Oltre 100 milioni di sessioni di ricarica abilitate nell’ultimo anno e una domanda che corre più veloce delle nuove installazioni. I dati diffusi da ChargePoint segnalano un possibile nuovo collo di bottiglia per la mobilità elettrica. I prelievi globali dalle colonnine crescono troppo rapidamente, servono più installazioni o il sistema andrà in tilt.
Secondo la società americana, quasi il 60% dei 30 miliardi di km in elettrico conteggiati in quasi 18 anni di attività è stato percorso solo negli ultimi due anni. Un’accelerazione netta che racconta di un parco circolante ormai maturo e sempre più dipendente da una rete di ricarica capillare ed efficiente.

Le ricariche crescono più delle colonnine
Nel 2025 le vendite globali di veicoli elettrici sono aumentate del 20%, con un balzo del 33% in Europa e il secondo miglior anno di sempre negli Stati Uniti. Tuttavia, sulla rete ChargePoint, le sessioni di ricarica sono cresciute del 34%, superando non solo l’incremento delle immatricolazioni, ma anche quello del parco veicoli complessivo.
ChargePoint riferisce che nel corso dell’anno sono stati aggiunti alla sua rete circa 190.000 nuovi punti di ricarica alla rete, che oggi comprende circa 375.000 porte pubbliche e private gestite direttamente e oltre 900.000 punti in roaming a livello globale. Eppure, la crescita dell’utilizzo ha superato di quasi il 20% quella delle nuove installazioni. Tradotto: più automobilisti competono per ogni singola colonnina.
Per il CEO Rick Wilmer, siamo entrati in una nuova fase dell’adozione elettrica: “Le nuove vendite non sono più il parametro principale per stimare la domanda di ricarica: conta il totale dei veicoli in circolazione”. Un cambio di paradigma che potrebbe avere conseguenze dirette sugli investimenti infrastrutturali già dal 2026.

Investire sul presente, raccogliere i frutti in un futuro più vicino
ChargePoint stima che chi installerà colonnine nel 2026 potrebbe beneficiare di un ritorno sull’investimento accelerato, proprio grazie alla maggiore pressione di utilizzo. Oggi oltre 1 milione di driver utilizza ogni mese la piattaforma.
Interessante anche il dato sui plug-in hybrid (PHEV), che rappresentano il 16% delle sessioni di ricarica AC commerciali identificate tramite l’app dell’azienda. Un segnale che anche l’ibrido ricaricabile contribuisce in modo significativo alla domanda infrastrutturale.
L’azienda garantisce che, da 2007, la rete ChargePoint avrebbe evitato il consumo di circa 714 milioni di galloni di benzina, pari a oltre 2 miliardi di dollari di carburante risparmiati e a più di 4,5 milioni di tonnellate di CO₂ non emesse.
L’Italia rischia di inseguire la domanda anziché anticiparla
Se la pressione si sposta dal flusso di nuove immatricolazioni allo stock di veicoli circolanti, diventa centrale la pianificazione a lungo termine delle infrastrutture, soprattutto nelle aree urbane ad alta densità e lungo le direttrici autostradali.
Per l’Italia, che sta accelerando sul fronte delle rinnovabili e dell’elettrificazione dei trasporti, il rischio è quello di inseguire la domanda anziché anticiparla. Il tema non è solo il numero di colonnine, ma la loro potenza, affidabilità e distribuzione territoriale. Senza un rafforzamento deciso, il collo di bottiglia potrebbe tradursi in tempi di attesa più lunghi e in una percezione negativa dell’esperienza elettrica.
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Con Stellantis che si auto condanna all’arretratezza tecnologica, quello che avremo in Italia nei prossimi anni sarà una potente operazione di lobbismo per ostacolare il più possibile la mobilità elettrica: cancellazione degli incentivi (compresi parcheggi gratis e accessi ZTL), propaganda anti elettrico, complicità delle aziende double Power (petrolio e elettrico) per acquisire un monopolio nelle colonnine, e poi renderle indisponibili ecc..
Forse la speranza, nel medio termine, sarà data da due fattori. Primo, la maturità della tecnologia con batterie più economiche e più efficienti (adatte anche a chi non può ricaricare a casa). Secondo, l’acquisizione di Stellantis da parte di Leapmotor per poter produrre in Europa evitando i dazi e trasferire in Europa almeno una parte del proprio know how tecnologico.