Dovevano essere i Giochi della sostenibilità, sono stati quelli dello spreco energetico. Almeno in alcune aree temporanee viste durante le Paralimpiadi: generatori diesel, tende scaldate con resistenze elettriche, aria calda sparata in spazi aperti, luci accese di giorno e porte lasciate spalancate. Dopo l’articolo sulla mobilità elettrica a Milano-Cortina , l’amico Ivone Benfatto, ingegnere elettrotecnico, ci ha inviato una nuova testimonianza. Chiedendosi: quanto c’è davvero di sostenibile dietro la macchina organizzativa dei Giochi?
L’entusiasmo per le gare, l’amarezza per quello che ho visto
di Ivone Benfatto
Con mia moglie abbiamo deciso di assistere ad alcune gare delle Paralimpiadi invernali. La scelta è nata per più ragioni: i costi erano più accessibili rispetto alle Olimpiadi, sia per i biglietti sia per il soggiorno, e c’era anche il desiderio di essere presenti per sostenere da vicino atleti che affrontano sfide straordinarie e meritano grande attenzione e rispetto.
Dal punto di vista sportivo è stata un’esperienza bellissima. Gare intense, appassionanti, piene di colpi di scena. Siamo usciti entusiasti. Tanto che l’ultima sera ho già cercato su Internet quando ci sarà la prossima occasione per assistere a un’altra competizione paralimpica internazionale.
Ma accanto all’entusiasmo mi sono portato via anche una sensazione opposta: amarezza.
Perché accanto allo spettacolo dello sport ho visto anche uno spettacolo molto meno nobile: quello dello spreco energetico. E, da ingegnere elettrotecnico con competenze nella gestione dell’energia, faccio fatica a trovare una definizione più adatta di questa: le Olimpiadi dello spreco energetico.
Il diesel dietro la facciata green

La prima cosa che mi ha colpito è stata la presenza di generatori diesel temporanei usati per alimentare illuminazione, tende, container, uffici mobili, aree di servizio, magazzini e negozi di merchandising.
La domanda è semplice: si sarebbero potuti evitare?
Per quello che ho potuto vedere, spesso sembrava di sì. Diverse strutture temporanee risultavano già alimentate dalla rete. In un caso, vicino a un’area servita da generatori diesel, era presente anche una cabina di distribuzione. E quando la potenza disponibile dalla rete non basta, esistono anche soluzioni provvisorie: collegamenti temporanei, cabine mobili, installazioni dedicate o sistemi più avanzati di alimentazione locale.
Per questo l’impressione non è stata quella di una scelta obbligata, ma della soluzione più comoda e più sbrigativa. In altre parole: si è preferito il “basta che funzioni” al “facciamolo bene”; si è preferita la logistica del momento alla visione del futuro; si è preferito il vecchio mondo, purché travestito da evento moderno.
Oppure, più banalmente, è mancata la programmazione: invece di richiedere per tempo l’allacciamento alla rete elettrica, con il necessario preavviso per predisporre cabine e cavi, ci si è ritrovati all’ultimo momento con zone senza alimentazione. E così si è finiti nella più classica delle soluzioni tampone: il generatore diesel, tirato fuori come rimedio d’emergenza a un problema che si sarebbe potuto evitare.
Gasolio per alimentare stufe elettriche
Il punto più assurdo, però, è un altro. In diversi casi, l’energia prodotta dai generatori diesel non veniva usata solo per luci o piccoli servizi. Veniva usata anche per alimentare sistemi di riscaldamento a resistenza. Tradotto: si brucia gasolio in un motore diesel, si perde una quota enorme di energia primaria, e solo una parte, intorno al 30%, viene trasformata in elettricità, poi utilizzata per produrre calore con stufe elettriche.
È difficile immaginare una catena energetica più inefficiente. Il tutto, per di più, spesso con generatori che apparivano sovradimensionati rispetto al carico reale, quindi ancora meno efficienti.
Se proprio si dovesse usare gasolio per riscaldare, sarebbe quasi più razionale usare direttamente una caldaia. O, almeno, recuperare il calore del motore per scaldare i locali. Invece no: gasolio per fare elettricità, elettricità per fare calore con resistenze, invece che con pompe di calore.
Non è innovazione. È spreco energetico organizzato.
Una tenda da 45 kW per riscaldare 80 m²

