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Lightyear One, l’aurora dell’auto solare

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La startup olandese ha mostrato a Katwijk il primo esemplare della propria gamma, denominato Lightyear One. Lo ha fatto al sorgere del sole, simbolico inizio di una nuova era per l’automobile.

Tempo d’azione

Grandi cose possono accadere da piccoli inizi“. Così ha dichiarato nel discorso introduttivo Alastair Humphreys (esploratore britannico e testimonial del brand), riassumendo con efficacia lo spirito pioneristico della giovanissima società dei Paesi Bassi. D’altronde, la necessità di preservare la Terra impone una rivoluzione dei comportamenti di ciascun abitante del pianeta. “Ognuno di noi ha la possibilità di compiere una scelta: fare qualcosa oppure non fare nulla” – ha aggiunto Alastair.

Il mantra dell’efficienza

Proprio in nome di questo bisogno d’azione, Lex Hoefsloot, CEO e cofondatore di Lightyear, ha ricordato alla platea che “l’azienda è nata per trovare una soluzione al problema ambientale legato alla mobilità“. Secondo Lex e i suoi colleghi, la via della sostenibilità risiede nell’impiego di una risorsa pressoché illimitata: il Sole. Espediente tanto efficace teoricamente quanto difficile da realizzare nella pratica, poiché “ci sono solo 5 metri quadrati di spazio per i pannelli solari su un’automobile“. Il conflitto tra l’utilizzo dell’energia da parte di un automezzo e il rendimento della radiazione solare ha portato il team di Lightyear a focalizzarsi sull’efficienza come cardine per l’intero processo progettuale. L’ottimizzazione si è tradotta nella ricerca della leggerezza, degli affinamenti aerodinamici e della riduzione delle componenti.

Lotta all’obsolescenza programmata

Un altro punto rilevante nel ciclo vitale Lightyear risiede nell’estendere il più possibile la vita del prodotto-servizio, grazie alla filosofia “Design for longevity“. Una sfida aperta all’industria automobilistica tradizionale che per Lex “vive grazie all’obsolescenza programmata, ragione per cui un’auto dopo 200.000 km non deve più funzionare. Vogliamo ribaltare la prospettiva“. Effettivamente, la crescente diffusione dei servizi di car-sharing e lo sviluppo della guida autonoma sembrano proiettare il futuro verso un ambiente popolato da autoveicoli di lunga durata. Il modello di business della startup olandese non tratta soltanto la sostenibilità ambientale, ma anche economica e strategica.

La produzione delle componenti chiave del modello One (come i pannelli fotovoltaici e i motori) avverrà in casa, mentre verrà esternalizzata presso partner selezionati la fabbricazione di altri pezzi. Tutto questo per semplificare e snellire la struttura aziendale in nome dell’efficienza, che impone anche il bisogno di usare infrastrutture esistenti per la ricarica e supply chain. L’obiettivo è creare un mix armonioso tra contenimento delle spese energetiche, dei consumi e della manutenzione dell’automobile, esigenza fondamentale per avere un basso costo per km, attirando il maggior numero di clienti possibili. “Nessuno sa come possa essere il futuro, dunque conviene cominciare a crearlo“, – chiosa il CEO di Lightyear.

La preziosità dell’aerodinamismo

Lowie Vermeersch, direttore di Granstudio, ha coordinato lo studio e la definizione del design di Lightyear One. Ha offerto questa riflessione, parlando dell’identità del concept: “abbiamo creato un’auto partendo dalle persone, cercando di colmare la distanza tra l’uomo e la Natura. Ci siamo basati su valori come semplicità, immediatezza e libertà, sensazioni che si vivono spontaneamente in armonia con l’ambiente. Così è nata One“. Il proposito concettuale del creativo (a onor del vero) si riflette parzialmente all’interno del progetto. Pur auspicando una dimensione “rurale”, il prototipo ha in realtà una forte identità tecnologica, (peraltro, in un’altra occasione, Lowie descrive i pannelli solari coperti dai vetri come “futuristici, ispirati all’estetica della tecnologia space-age“). L’aerodinamica ha guidato lo sviluppo del corpo vettura.

