Il gas non ti dà sempre una mano. Sicuramente non in Sardegna, dove si stimano costi molto elevati per i cittadini. Numeri che emergono dall’analisi di Arera, nel documento di consultazione dedicato alla decarbonizzazione dell’isola, in cui viene stimato il costo della futura metanizzazione.
Secondo il quadro delineato, l’investimento previsto è di 1,45 miliardi di euro (il CAPEX a regime), con costi operativi pari a 157 milioni l’anno nel periodo 2035-2040. L’onere in bolletta ammonterebbe a 285 milioni di euro annui, ovvero il costo complessivo da recuperare attraverso i corrispettivi tariffari, con un rincaro del 13-14% sulla tariffa di trasporto del gas. Troppo, secondo l’associazione Energia per l’Italia, che denuncia: «L’infrastruttura è costosa e poco allineata con la transizione ecologica».
Dopo il niet degli industriali di Oristano, ora arriva Arera
Il dibattito pubblico in Sardegna è dominato dalla narrativa della “speculazione energetica” legata alle rinnovabili. Comitati e gruppi No Watt diffondono quotidianamente grandi quantità di fake news per ostacolare i progetti. La Regione festeggia quasi esclusivamente per i piani eolici e solari bocciati — anche perché di approvati non se ne vedono più — mentre molti enti locali si oppongono perfino all’agrivoltaico, nonostante siano gli stessi agricoltori a richiederlo.
Molta meno attenzione viene invece dedicata alle criticità delle energie fossili. Oltre all’azione quotidiana di Saper, anche gli industriali della zona di Oristano — non certo sospettabili di pregiudizi contro i combustibili fossili — hanno contestato tecnicamente il progetto di metanizzazione.

A sollevare dubbi è anche il documento di Arera che, nelle conclusioni avverte come l’attuazione del piano dovrà essere attentamente monitorata per garantire che i costi delle nuove infrastrutture gas siano sostenibili e coerenti con la transizione energetica in corso nell’isola. Il riferimento è all’integrazione delle fonti rinnovabili e allo sviluppo di nuove capacità di accumulo elettrico. Nell’isola del sole e del vento, l’energia da autoprodurre non manca.
La presa di posizione di Energia per l’Italia
L’associazione, in una nota, spiega: «L’Autorità ha approvato gli interventi di prima fase (FSRU a Oristano e rete limitata), ma ha bocciato la Fase 2 del progetto della grande dorsale centrale, sollevando espliciti dubbi sulla sua sostenibilità economica rispetto agli obiettivi del PNIEC». Una prima frenata che, secondo l’associazione, «conferma quanto l’infrastruttura sia costosa e poco allineata con la transizione ecologica. Una scelta che ricade solo sui sardi. Arera ha istituito un “Ambito Sardegna” separato: l’intero costo sarà pagato esclusivamente dai consumatori sardi. La Regione aveva chiesto una tariffa unica nazionale, ma è stata bocciata». In sostanza: se vuoi la metanizzazione, te la paghi.

«Un paradosso insostenibile – dichiara Margherita Venturi, presidente di Energia per l’Italia –. La Regione blocca le rinnovabili, mentre la metanizzazione si appresta a gravare i cittadini con costi miliardari». Venturi ricorda anche che la presidente Todde ha preso le distanze dalla grande dorsale centrale, definendola «costosa, impattante e inutile», ma sottolinea come «la giunta punti comunque sul gas come “energia di transizione”, optando per due rigassificatori (Porto Torres e Oristano) e metanodotti limitati».
Una strategia legata alla volontà di reindustrializzare alcune aree industriali e minerarie dell’isola. Tuttavia, come registrato anche in questi giorni, in Sardegna le industrie possono già essere alimentate dalle rinnovabili: lo dimostra il caso del cementificio di Siniscola.
Oltre il danno ambientale, l’assurda dipendenza dall’estero
Già oggi il carbone delle due centrali, la cui vita si vuole prorogare, è importato, così come il petrolio della ex Saras da cui si ricavano gli scarti utilizzati per produrre energia. Ora si vuole aggravare ulteriormente questa dipendenza. «Le motivazioni ambientali per bloccare le rinnovabili – osserva Vittorio Marletto, cofondatore di Energia per l’Italia – sono fragili. Il progetto prevede una nave gasiera e una dorsale di 150 km; quello alternativo due rigassificatori e metanodotti: in entrambi i casi verrebbe instaurata un’assurda dipendenza dall’esterno».
Sardegna: arriva “Pratobello” contro le rinnovabili. E il centro sinistra? Non pervenuto
Il problema, secondo l’associazione, è che la Giunta ha posto ostacoli significativi agli impianti industriali da fonti rinnovabili. C’è stato un grande investimento nella produzione domestica, ma resta insufficiente, prima con la moratoria e poi con il ricorso sulla legge regionale n. 20/2024, che ha classificato come “non idoneo” oltre il 99% del territorio. Una norma impugnata dal Governo e dichiarata in larga parte illegittima dalla Corte Costituzionale.