Uno degli esempi più clamorosi riguardava una tenda adibita a negozio di gadget e prodotti brandizzati. All’interno ho contato tre apparecchi di riscaldamento da 15 kW ciascuno. Totale: 45 kW. Quarantacinque kilowatt per scaldare una tenda di circa 80 m².
Chiunque abbia un minimo di familiarità con gli impianti termici capisce subito il problema: una tenda ha un isolamento termico quasi nullo. Quindi gran parte del calore immesso se ne va immediatamente all’esterno. In pratica si continua a consumare energia per inseguire una dispersione continua. Non si tratta di “fare comfort”. Si tratta di buttare energia in un involucro che non la trattiene.
E il paradosso è ancora più evidente se si pensa che una potenza di questo ordine, se usata in modo efficiente, può contribuire a riscaldare diversi appartamenti.
Qui invece serviva per vendere gadget, mentre il calore se ne andava fuori quasi in tempo reale.
Aria calda all’aperto
Un’altra scena che mi ha colpito è stata quella dei controlli di sicurezza all’ingresso dell’area gare.
La struttura, anche qui una tenda, proteggeva in parte da neve e pioggia, ma restava sostanzialmente aperta verso l’esterno. E vicino alle postazioni erano presenti diversi termoventilatori, anche questi da 15 kW, che soffiavano aria calda in spazi aperti alle intemperie.

Capisco benissimo la volontà di rendere meno pesante il lavoro di chi passa ore al freddo. Ma anche qui bisogna essere seri: non si riscalda un ambiente praticamente aperto con qualche getto di aria calda. Si consuma solo energia per ottenere un effetto modesto e temporaneo.
Sarebbe stato probabilmente più sensato fornire al personale e ai volontari un equipaggiamento termico adeguato: giacche, guanti, copricapo, indumenti tecnici davvero pensati per stare al freddo. Invece si è scelta la soluzione più appariscente e meno razionale.
Porte aperte, luci accese di giorno
Accanto ai grandi sprechi, ce n’erano altri più piccoli ma molto rivelatori. In molte strutture ho visto porte lasciate aperte e luci accese anche durante il giorno. Certo, in alcuni casi l’illuminazione supplementare può essere necessaria per esigenze televisive o scenografiche. Ma questo non giustifica un’accensione continua e generalizzata.
Il punto è semplice: quando manca una vera attenzione ai consumi, gli sprechi piccoli si sommano a quelli grandi. E alla fine raccontano tutti la stessa cosa: nessuno sta davvero governando l’energia con rigore. A giudicare dai risultati, tra i tanti manager del comitato organizzatore sembrerebbe mancata proprio la figura dell’energy manager.

“Ma era tutto a noleggio”
L’obiezione è prevedibile: si trattava di strutture temporanee, di attrezzature a noleggio, di materiali destinati a essere riutilizzati altrove. Quindi non si poteva pretendere troppo.
Secondo me è vero il contrario. Proprio perché queste attrezzature vengono poi riutilizzate, Milano-Cortina poteva essere l’occasione perfetta per spingere il mercato verso soluzioni migliori. Tra l’altro molte apparecchiature, in particolare generatori e torri faro, apparivano nuovissime. Segno che per questa occasione qualcuno ha probabilmente investito e acquistato mezzi nuovi.
Ed è qui che sta la vera occasione persa.
Se devi rinnovare il parco mezzi, perché continuare a comprare le solite tecnologie sprecone? Perché non usare un evento di questa portata per chiedere prodotti più efficienti, più intelligenti, più coerenti con la sostenibilità proclamata?
La sostenibilità non si annuncia, si pratica
Alla fine, il punto è tutto qui. La sostenibilità non si misura nei comunicati stampa.
Né si misura nei loghi verdi o nelle parole “transizione” e “innovazione”.
Si misura nelle scelte concrete. Nel modo in cui alimenti le strutture temporanee; nel modo in cui riscaldi gli ambienti; in come riduci le dispersioni o eviti sprechi banali e prevedibili.
Per questo, pur conservando un ricordo bellissimo delle gare e dell’emozione autentica delle Paralimpiadi, faccio fatica a essere indulgente su ciò che ho visto sul piano energetico.
Perché qui non si tratta di una piccola sbavatura. Si tratta di una contraddizione evidente.
Se dietro la facciata dei Giochi sostenibili si ritrovano generatori diesel, stufe elettriche alimentate a gasolio, tende riscaldate con decine di kilowatt, aria calda sparata in spazi aperti, porte lasciate aperte e luci inutilmente accese, allora bisogna avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome.
Altrimenti il rischio è che Milano-Cortina venga ricordata non come un modello di innovazione, ma come l’ennesimo evento in cui il green era soprattutto una parola buona per i manifesti.
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Grazie Ivone per questa analisi di una tematica che in effetti viene ignorata.
Non ci si rende conto di quanto lo spreco, spesso, sia ovunque.
Soprattutto quando i soldi sono pubblici. Gli eventi organizzati da privati molto spesso sono più efficienti. Proprio perchè il bilancio conta davvero.
Questo evento si sapeva sarebbe stato una voragine economica. Quindi avranno pensato il classico “chissenefrega”.