L’agricoltura si autoproduce il 47% dell’energia

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In pochissimi anni l’agricoltura italiana è arrivata a coprire quasi metà del proprio fabbisogno elettrico grazie al fotovoltaico. È un risultato significativo, ottenuto nonostante il divieto del fotovoltaico a terra introdotto dal DL Agricoltura e nonostante la resistenza, spesso ideologica, verso l’agrivoltaico. Se queste barriere non fossero state presenti, il settore oggi non avrebbe bisogno di acquistare energia: ne produrrebbe a sufficienza, e potrebbe perfino venderne in quantità rilevanti. C’è da lavorare invece sulla filiera agroalimentare. 

Consumo da 6 TWh, produzione da 3 TWh

I numeri confermano un cambio di passo. L’agricoltura italiana consuma poco più di 6 TWh l’anno, ma ne produce già oltre 3,1 TWh grazie agli impianti fotovoltaici installati direttamente nelle aziende. Siamo al 47% del fabbisogno coperto. È un salto storico, reso possibile anche dall’Europa e dai fondi del Pnrr con la misura Parco Agrisolare, che ha portato il fotovoltaico dentro le filiere produttive.

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Il bilancio energetico del settore agricolo

 

I dati sono stati diffusi da Crea – Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria – e da Rse – Ricerca sul Sistema Energetico – durante un convegno. A completare il quadro, il consumo dell’industria agroalimentare e delle bevande: 14,3 TWh nel 2024.

 

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Il contributo dell’agricoltura alle emissioni

Sul fronte delle emissioni, il settore agricolo pesa per circa il 9% del totale nazionale (dati 2023), mentre la riduzione dei gas serra ha raggiunto il –16% rispetto ai livelli del 1990. Un progresso reale, ma ancora lontano dal potenziale. Peccato per gli ostacoli normativi e culturali che hanno frenato la diffusione delle rinnovabili nelle aziende.

La dipendenza dal gasolio agricolo

L’energia a buon prezzo non ha spinto verso una vera elettrificazione delle attività agricole e della logistica, lasciando irrealizzato un potenziale capace di cambiare il profilo energetico del settore. Nelle campagne circolano ancora macchine agricole altamente inquinanti, e il sostegno al gasolio agricolo non aiuta. Sono scaduti ieri, 30 settembre, i termini per richiedere l’agevolazione del 20% sugli acquisti di carburante effettuati tra marzo e maggio 2026.  Ma le tensioni geopolitiche hanno spinto il prezzo del gasolio agricolo a circa 1,70 euro al litro, ben lontano dai 70-80 centesimi del passato. Non stupisce che i trattori tornino in strada.

Peccato anche che i fondi del Pnrr destinati ai trattori elettrici siano stati aperti ad altre tecnologie, vanificando di fatto l’iniziativa europea. Il settore, rispetto all’automotive, è ancora indietro dal punto di vista tecnologico, ma proprio per questo avrebbe bisogno di una direzione chiara e di scelte coerenti.

Nel manifesto del RSE l’elettrificazione delle macchine agricole

Nel manifesto RSE, “Transizione energetica e settore agroalimentare”,  oltre a indicare la strada per coprire il fabbisogno agricolo si cita la necessità di mettere in campo, ma pure su strada per la consegna dei prodotti e le altre attività, dei veicoli a batteria.

Qui sotto i percorsi da seguire:

• sistemi fotovoltaici e agrivoltaico, integrati alle superfici produttive;
• impianti a biomasse, in grado di valorizzare residui agricoli e sottoprodotti organici;
• sistemi di autoproduzione e autoconsumo, anche combinati con forme di accumulo;
• elettrificazione delle macchine agricole, soprattutto quando alimentate da energia rinnovabile autoprodotta.

Questi interventi riducono le emissioni, ma aumentano la resilienza delle aziende rispetto alla volatilità dei prezzi energetici e ottimizzano i costi operativi nel medio-lungo periodo.
«Nei processi che richiedono energia termica o meccanica significativa, assume particolare importanza il potenziale dell’autoproduzione da fonti rinnovabili in combinazione con l’elettrificazione dei consumi» si legge nel rapporto RSE .

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Agrivoltaico Shell a Rovigo: spazio per le macchine

«L’elettrificazione delle macchine agricole e delle attrezzature, insieme all’introduzione di sistemi di accumulo, permette una gestione più efficiente dell’energia e una progressiva riduzione delle emissioni. L’approccio integrato consente anche una maggiore flessibilità operativa e un migliore controllo sui fabbisogni energetici aziendali». Nella misura del Pnrr dedicato al parco agrisoalre si finanziavano anche le batterie e le infrastrutture di ricarica.  E si ripete che «L’adozione di fonti rinnovabili e interventi di efficientamento energetico non risponde solo a esigenze ambientali, ma costituisce un elemento strategico per la competitività del settore». Soprattutto in un mondo, dove a costi molto ridotti, ci sono Paesi come il Sudafrica che iniziano a produrre le sicilianissime arance rosse, la Tunisia ci fa concorrenza con i carciofi. Ma gli  esempi sono infiniti.