«Oggi – afferma Venturi – le scelte della Regione finiscono per favorire la metanizzazione. Invece di investire in energia pulita e stoccaggi, si finanziano metanodotti e navi gasiere, mentre il carbone continua a bruciare». E l’inquinamento in alcune aree resta pesante, come conferma il processo alla Saras per il benzene disperso nell’aria a Sarroch. E le stime di Arera mettono forti dubbi sulla sostenibilità economica.
Sardegna: sotto attacco anche il fotovoltaico su aree industriali
«Con l’energia prodotta solo da fonti fossili i costi salirebbero alle stelle perché il prezzo zonale è fissato in base all’energia prodotta dalle centrali a carbone e dalla raffineria. Al contrario della Puglia dove hanno spento la centrale a carbone e il prezzo è fissato in base alle rinnovabili» conclude Marletto. Insomma meno rinnovabili si traduce con bollette salate. Per chi vuole conoscere il documento, in consultazione fino al 15 giugno, dedicato alle opere e infrastrutture necessarie al phase out dell’utilizzo del carbone in Sardegna lo può scaricare qui.
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Qualcuno può spiegare ai sardi che li stanno prendendo per il c…arbone?
Forse con il rischio disoccupazione sperano di tornare a lavorare nelle miniere di Serbariu (Carbonia) visto che Trump inneggia al “carbone pulito” ed in Europa vogliono sfruttare risorse interne….
Tra i miei amici ho un sardo: una persona perbene, molto piacevole e sempre pronta ad aiutare gli altri. Naturalmente non siamo d’accordo su tutto. Il punto su cui siamo più distanti è la strategia energetica della Sardegna. Lui sostiene che i sardi non vogliano diventare la “colonia energetica” dell’Italia. Ho provato più volte a discuterne nel merito, ma alla fine ho rinunciato: quando una questione tecnica viene trasformata in una questione identitaria, anche gli argomenti più razionali faticano a passare.
È che da noi ogni questione tecnica diventa una questione identitaria, non solo in Sardegna…
L’Italia dei comuni non è mai finita. Lo slogan del 1861 era propaganda. Oggi tradotto e attualizzato sarebbe “Fatta l’Europa, facciamo gli europei”, ma Vladimir ha mangiato la foglia e non ci casca più.
Che i sardi amputino volontariamente, intenzionalmente e pervicacemente la produzione di energia da fonti rinnovabili della Sardegna sembra un caso storico, sociologico ed economico di tale portata che potrebbe facilmente indurre qualcuno, in una notte di luna piena, ad immaginare un parallelo culturale identitario tra loro e Lorena Bobbitt.
credo che generalizzare (“i sardi..”) sia sempre sbagliato; sicuramente come in tutta Italia abbiamo grandi numeri di “mal informati” più che di persone contrarie “a prescindere” o per questioni filosofiche/identitarie; che poi quale sarebbe l’identità sarda? essere inquinati da contaminanti di idrocarburi o carbone? o piuttosto una regione ricca di sole, vento e mare che potrebbe fornire tantissima energia pulita ed economica purché si sfrutti soltanto nei modi corretti?
Anche nella mia bella Toscana ci sono zone in cui si può aumentare le installazioni (F.E.R.+B.E.S.S. o Idroelettrico o geotermico ad esempio) ma ogni progetto va valutato con razionalità perché in ogni caso presenta degli aspetti critici in base a location o tecnologie adottate o, anche semplicemente, di eccesso di progetti su territori con una propria identità ed economia (chi campa di agricoltura, turismo e ambiente giustamente si preoccupa solo a sentirne parlare…) e la paura che qualche lobby spinga per affrettate scelte malconcepite è sicuramente forte e diffusa.
Spero che la prossima volta che tornerò in Sardegna (a trovar anche parenti) ci siano buone novità, con scelte razionali ed un inizio di transizione energetica sia a livello utility che privato (cittadini o aziende)…e che tanti B&B siano attrezzati per gli elettro-turisti.
Posso immaginare la presa che abbia in certe realtà l’idea della “colonia energetica” ma siamo una nazione e la Sardegna dalla penisola avrà ricevuto e riceve aiuti, beni e quant’altro secondo il concetto ormai fuori moda della perequazione. Bene ora è il momento di fare il proprio aiutando l’Italia a raggiungere l’autonomia energetica offrendo ciò di cui si è ricchi, ossia vento e sole. Certo bisogna garantire che la ricchezza prodotta rimanga nella regione, basterebbe ad esempio garantire che l’energia rinnovabile venisse distribuita prioritariamente (e virtualmente) ai sardi a prezzo calmierato, questo si che attirerebbe imprese energivore. E invece si al tubo no alle pale, così non andremo lontano…