La carrozzeria è snella, essenziale, quasi ispirandosi al profilo alare di un aereo. Non è un caso che il Cx abbia un valore eccezionale per un’auto destinata alla produzione (0.20, contro 0.19 della Mercedes IAA e 0.189 della Volswagen XL1, modelli da cui deriva l’architettura della Lightyear One). Le ruote lenticolari a sezione ridotta, le telecamere al posto degli specchietti, la coda tronca e le giunzioni omogenee tra pannelli e superfici vetrate sono tutte soluzioni incentrate sulla ricerca dell’efficienza aerodinamica. La combinazione cromatica , e la cura dei dettagli (come lo stile dei fanali), invece, rimandano chiaramente alla fascia luxury del mercato cui aspira l’imponente sedan (dimensioni 5057 mm x 1898 mm x 1426 mm). Magari dando fastidio a Elon Musk, (lo slogan sul sito aziendale riporta: “Lightyear non è una casa automobilistica. È una compagnia tecnologica“).

Comodità per tutti

L’abitacolo ha un’impostazione formale e materica dal gusto apertamente scandinavo (nonostante il proclama di “Italian design” enunciato dalla società). Le tinte neutre, i tessuti puri e dall’intreccio regolare, il tunnel centrale e la pavimentazione in legno contribuiscono a generare un’immagine coordinata, improntata a evocare un salotto che offre la vista sul Mare del Nord. Una licenza decorativa e funzionale proviene dagli inserti in metallo sui pannelli porta, dotati di un’interessante texture (simile alle finiture dei prodotti Braun disegnati da Dieter Rams).

Non manca naturalmente lo schermo centrale sulla plancia, sistema d’infotainment compatibile con Apple Car Play e Android Auto. Lightyear One è predisposta per ricevere gli aggiornamenti da remoto. C’è anche la chiave wireless per l’apertura e la chiusura dell’auto. Lo spazio è abbondante per i cinque occupanti. Ci sono 780 litri nel bagagliaio, che salgono a 1701 abbattendo i sedili posteriori. Si trova poi un vano da 12 litri nella console centrale.

L’autonomia non fa più paura

Secondo Lex, il prototipo è in grado di coprire perfettamente “il 90% dei tragitti che compiono le persone per muoversi“. L’attenzione, dunque, si è concentrata sul restante 10%, rappresentato dai viaggi a lunga percorrenza. La combinazione tra peso ridotto, aerodinamica raffinata e potenza dei pannelli ha risolto brillantemente questa problematica. L’autonomia dichiarata è di ben 725 km (standard WLTP), più che sufficienti per andare da Amsterdam a Parigi. Il range, invece, varia da 500 a 800 km, in base alle condizioni di guida e del meteo.

Anche nello scenario peggiore (basse temperature, elevata velocità e riscaldamento acceso) i progettisti promettono che la vettura sarà in grado di coprire almeno 400 km. Questi traguardi si sono raggiunti attraverso un attento studio dell’architettura del veicolo. Il telaio impiega leghe leggere e ultraleggere di alluminio e CFRP (materiali plastici in fibra di carbonio), riducendo la massa e fornendo un’elevata rigidità e resistenza meccanica. I motori sono inseriti nelle ruote (a funzionamento indipendente), riducendo la dispersione di energia dovuta agli attriti meccanici, il numero delle parti e la dimensione della batteria. Inoltre la potenza è ottimizzata per essere erogata dove c’è maggiore richiesta di trazione.

Energia (gratis) dal carro di Apollo

Il cuore della Lightyear One è dato dalle superfici del cofano anteriore e del tetto, coperti dai pannelli solari (in grado di regalare fino a 12 km di autonomia per ogni ora di esposizione alla luce del giorno). Questi elementi sono suddivisi in tre parti. Il vetro esterno protegge le celle, lasciando passare la luce, ed è “così resistente da consentire a una persona adulta di camminarci sopra senza causare danni“. Sotto lo strato fotovoltaico si trova la struttura di supporto. Le celle solari sono predisposte per lavorare indipendentemente. Questo significa che se parte del tetto o del cofano è in ombra, le altre zone continuano a lavorare in modo efficace. Grazie agli studi svolti insieme all’Energy Research Centre, sulla concept olandese si ottiene il 20% di energia in più rispetto ai pannelli tradizionali.

