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L’Italia rischia di diventare il cimitero dell’automobile

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L’Italia rischia di diventare un cimitero dell’automobile. Tagliato fuori da un futuro prossimo in cui i veicoli elettrici guadagneranno quote di mercato.

L’Italia rischia, l’elettrico cresce e noi siamo fermi al palo

Forse chi ci governa dovrebbe cominciare a farsi delle domande. L’industria dell’auto in questo Paese (come nel resto d’Europa) è sempre stata una fonte fondamentale di reddito e occupazione. Ma ora lo scenario sta cambiando: le auto elettrificate nel vecchio Continente sono già al 25% di quota di mercato. E all’interno di questa torta la fetta delle elettriche pure (e in una fase transitoria delle ibride plug-in) cresce mese dopo mese. Gli investimenti sulle auto a batterie sono enormi, creano nuovi posti di lavoro che andranno a compensare gli organici che si perdono nelle fabbriche di veicoli tradizionali.

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La presentazione dell’unica elettrica prodotta in Italia, la 500, con il capo della marca Fiat Olivier Francois.

Peccato che di questi miliardi di euro stia facendo indigestione un Paese come la Germania che vuol essere nell’elettrico ancor più protagonista di quanto è nei motoricaldi“. Non sono solo i costruttori locali a investire: piovono capitali da ogni dove. Ne citiamo solo tre tra i tanti. La cinese CATL sta costruendo la sua fabbrica di celle a Erfurt, mentre SVOLT, altro produttore cinese, ha appena annunciato  che investirà 2 miliardi nel suo impianto di produzione nel Saarland. Per non parlare di Tesla, che ha scelto il Brandeburgo per la sua Gigafactory europea.

L’Italia rischia, c’è l’incognita della fusione FCA-PSA

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Al comando: Carlos Tavares

E l’Italia? Al momento di significativo c’è solo l’hub elettrico di FCA a Mirafiori, dove si produce la 500 elettrica e si completano batterie fabbricate da altri. Poi, sempre di FCA, c’è la linea di montaggio della fabbrica di Melfi da dove escono le due Jeep plug-in, la Renegade e la Compass. È pochino per un Paese con la nostra tradizione industriale. E anche sui futuri investimenti di FCA pende un bel punto di domanda. Il 4 gennaio il gruppo di John Elkann approverà la fusione con la francese PSA (Peugeot-Citroen-Opel). Non illudiamoci che sia un’unione tra pari, il timone sarà saldamente nelle mani dei francesi, che nomineranno il n.1 (Carlos Tavares) e avranno la maggioranza in consiglio. E soprattutto avranno costantemente l’ombra del governo francese a vigilare che non si tocchino gli interessi (soprattutto occupazionali) transalpini. Parigi è anche azionista di PSA e tale resterà nella società post-fusione, che si chiamerà Stellantis. E il nostro governo? Non pervenuto, per intervenire aspetta i cosiddetti “tavoli di crisi”, quando i buoi saranno già fuori dalla stalla.

Un governo distratto assiste senza batter ciglio

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John Elkann di FCA.

Non illudiamoci che il management di Stellantis consideri Francia e Italia come due figli alla pari, è l’esperienza di queste fusioni a dimostrarlo. Anzi, ce lo insegna proprio l’unione tra Fiat e Chrysler che ha dato vita a FCA. Dobbiamo riconoscere che il tanto discusso Sergio Marchionne ebbe un occhio assai benevolo nei confronti dell’Italia. Soprattutto con una mossa: portare in Basilicata, proprio a Melfi, la produzione di modelli che più yankee non si può come le Jeep. Del resto sono i documenti depositati per la fusione con PSA a dimostrare che i francesi avranno un ruolo dominante, come scrive Andrea Malan in un articolo per Automotive News Europe. Che ne sarà delle tante fabbriche italiane che producono auto tradizionali? Intendiamoci: il passaggio all’elettrico sarà graduale, ma ci sarà e nel tempo le produzioni tradizionali ne risentiranno. In Germania, con tutti gli investimenti in corso, sono convinti che non si perderà un posto di lavoro, il n.1 di Volkswagen Group, Herbert Diess, lo continua a ripetere. Ma l’Italia rischia: dove sono le nuove opportunità per sostituire i reparti che qua e là saranno costretti a chiudere?

