Via agli espropri per la costruzione del metanodotto in Sardegna, senza manifestazioni di piazza, raccolte firme, sit‑in, proposte di legge, appelli o il consueto tam tam sui social che ora diventa un leggero brusio. E senza reazioni politiche: tace il Campo Largo al governo regionale, mentre il centrodestra furbescamente evita di esporsi, ma vola alla corte di Meloni per bloccare perfino l’agrivoltaico. Per una singola pala eolica — per di più in una zona industriale — si era scomodato persino un prete, mentre sul metano che, secondo le stime Arera, i sardi pagheranno caro, regna un assordante silenzio. Tutti spariti.
Cinque pagine di avvisi di esproprio
Se la presidentessa Alessandra Todde, per chiedere e ottenere lo stop a 30 impianti dedicati alle rinnovabili — un terzo dei quali agrivoltaici — è volata a Roma, sul metanodotto i sardi hanno scoperto tutto dai quotidiani La Nuova Sardegna e Corriere della Sera. Ben cinque pagine di avvisi di esproprio per il progetto “Metanizzazione Sardegna – Tratto Centro‑Sud” di ENURA S.p.A., società di Snam. Non un singolo comune, ma decine, dalle province di Cagliari al Sulcis Iglesiente, dal Medio Campidano fino a Oristano. Mezza Sardegna attraversata dai tubi del metano.
Per molto meno — pochi ettari in un solo paese — si erano mobilitati i sacri custodi della natura, gridando al disastro ambientale. Per pochi alberi che saranno reimpiantati da Terna, nell’ambito di un’opera fondamentale per una decarbonizzazione sicura come il Tyrrhenian Link, si è scatenato il finimondo. Qui, invece, parliamo di centinaia di chilometri interessati e anche di aziende agricole coinvolte.

Applicando i parametri dei No Watt, sarebbe un “gran disastro”. Ma soprattutto si tratta del ricorso a una tecnologia di transizione che nel 2050 dovrà essere superata. E che, a regime, comporterà un aggravio stimato in oltre 200 milioni nelle bollette dei sardi.
Si elettrificano i consumi ma si punta sul metano
La Regione, giustamente e lodevolmente, ha investito sui pannelli domestici — letteralmente regalati — e sulle comunità energetiche, parlando di un impegno da un miliardo. Un segnale chiaro di una crescente elettrificazione dei consumi: lo confermano l’aumento delle auto elettriche (ancora con percentuali ridotte rispetto ad altri contesti), la diffusione degli autobus a batteria — Cagliari si avvicina all’80% di mezzi a emissioni zero — e gli investimenti europei per l’alimentazione elettrica delle navi. Senza adeguare i porti entro il 2030, molte navi saranno costrette a fare rotta altrove nel Mediterraneo.
Gli agricoltori sardi scrivono alla Regione: “Stop ai divieti sull’agrivoltaico”
Una tendenza forte e strutturale verso l’elettrico: entro il 2030 le nuove abitazioni dovranno essere a emissioni zero, quindi alimentate da energia elettrica. Una traiettoria che però si scontra con la scelta di puntare sul gas per produrla. Gas importato da Paesi instabili o dagli Stati Uniti. Altro che indipendenza energetica.
La denuncia di Saper, i sardi per le rinnovabili
Decisa e immediata la denuncia di Saper, sardi per le rinnovabili, che sottolinea come «Il progetto prevede una FSRU, una nave rigassificatrice ancorata a Oristano (qui gli industriali hanno espresso forti critiche Ndr) ma la popolazione da servire è il sud della Sardegna e l’Iglesiente. Qualcuno vuole spiegarci la logica?».
Sardegna: sotto attacco anche il fotovoltaico su aree industriali
Le ipotesi sono due: servire l’area urbana di Cagliari? In questo caso ci si scontra con il processo di forte elettrificazione in atto. La seconda ipotesi punta sul Sulcis: «Si vuole portare energia termica ad alta temperatura nel Sulcis per far riaprire, grazie al gas sul tubo, aziende che hanno chiuso 20 anni fa proprio per via dei prezzi del gas crescenti? Perché chiariamolo: rispetto a 20 anni fa i prezzi del gas sono ancora cresciuti. Intanto i lavoratori che operavano in quelle aziende sono ancora in cassa integrazione. Siamo sicuri che se arriva il gas questi tornano a lavorare? E quando ci sarà il gas?». Tante domande in attesa di risposta.
Serve energia per l’industria, ma proprio in Sardegna c’è un esempio virtuoso: il cementificio Buzzi Unicem di Siniscola, alimentato soprattutto da un campo fotovoltaico. Insomma per tante aziende sarde c’è un’alternativa. Naturalmente non si può fare con i pannelli sui tetti.

