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Il PNIRE s’aggiorna ma non migliora: i soliti buchi nella rete di ricarica

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L'apertura della stazione di ricarica Ionity a Punta di Ferro, Forlì, vicino all'A14.

Politiche green e mobilità sostenibile saranno uno dei capitoli sui quali pioveranno i generosi finanziamenti del Recovery Fund europeo. Ma l’Italia ha gli strumenti per utilizzarli?  A giudicare da ciò che sta succedendo sull’aggiornamento al PNIRE (Piano Nazionale Infrastrutturale per la Ricarica Elettrica) parrebbe proprio di no.

I fondi europei? Ai Comuni che non li spendono

Il documento, infatti, ripercorrebbe il modello cosiddetto dell’asset ownership già fallito gli anni scorsi. Prevede che i finanziamenti arrivino alle Regioni e da queste ai Comuni, in quaità di promotori e proprietari degli impianti. Ma i Comuni hanno  dimostrato di non riuscire a spederli. Ben 30 milioni già stanziati sono rimasti inutilizzati senza che venissero nemmeno scalfiti i due nodi cruciali della rete di ricarica all’italiana: la scarsità di stazioni di ricarica fast e ultrafast (leggi) e l’assoluta mancanza di infrastrutture nei piccoli comuni e sulle Autostrade

Una delle 3 colonnine EnelX di Mornese

Gli esperti rimasti fuori dalla porta

Quando sono stati spesi, i risultati sono stati quasi sempre deludenti: stazioni mal collocate, non interoperabili e di frequente ferme per scarsa manutenzione. Tuttavia la burocrazia del Ministero dei Trasporti sta perseverando nell’errore. Il 9 luglio scorso, infatti, l’approvazione del nuovo PNIRE era già all’ordine del giorno della Conferenza Stato-Regioni senza che gli attori del mercato, compresa la stessa Anci che rappresenta i Comuni, fossero stati minimamente informati e consultati.

Finanziare gli operatori

Eppure di cose da dire ne avrebbero avute. L’Associazione Motus-E che rappresenta tutti gli stakeholder della mobilità elettrica le  ha messe nero su bianco. In un comunicato diffuso ieri, per esempio, chiede che desinatari finali dei finanziamenti pubblici per le infrastrutture di ricarica non siano più i Comuni , ma gli operatori privati della ricarica. Ciò richiederebbe una deroga alle regole europee sugli aiuti di Stato, peraltro già ottenuta da Germania e Romania.

Più HPC in autostrada e colonnine nei piccoli centri

Un secodo aspetto riguarda la qualità e la distribuzione degli impianti. Secondo Motus-E è «fondamentale che i fondi siano primariamente destinati alle infrastrutture ultra veloci (“HPC”, sopra i 100 kW di potenza) sia in ambito autostradale/extraurbano sia in nodi selezionati in ambito urbano».  Un’altra priorità riguarda il sostegno pubblico per infrastrutturare i centri in cui non c’è convenienza ad installare, come i comuni non turistici con meno di 15.000 abitanti.

Soldi soltanto agli impianti hi-tech

Infine, scrive Motus-E, sarebbe necessario fissare nel PNIRE criteri tecnologici per i nuovi impianti da incentivare. Dovrebbero essere tutti interoperabili per i clienti di più operatori, e sempre utilizzabili con metodi di pagamento elettronici.

«È evidente _ conclude la nota _ che una previa condivisione del documento e degli obiettivi connessi sarebbe in grado di rispondere in maniera più puntuale alle esigenze non solo degli operatori dei servizi di ricarica, ma anche e soprattutto dei fruitori di quei servizi».

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