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24 COMMENTI

  1. personalmente , dato che l’Italia è fatta di piccole imprese specializzate
    molte nate dall’outsourcing delle grandi negli anni 80 e 90
    punterei ..
    SULL’AFTERMARKET
    se ci fosse una legislatura meno demenziale , una TUV sul modello tedesco
    sono sicuro che ci sarebbe il BOOM dei retrofit elettrici
    per veicoli e ciclomotori
    in Corea una ENORME parte del fatturato automotive arriva dall’AFTERMARKET !!
    provate a immaginare , con il ritmo evolutivo dell’elettrico
    si parla di 300Wh kg entro 2/5 anni e 400Wh kg entro 5/10
    significa nuove batterie per potenziare/trasformare plug-in e ibride in ev a costi ragionevoli
    creando occupazione per installatori e chi produce i kit per le “vecchie” auto

    sui destini di una multinazionale con sede Amsterdam (sede legale) e domicilio fiscale a Londra ..
    “non me ne pò fregà de meno”

    anche se dovessero fare l’auto più bella del mondo
    per me sono e restano una parte della classe dirigente che ha depredato l’Italia per 50 anni

    ricominciamo dalla PMI , che fornisce pezzi a tutto l’automotive MONDIALE , FCA inclusa ..
    diamogli la possibilità di fornire ANCHE artigiani , meccanici e Hobbisti

    my 2 cent

    • Sottoscrivo quanto dici sul TUV. Se avessimo il TUV avremmo il doppio delle imprese impegnate nel campo dell’auto.

    • Ma come! Poi magari qualcosa potrebbe cambiare!

      Rifirmare il sistema automobilistico, ne parlai a vanvera una ventina d’anni fa per consentire modifiche più estensive, anche di potenza… A posto che poi uno se ne prendesse la responsabilità… Oddio! Poi la ha cosa prendere piede e chissà che magari si chiede il conto anche a persone che vogliono stare tranquille!

      Al tempo ovviamente tutto mi diedero del pazzo furioso ma adesso avete una legislazione più elastica sarebbe stato oro… Per le PMI? Non sia mai!

      👏👏👏👏

    • Pero’ ci sono voluti 100 anni perche’ FCA diventasse un’azienda di spessore internazionale..perdere la sua produzione vorrebbe dire avere migliaia di persone senza lavoro e le nuove PMI sarebbero comunque dipendenti da aziende straniere senza sapere se sopravviveranno alla competizione nei prossimi anni…Secondo me lo stato italiano dovrebbe fare come quello francese intervenendo direttamente nelle scelte aziendali a tutela dei nostri stabilimenti..

  2. Quando non hai più gli occhi per piangere non puoi pensare che grossi gruppi vengano a fare investimenti miliardari qua da noi dove grazie ad una politica ottusa dal dopoguerra fino a poco tempo fa ha evoluto le auto/ferro vie da firenze in giù in strade per calesse e ferrovie a partenza controllata dai cellulari dei capostazioni che si prenotano il binario unico a scartamento ridotto. Prima servono le infrastrutture poi gli investimenti arriveranno: intanto il tempo passa e le occasioni pure. Ma di cosa ci meravigliamo se poi il consenso lo diamo tutti i gg a quei quattro fannulloni che tra fake sui social e finte manifestazioni è proprio la loro politica che ci hanno ridotto così?

