinta alla tecnologia e ridurranno i prezzi industrializzando la produzione. L’altro salto di qualità deve farlo la politica. Meno burocrazia per la certificazione dei mezzi e regole più stringenti per l’accesso dei camion inquinanti alle città».

Un altro camion in arrivo da Messina

E-Moss produce anche un minibus su base Fiat Daily

Racconta infatti che ha dovuto fare otto cause al Comune di Milano (tutte vinte) per altrettante multe ricevute in base a un cavillo sulle misure dei suoi camion.  In attesa che arrivino i mezzi griffati dai grandi costruttori (più che al Semi della Tesla, Ferraresi guarda l’altro californiano, Thor) Ferraresi punta anche su una start up italiana, messinese per l’esattezza. Si chiama Newtron è sta sviluppando un mezzo da trasporto elettrico medio su base Iveco. Niinivirta ne ha opzionato uno (altri due in arrivo sono uno ancora di E-Moss e uno di un costruttore tedesco). «Che pioniere sarei _ dice _, se non sperimentassi strade nuove? Mi diverto e se posso do una mano a una nuova realtà italiana. Mi arrabbio ancora pensando che questo Paese ha perduto perfino la Magneti Marelli…».

Dalla Finlandia con amore

Prima di salutarlo, un’ultima domanda. Anzi quella che ci frulla in mente da quando abbiamo saputo di questa azienda dal nome così strampalato: Niinivirta? «E’ una storia curiosa. I Niinivirta sono una famiglia finlandese che anni fa controllava tutti i trasporti da e per la Russia. La loro azienda era un colosso della logistica. Io lavoravo per loro e fondai una società, in Italia, che battezzai con il loro stesso nome. Poi loro sono falliti e io sono rimasto l’unico Niinivirta Transport al mondo».