L’industria dell’olio utilizza il 90% di energia elettrica nella sua filiera

Restiamo sul dato della competitività in relazione ai costi energetici. «Dall’analisi delle filiere produttive del settore agroalimentare realizzata da Rse, emerge come in diversi comparti agroalimentari i costi energetici rappresentino una delle principali voci che incidono sul costo finale dei prodotti, insieme alla manodopera. Per molte aziende delle filiere della pasta, dell’olio, del latte, della frutta e del vino, l’impatto della spesa energetica supera il 10% del fatturato, influenzando direttamente la competitività delle imprese e il prezzo dei prodotti destinati ai consumatori».

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Il costo dell’energia incide per il 55% sul prezzo del prodotto finito

I grafico sopra  fa emergere l’importanza dell’energia nella filiera dell’olio di oliva dove  le rinnovabili potrebbero non solo rendere più salutare il lavoro  degli operatori ora intossicati dal gas di scarico. L’incidenza dei costi sul prodotto finito vede in vetta l’energia con ben il 55%.

 

Dagli scart e residui: il biometano

«La collaborazione nelle attività di ricerca tra Rse e Crea è strategica per il ruolo che l’agricoltura, la silvicoltura e tutte le industrie agroalimentari hanno nella valorizzazione energetica dei sottoprodotti delle filiere agroforestali e degli scarti agroalimentari», parole di Franco Cotana, amministratore delegato di Rse. «Pensiamo al biometano, le cui potenzialità possono raggiungere i 10 miliardi di metri cubi all’anno».

Tralasciando la produzione di oli ottenuti da oleaginose su terreni marginali per la produzione di biodiesel, Hvo e Saf che necessitano di un approfondimento specifico  vediamo il biometano. Siamo all’interno dell’economia circolare che utilizza reflui zootecnici, liquami, letame, scarti agricoli, residui agroindustriali  e  la frazione organica del rifiuto solido urbano. Attraverso la digestione anaerobica si produce biogas poi trasformato in biometano che si può utilizzare per il fabbisogno aziendale mentre il residuo solido e liquido della digestione diventa fertilizzante.

Aziende troppo piccole per investire nella transizione

Sono diverse le strade per la transizione energetica ma questa risulta complessa in un settore caratterizzato da una forte presenza di piccole imprese. «In Italia, il 74% delle aziende agricole presenta una dimensione economica inferiore ai 25 mila euro, mentre l’84% delle imprese agroalimentari e delle bevande conta meno di nove addetti. Si tratta di realtà che spesso dispongono di risorse limitate per investire in innovazione e che necessitano di un adeguato supporto finanziario, tecnico e formativo». La sfida non è semplice nonostante i buoni risultati nella produzione da rinnovabili. «La transizione energetica dell’agroalimentare non è solo una sfida ambientale: è una leva decisiva per la competitività delle imprese e la resilienza delle filiere, soprattutto in una fase segnata dall’aumento dei costi e dagli effetti del cambiamento climatico», parole di Andrea Rocchi, presidente del Crea.

 

Visualizza commenti (1)
  1. nelle zone che frequento settimanalmente in Toscana (tra appennini e costa) riesco a “sbirciare” sempre nuove piccole installazioni di impianti fotovoltaici, sicuramente non ad uso utility / industriale (tranne quelli a Piombino nel distretto industriale); spesso sono ben coperti da apposite barriere verdi (nel senso di piante di recinzione ) pertanto anche molti abitanti non si sono accorti della loro presenza, tanto che pure la costruzione veloce e abbastanza silenziosa non ha dato fastidio direi…
    Discorso ben diverso invece l’adozione di trattori e macchinari elettrificati; forse attenderanno che i mezzi agricoli diventino più efficienti ed a prezzi non troppo elevati, forse di creare un sufficiente margine di investimento (non facile visto che le aziende agricole son spesso molto piccole e con redditi molto, troppo bassi, visto che sono i passaggi successivi tra distributori e GDO a far i maggiori guadagni). Al momento scorgo in tante aziende vecchi trattori a gasolio (anche modelli degli anni ’60 !! ) e temo occorrerà molto tempo prima di vedere moderni trattori a batterie (magari con b-swap ) che sarebbero decisamente più adeguati a lavorare nei campi ove si produce cibo .
    Sicuramente il prossimo governo dovrà fare grandi sforzi per agevolare l’adozione di F.E.R./accumuli/ mezzi elettrificati nelle aziende agricole e zootecniche perché difendono le produzioni tipiche e di qualità anche rispetto all’invasione di economici prodotti importati (a volte anche da zone del mondo con minori standard di qualità e rispetto dei lavoratori e ambiente). Poter usare i propri terreni con scarsa vocazione agricola (oltre alle superfici di stalle e capannoni vari) può essere un buon sistema per integrare gli utili aziendali senza impattare significativamente sull’aspetto del territorio (o quantomeno non di più di estese serre di plastica lucente ).

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