  3. non voglio piangere sul latte versato ma, una ventina di anni fa ed oltre abbiamo rifiutato e messi addirittura dazi per evitare che la Toyota entrasse in Italia per fabbricare la Yaris e la Honda di montare le moto a Chieti. Orbene con notevole ritardo insisto di fare pressione all’attuale ministro degli esteri di prendere far visita in America (Tesla) Giappone, Corea e anche in Germania per portare investimenti nel settore autotrazione in Italia. Possiamo inviare una petizione al ministro?

  4. Fossi in questo governo, investirei invece sull’idrogeno. Non che lo ritenga una soluzione migliore dell’elettrico, ma è l’alternativa sulla quale stanno investendo in pochi (e ci sono tantissimi fondi della comunità europea da intercettare). La mobilità del futuro sarà divisa tra elettrico ed idrogeno: ad oggi l’ago della bilancia pende a favore dell’elettrico ma ci sono dei limiti strutturali per cui l’idrogeno rimane una realtà difficilmente sostituibile. Se un domani l’idrogeno risolverà alcuni problemi di fondo, potrà anche sorpassare l’elettrico.

    Visto che oggi tutti i paesi e tutte le aziende stanno investendo fantastiliardi di soldi nella corsa all’elettrico e alle batterie (e sfido l’Italia a fare meglio di chi ha più soldi e più mercato …), è molto più furbo arrivare primi a competere nell’altro settore, scioccamente trascurato da tutti i grandi player. Non c’è solo l’auto ad idrogeno ma anche bus, camion, treni, mezzi da lavoro, etc.

    • A livello di infrastruttura di rifornimento e ricarica si può dire che lo Stato italiano sta investendo sia sull’idrogeno (attraverso la Snam) sia sull’elettrico (attraverso Enel X). Quel che manca clamorosamente è la produzione di batterie e di mezzi dai trasporto: auto, camion, bus…Nella European Battery Alliance, per esempio, creata e finanziata dall’Unione Europea, la presenza italiana su 500 tra aziende e università è sì qualificata, ma decisamente marginale rispetto ai Paesi con cui abitualmente ci confrontiamo.

      • Quoto Paul Brown. E aggiungerei che in Italia il governo e’ troppo impegnato a fare scelte demenziali che a creare occupazione , sperando che ci sia sempre qualcuno disposto a prestarci denaro. che dovremo ( non so come ) poi restituire.

      • In Italia abbiamo un solo ed unico problema: i burocrati.
        Se le procedure fossero meno complicate e più veloci, non avremmo tutti questi problemi economici, ma se per montare un gazebo, devi far mangiare 2 persone al comune, immaginatevi voi quante persone vogliono mangiare su qualche migliaio di automobili.
        Finché ci sarà il fratello/cugino/zio/amico, che deve entrare a far parte della casta statale, non avremo mai un’economia valida e funzionale.

  5. L’Italia non rischia un bel nulla. Rischiare qualcosa, significa averla e poterla perdere. Il Paese era già fallito prima del Covid. Ha un debito impossibile da ripianare, una giustizia irriformabile, una cozzaglia di piccoli feudi non scalfibili, e tanta, tanta, tanta impreparazione. Il governo cosa può fare? Nulla. Dovrebbe avere piena libertà d’azione, ma non ce l’ha. E’ ora di finirla col pensare che a tutto ci sia rimedio. Se va bene, diventeremo una provincia l’Europa. A chi pensa che questo sia un pensiero negativo, rispondo di si’, lo è tanto quanto negativa si mostra la realtà che rappresenta.

  6. Perché continuare ad aspettarsi qualcosa da FCA/Stellantis ? Bisogna permettere a nuove aziende di crescere e occupare spazi lasciati liberi da altri. Si chiama rigenerazione del tessuto industriale.

  7. A chi? Al bibitaro? Sai che gliene frega a lui… Abbiamo dei pescatori sotto sequestro e non se ne fa nulla.. figurarsi andare a intercettare investimenti in giro.

