Lo stop al fotovoltaico a terra in suolo agricolo introdotto dal DL Agricoltura è stato confermato dalla Corte Costituzionale, che ha respinto i dubbi di legittimità sollevati dal Tar del Lazio. In sostanza, è considerato legittimo il divieto di installare pannelli fotovoltaici con moduli a terra nelle aree che i piani urbanistici classificano come terreni agricoli. Eppure, nel nostro Paese si stimano oltre 3,5 milioni di ettari di terreni agricoli inattivi o abbandonati.
I giudici: «Non si limitano gli obiettivi energetici europei»
La sentenza n. 127/2026 della Corte costituzionale respinge i dubbi di legittimità sollevati dal Tar Lazio, che contestava in particolare il rischio di non riuscire a soddisfare gli obblighi europei sulla transizione energetica.

Secondo la Consulta, il DL Agricoltura non vieta indiscriminatamente la realizzazione di impianti fotovoltaici in suolo agricolo, ma solo quelli con moduli collocati a diretto contatto con il terreno. La norma, sottolineano i giudici, consente l’agrivoltaico, cioè la possibilità di combinare la produzione agricola con quella energetica. Il requisito chiave è semplice: i pannelli devono essere sollevati da terra, così da non compromettere l’attività agricola.
Le deroghe per il fotovoltaico a terra
Accanto al divieto generale per i moduli a terra in suolo agricolo, restano pienamente consentite le installazioni in una serie di aree già compromesse:
- fasce autostradali,
- cave dismesse,
- terreni contaminati,
- aree industriali abbandonate ma ancora classificate come agricole,
- terreni non più coltivabili.
Si tratta di superfici che non sottraggono terreno produttivo e che, secondo la Corte, permettono comunque di contribuire agli obiettivi energetici europei senza violare il divieto imposto dal DL Agricoltura.
Nonostante iniziative lodevoli come la Banca Nazionale delle Terre Agricole, gestita da Ismea per favorire il ricambio generazionale e l’accesso dei giovani all’agricoltura, in Italia restano milioni di ettari a destinazione agricola abbandonati o inattivi. Se anche solo una parte di queste superfici fosse utilizzata, potrebbe garantire una produzione di energia rinnovabile molto più ampia e più economica rispetto alle aree oggi disponibili.
Su questo tema, però, si è creata una forte polarizzazione politica, che rende difficile affrontare in modo pragmatico il nodo dei terreni agricoli non più coltivati.
Il centro destra brinda con il ministro Lollobrigida
«Dicevano che avevamo torto, che dovevamo arrenderci all’idea che le nostre campagne, il nostro territorio scolpito dal lavoro quotidiano degli agricoltori dovesse essere sacrificato sull’altare dell’ideologia green. Oggi invece la Corte costituzionale ci dà ragione. Per i giudici dire basta al consumo di suolo agricolo non viola i principi del diritto europeo e non è in contrasto con i valori della nostra costituzione (in minuscolo, Ndr): anzi, riconosce la tutela del suolo e della produzione agricola come un bene da salvaguardare».

Così il ministro Francesco Lollobrigida, che aggiunge: «Abbiamo detto che, se devono essere installati nuovi impianti, devono consentire l’attività agricola, e oggi la suprema Corte afferma che questa nostra scelta è corretta. Vogliamo che l’Italia sia sovrana anche dal punto di vista alimentare e senza suolo agricolo questo obiettivo non sarebbe raggiungibile».
Basta però scorrere i social per vedere i video degli agricoltori che lasciano le zucchine in campo perché raccoglierle costa più che venderle. Più che una “fame di terra”, il problema — non ovunque e non per tutte le colture, come dimostrano i successi dell’export agroalimentare italiano — è una mancanza di gestione del mercato capace di remunerare adeguatamente i produttori.
Applaudono anche le associazioni agricole
In prima linea su questo fronte ci sono anche le associazioni dei coltivatori. La più attiva è la Coldiretti, da sempre scettica e anche sull’agrivoltaico. L’organizzazione ha ripreso la sentenza della Corte costituzionale per chiedere un ulteriore freno alle autorizzazioni in campagna.

A livello locale, la federazione di Cuneo ha già utilizzato la decisione come riferimento: «La pronuncia della Corte costituzionale non riguarda direttamente il provvedimento piemontese, ma rappresenta un ulteriore e significativo elemento di cui il Consiglio regionale potrà tenere conto nel rafforzare la tutela del suolo agricolo».
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Resta però aperta la domanda cruciale: dove installare i pannelli? Per Coldiretti «la priorità deve andare ai tetti degli edifici, ai parcheggi, alle aree industriali dismesse e alle superfici già compromesse, evitando che i terreni produttivi diventino terreno di conquista per iniziative speculative». Ma la produzione di energia può essere dimezzata.


