La Francia non si smentisce mai: più nucleare e meno rinnovabili

francia nucleare



La Francia rilancia il nucleare, ma lo fa rallentando lo sviluppo delle rinnovabili. La nuova strategia presentata dal governo punta infatti a rafforzare il ruolo dei 57 reattori esistenti. E a costruirne di nuovi. Ridimensionando gli obiettivi di sviluppo di eolico e fotovoltaico. Ma perlomeno accelera il passaggio all’auto elettrica e fissa un nuovo obiettivo di riduzione delle emissioni.

La Francia non si smentisce mai: anche in piena transizione verso l’elettrico, puntano ancora tutto sul nucleare. Nessuno chiede a Parigi di chiudere i reattori, anche se sarebbe il caso di cominciare a pensare di dismettere i più “anziani” in servizio. Ma fa specie che anche il nuovo piano energetico nazionale, appena presentato, affidi alle centrali nucleari il ruolo di attore protagonista. Con le rinnovabili che al massimo possano fare la spalla, riducendo gli obiettivi previsti.

Ridurre la dipendenza dai fossili dal 60% dei consumi energetici nel 2023 al 30% entro il 2035

L’obiettivo dichiarato dal governo francese resta quello di ridurre la dipendenza dai combustibili fossili – dal 60% dei consumi energetici nel 2023 al 30% entro il 2035 – ma la strada scelta da Parigi solleva più di un interrogativo sui tempi e sull’efficacia della decarbonizzazione. Il nucleare, per definizione, è una tecnologia a lunghissimo ciclo di investimento: il primo dei sei nuovi reattori annunciati non entrerà in funzione prima del 2038, cioè ben oltre la scadenza intermedia del 2030 fissata a livello europeo per il taglio delle emissioni. In altre parole, la Francia rischia di affidare una parte rilevante della propria strategia climatica a infrastrutture che non contribuiranno nel decennio decisivo.

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Nel frattempo, le rinnovabili – che possono essere installate in tempi molto più rapidi e con costi in costante discesa – vengono ridimensionate. La capacità eolica onshore prevista per il 2035 scende a 35-40 GW rispetto ai 45 GW ipotizzati inizialmente, mentre il solare viene portato a una forchetta di 55-80 GW, anch’essa inferiore alle ambizioni precedenti. Un rallentamento che appare in controtendenza rispetto alla necessità di aumentare rapidamente la generazione distribuita. Con l’obiettivo di elettrificare consumi, trasporti e riscaldamento.

Il paradosso è evidente soprattutto sul fronte della mobilità elettrica. Il governo vuole che già entro il 2026 un’auto su tre tra quelle acquistate sia elettrica. Sostenendo la domanda con incentivi pubblici. Ma la diffusione di milioni di veicoli a batteria richiede reti più flessibili, produzione diffusa e prezzi dell’elettricità competitivi nelle ore di picco. Tutte caratteristiche che si integrano meglio con un sistema ad alta penetrazione di rinnovabili, accumuli e digitalizzazione, piuttosto che con una struttura fortemente centralizzata.

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La scelta francese sembra invece rispondere più a equilibri politici interni che a una logica industriale di breve-medio periodo. L’opposizione locale a nuovi impianti eolici e solari, insieme al tradizionale consenso trasversale verso l’atomo, ha spinto l’esecutivo a privilegiare una tecnologia percepita come più stabile e “nazionale”. Tuttavia, questa impostazione rischia di tradursi in una minore capacità di adattamento del sistema energetico proprio mentre la transizione richiede rapidità, modularità e innovazione.

I nuovi reattori comportano investimenti enormi

Anche sul piano economico il nodo resta aperto. I nuovi reattori comportano investimenti enormi e tempi di realizzazione spesso soggetti a ritardi, mentre l’industria europea delle rinnovabili rappresenta già oggi una filiera diffusa. Capace di generare occupazione e di ridurre la dipendenza tecnologica dall’estero.  Il risultato è una strategia che punta alla decarbonizzazione, ma con strumenti che rischiano di dispiegare i loro effetti troppo tardi rispetto all’urgenza climatica e alla trasformazione dei consumi energetici. La Francia scommette sulla solidità del nucleare per sostenere l’elettrificazione. Mentre gran parte d’Europa accelera su rinnovabili, reti intelligenti e accumuli. Due visioni diverse della transizione, con una domanda di fondo ancora aperta: in una corsa contro il tempo, può permettersi di rallentare proprio sulle tecnologie più rapide da mettere in campo?

  • Guarda anche il VIDEO di Luca Pagni e Mauro Tedeschni

Visualizza commenti (2)
  1. non solo è una filiera ad oggi diventata sempre più costosa, e con un ciclo di spese di circa 130 anni tra costruzione e spantellamento ( per far funzionare una centrale 40 anni) ma è pure dipendente dalla Russia

    Francia, Ungheria e le altre nazioni dell est europa con centrali nucleari hanno impedito che le sanzioni di guerra alla Russia fossero estese al settore nucleare e in particolare a Rosatom, che detiene quasi il monopolio dell’arricchimento dell’uranio e di altre fasi di riprocessamento, e anche, ma questo sarebbe il meno, la maggioranza delle miniere

    a tuttora Francia spedisce e riceve carichi di combustibili da trattare con Rosatom, dietro alle sparate in tv, non può permettersi di inimicarsi la Russia, specie dopo aver perso il controllo delle miniere in Niger..

    dall’inizio della guerra Francia non ha provato a costruire gliimpianti necessari a rendere completamente autonomo il suo ciclo del combustibile, perchè sarebbe ancora più costoso e poi ci vorrebbero forse 15 anni.. sono impianti così costosi che necessitano di grandi economie di scala e basse norme ambientali.. e il mondo sta guardando oltre, alle nuove tecnologie (rinnovabili e accumuli) e allora vanno avanti con gli impianti in Siberia

    per me ad oggi è un’industria della rapina dei soldi pubblici.. più tasse per i poveracci per coprire anche da fuori bolletta i grossi costi energia .. e al limite sconti sovvenzionati sulle bollette agli industriali.. hanno forse qualche attenuante per avere centrali i paesi che hanno anche la filiera bellica come Francia e Inghilterra

    un problema è che a forza di campagne lobbistiche e pubblicitarie EDF (in Italia si chiama EDISON) e altri ( esempio ANSALDO ) vorrebbero far condividere questi nuovi debiti pubblici e sgradevoli destini geopolitici anche all’Italia.. ci hanno puntato perchè pensano siamo abbastanza gonzi da fare quello che ci suggeriscono su youtube e al tele-meloni

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