    Scusate lo sfogo.
    Sul da farsi concordo con Nello; frega nulla di chi ha preso per decenni finanziamenti pubblici e alla prima occasione ha portato le tasse in Olanda. Se c’è modo si lavoro pro PMI e tante care cose

  8. Purtroppo Fiat è sempre andata a rimorchio degli altri…non investe e preferisce allearsi con chi ha già gli impianti x produrre auto elettriche ( Peugeot)

  9. Credo che l’articolo non rappresenti a pieno la realtà produttiva automotrice Italiana, il maggior fatturato per l’Italia è dato dalla Germania che fa produrre molti componenti per le loro auto alle nostre aziende comprese quelle elettriche…bisogna solo detassare ‘industria in generale in modo che divenga appetibile per investitori esteri come lo è nel resto dei paesi europei.

    • È vero, Mauro, però senza grandi industrie a fare da catalizzatore non si va da nessuna parte. Tanto più che in momenti di crisi come questo i colossi tendono a privilegiare il proprio Paese, vedi la Volkswagen che, approfittando della transizione all’elettrico, sta riportando in Germania un sacco di lavorazioni. Poi non c’è dubbio che molti fornitori italiani lavorino con una qualità tale da essere difficilmente scalzatili, ma Le assicuro che il problema c’è. E resta il grande tema della fusione FCA-PSA, che sembra sempre più a trazione francese. Quel che ci chiediamo tutti è: se in futuro ci sarà capacità produttiva in eccesso, dove si faranno i tagli? Le assicuro che “tagliare” in Francia è molto complicato.

  10. Gentilissimo Direttore,

    purtroppo l’italia ha 2 disgrazie (e dai miei post passati i concetti emergono):

    – i petrolieri;
    – la fiat.

    Il tutto condito dal clientelarismo che avvolge politici, imprenditori, uomini di vocazione, uomini di giuramento ecc.

  11. Che siete estremamente polarizzati e di parte era palese, e fin qui va bene. Leggo spesso facendomi una risata i vostri articoli strapompati. Sono d’accordo anche io che sarà il futuro della mobilità l’elettrico e tutto quanto. Le nostre città e le abitudini non sono pronte mettetevelo in testa, serve un cambiamento LENTO e costante. Quindi per cortesia, almeno date le percentuali corrette. I dati dell’Acea – associazione dei costruttori – parlano chiaro: la quota delle auto elettriche sale al 7,2% in Ue nel secondo trimestre. Ben diverso dallo sbandierato 25%.

    • Prima di ergersi a maestrini, bisogna saperli leggere gli articoli. C’è scritto molto chiaramente che la quota del 26% (non 25) è riferita alle auto elettrificate, non elettriche. La differenza non è di poco conto: il termine “elettrificate” comprende anche le ibride di tutti i tipi, comprese le plug-in. Spiace che qui a sbandierare ci sia solo Lei e purtroppo sbandiera un errore abbastanza grossolano. Cordialità.

  12. Mi sono lamentato pochi giorni fa con una rappresentante del M5S del consiglio regionale della Regione dove risiedo (Friuli Venezia Giulia) riguardo alle fonti rinnovabili e alla mobilità sostenibile prendendo a paragone quanto sta facendo la Gran Bretagna…
    Mi aveva risposto via SMS che “l’Italia è indietro anni luce” alla Gran Bretagna.
    Dato il mio disappunto, e conseguente mail di lamentela non ho mai avuto risposta.
    A mio parere partire con pensieri negativi non porta niente di buono, anzi, ritengo necessario reagire all’immobilismo politico del nostro Paese, senza false promesse…
    L’Italia deve puntare TUTTO sulla mobilità sostenibile (avendo praticamente poco petrolio e metano propri, a prescindere dal fatto che sono fonti fossili) e soprattutto spingere sugli investimenti alle fonti di energia rinnovabili, in modo da rendere il Paese autosufficente dal punto di vista energetico.

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