Saper sottolinea che «i comitati antitutto che si battono con tanta energia contro ogni impianto eolico e fotovoltaico sono stranamente silenziosi». Non mancano post sui social di alcuni e alcuni comitati contro il metano ma è ben poca cosa rispetto al “volume alto” contro le rinnovabili. E a questo primo tratto che taglia il Sud Sardegna si potrebbe aggiungere il tratto Nord, altre centinaia di chilometri dedicati al gas.
E la giunta? “Fare subito il metanodotto”
Tutta la prosopopea contro l’accelerazione del Governo sulle rinnovabili, insieme agli ostacoli alla transizione — dalla moratoria ai ricorsi — rende il centrosinistra sardo un caso raro nel panorama internazionale: l’unica coalizione progressista che frena eolico e fotovoltaico e, al contrario, si batte con forza per il gas.
Eppure il metanodotto attraversa centinaia di chilometri, entra nelle aziende agricole e coinvolge decine di Comuni che non hanno deciso nulla. Un’opera calata dall’alto. Ma sostenuta dalla Regione. Lo confermano le parole dell’assessore all’Industria Emanuele Cani: «Dobbiamo vigilare affinché le opere possano essere realizzate nel minore tempo possibile». È scritto in un comunicato del 25 settembre scorso.

«Il Dpcm ci metterà nella condizione di utilizzare il gas metano, soprattutto a fini industriali, nella fase transitoria verso la giusta transizione energetica, garantendo una fornitura congrua e stabile a favore del sistema industriale, nonché favorendo l’utilizzo dei bacini urbani già realizzati per i quali sono state investite ingenti risorse pubbliche». La chicca finale: « La perequazione del prezzo del gas, che finalmente equiparerà la Sardegna e i sardi al resto del Paese».
Arera però nel suo recente documento parla di un investimento previsto di 1,45 miliardi di euro (il CAPEX a regime), con costi operativi pari a 157 milioni l’anno nel periodo 2035-2040. L’onere in bolletta ammonterebbe a 285 milioni di euro annui, ovvero il costo complessivo da recuperare attraverso i corrispettivi tariffari, con un rincaro del 13-14% sulla tariffa di trasporto del gas. Non sembra così conveniente questa operazione, almeno per i cittadini sardi.
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Evidentemente qualcuno ci guadagna.
Per fare questo lavoro quanti alberi verranno abbattuti e i macchinari che servono per quest’opera inutile quanta CO2 emetteranno, più tutti gli altri inquinanti ?
👏
Non capisco questa avversione mi risulta che tutti i centri abitati da anni abbiano realizzato una rete urbana del gas che oggi vengono alimentari da depositi comunali ubicati nella periferia dei paesi
Sono investimenti paragonabili alla Liquichimica di Saline Joniche negli anni 70, che hanno impoverito intere zone senza portare sviluppo.
I frutti dell’opera di disinformazione durata anni. Ma anche la mancanza di politiche efficaci di informazione e di incentivazione sulla transizione energetica.
Sembra una follia, impianti che segneranno il territorio ma per avrere una utilità ridotta e di pochi anni, e sempre dipendenti da importazione via nave e rigassificatori, da fonte energetica estera, costosa e ad alta impronta di Co2
copio dal documento Snam:
” La configurazione prevista in Fase 1 prevede la realizzazione di circa 304 km di gasdotti, di cui:
— circa 162 km risultano di rete nazionale
— e circa 142 km di rete regionale
PS: “perecuazione” credo (?) significhi che per le bollette del gas il sovracosto verrà spalmato a livello nazionale, non solo regionale, così come per altre opere di potenziamento fuori tempo massimo della rete gas Italiana in programma
Frutto dei nostri politici assoldati all’America, e l’america non vuole la transizione ecologica perchè dobbiamo usate il loro gas.
Più chiaro di così