Inoltre questi elementi hanno una particolare forma a doppia-curvatura, proprio per migliorarne al massimo il rendimento. La progettazione ha posto grande attenzione anche alla resistenza termica. Sul simulatore Lightyear, è possibile calcolare la percorrenza copribile esclusivamente tramite la forza del Sole. In una località come Milano, ipotizzando 20.000 km all’anno di spostamenti, sono ben 51 le giornate in cui il veicolo si può muovere grazie all’energia solare, arrivando a ricevere quasi 60 km di autonomia in piena estate.

L’efficienza di Lightyear One è tale che in modalità fast charge arriva a caricare 570 km in un’ora. Diventano 350 km con una presa domestica durante la notte. Presso le colonnine pubbliche da 22 kW il rifornimento avviene a un ritmo di 209 km ogni ora. In caso di batteria scarica, c’è la possibilità di avere sempre una riserva di 15-20 km di azione grazie all’energia immagazzinata nei pannelli (se si parcheggia all’aperto l’automobile). Infine lo scatto 0-100 km/h si copre in 10 secondi, mentre si ha un uso dell’energia pari a 83 Wh/km (standard WLTP).

Via all’economia circolare

Un aspetto importante del modello di business di Lightyear risiede nell’adozione di una politica di transizione dall’economia lineare all’economia circolare. L’architettura modulare del prototipo One permette di riutilizzare, riparare, aggiornare e sostituire i pezzi agevolmente. Ciò aiuta notevolmente anche il riciclo dei materiali al termine del ciclo di vita sull’automobile, che possono essere così valorizzati. L’etica del progetto si estende anche nel tracciare l’origine delle risorse minerarie e nel controllare la qualità dei fornitori. Lex ha inoltre detto che l’azienda è aperta a collaborazioni con altri player del settore automotive mediante il programma “Powered by Lightyear“.

Tra luci e ombre

Il progetto della Lightyear è molto ambizioso e presenta spunti interessanti. Come l’adozione del modello di economia circolare e il desiderio di raggiungere un anno luce percorso dalle automobili ad energia solare (entro il 2035). La criticità maggiore del progetto deriva paradossalmente dal proprio obiettivo. Il target elevato della Lightyear One, (pur essendo preventivata per il futuro una produzione di massa e una conseguente riduzione dei costi) potrebbe comprometterne la diffusione. Diventerebbe un eccellente esperimento tecnologico, ma relegato a una piccola serie (analogamente a quanto successo alla Volkswagen XL1, auto laboratorio della Casa di Wolfsburg). Si tratta di una berlina di lusso (per ora ordinata in 100 esemplari), che richiede un esborso di 119.000 euro (tasse escluse). Arriverà nel 2021 (ma deve ancora essere sottoposta ai crash test).

Allo stesso tempo, l’alimentazione solare di questa macchina rappresenta più una sorta di range extender per la batteria (sostenuta dalla ricarica via rete) nonostante sia proposta come la parte più identificativa del progetto. Questo potrebbe guidare l’eventuale clientela a valutare una soluzione più economica,  come la Sion (qui l’articolo). Inoltre, l’aver puntato sull’efficienza nella Lightyear One comporterà miglioramenti tangibili rispetto alle vetture di alta gamma attualmente sul mercato, ma ciò non stabilisce un nuovo punto di vista progettuale sulla mobilità. Si tratta tutto sommato di un’ottima auto streamline, ideale per crociere su percorsi extraurbani e autostradali. Sarebbe però sovrastrutturata, per esempio, per le esigenze in ambito urbano. Ciò non toglie la bontà dell’audacia dei fondatori, soprattutto per l’impegno profuso nel tentare di creare “un nuovo futuro“.

– leggi anche: Lightyear One, l’auto solare che viene dall’Olanda