L’Africa si fa elettrica: Nigeria e Kenya assemblano taxi e furgoni cinesi



Come riporta l’agenzia Associated Press, le aziende di mobilità elettrica in Kenya e Nigeria stanno iniziando ad assemblare furgoni e taxi elettrici a livello locale, utilizzando kit realizzati in Cina. Così come utilizzano finanziamenti innovativi per diffondere l’uso del trasporto pubblico elettrico in tutto il continente.

La transizione verso la mobilità elettrica non è più una storia che riguarda solo Europa, Cina o Stati Uniti. Anche l’Africa sta accelerando, puntando su una strada originale: assemblaggio locale, tecnologia importata e modelli finanziari su misura per mercati dove l’accesso al credito è limitato ma la domanda di trasporto è altissima.

In Nigeria, la società Saglev ha avviato l’assemblaggio di minibus elettrici da 18 posti utilizzando kit CKD (completely knocked down) forniti dal gruppo cinese Dongfeng Motor Corp. L’obiettivo è ambizioso: arrivare a 2.500 veicoli l’anno e ampliare progressivamente la gamma fino a 17 modelli destinati non solo al mercato nigeriano, ma a tutta l’Africa occidentale. L’iniziativa nasce dalla collaborazione tra il distributore automobilistico Stallion Group e il costruttore Sokon Motor, e rappresenta un passaggio chiave: spostare parte della catena del valore sul territorio africano, riducendo i costi di importazione e creando competenze industriali locali.

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Il progetto include anche lo sviluppo di infrastrutture di ricarica alimentate da fotovoltaico, una scelta strategica in contesti dove la stabilità delle reti elettriche è ancora disomogenea. L’integrazione tra mobilità elettrica e rinnovabili diventa così non solo un’opzione ambientale, ma una necessità operativa.

Il Kenya spinge sull’elettrificazione del trasporto pubblico

Un percorso analogo è in corso in Kenya, uno dei mercati più dinamici del continente. La società Rideence Africa ha siglato un accordo con Associated Vehicle Assemblers per avviare la produzione locale di taxi e minibus elettrici, utilizzando componenti forniti dalle cinesi Jiangsu Joylong Automobile e Beijing Henrey Automobile Technology.

Il trasporto collettivo è infatti il cuore della mobilità africana: minibus e van – oggi dominati da marchi come Toyota e Nissan – costituiscono l’infrastruttura reale degli spostamenti urbani. Elettrificare questa flotta significa intervenire dove l’impatto economico e ambientale è massimo.

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Il fattore economico: l’elettrico conviene già

Uno dei dati più rilevanti riguarda i costi operativi. In molti casi, la ricarica di un veicolo elettrico costa circa 3 dollari per percorrere fino a 200 chilometri, contro oltre 15 dollari necessari per il carburante su distanze analoghe. Per operatori che lavorano con margini ridotti, la differenza è decisiva. L’assemblaggio locale sta contribuendo ad abbattere ulteriormente i prezzi d’acquisto, trasformando i veicoli elettrici da soluzione sperimentale a scelta economicamente razionale.

La vera innovazione africana, tuttavia, non è solo industriale ma finanziaria. Diverse aziende stanno adottando formule pay-per-use, noleggio operativo o leasing con riscatto per eliminare la barriera dell’investimento iniziale. Rideence, racconta ancora l’Associated press, noleggia i propri taxi elettrici agli autisti con una tariffa giornaliera accessibile, mentre BasiGo utilizza modelli basati su deposito iniziale e pagamento a chilometro. Soluzioni pensate per economie dove pochi operatori possono permettersi l’acquisto diretto di un veicolo nuovo.

Questo approccio consente una diffusione molto più rapida rispetto ai modelli occidentali, spesso legati agli incentivi pubblici.

Un ecosistema in espansione, ma ancora agli inizi

Il Kenya è oggi uno degli hub più attivi della mobilità elettrica africana, con startup impegnate nell’assemblaggio di autobus e veicoli commerciali. Anche Etiopia e Sudafrica stanno entrando nel settore con progetti industriali locali.

Nonostante il dinamismo, i numeri restano ancora contenuti: secondo Africa Mobility Alliance, nel continente circolano circa 30.000 veicoli elettrici, una quota minima rispetto al parco circolante tradizionale. Anche se ha fatto molto parlare il caso dell’Etiopia, il primo Paese al mondo a consentire solo l’importazione di auto elettriche.

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