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Emissioni globali di CO2, i trasporti tirano la volata

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Meno carbone, ma più petrolio e più gas: le emissioni globali di CO2, così, rallentano la corsa, ma continuano ad aumentare. Toccando il nuovo massimo  storico di 36,8 miliardi di tonnellate. Il settore dei trasporti, a partire dall’auto, è l’unico che non  dà alcun segno di rallentamento delle emissioni. Lo rivela l’ultimo rapporto annuale del Global Carbon Project (Gcp) presentato a Madrid nell’ambito dei lavori del COP25. L’aumento delle emissioni globali di CO2 dovrebbe attestarsi quest’anno attorno allo 0,6%, ma le stime non possono essere precise “date le incertezze nella proiezione”.

CO2, da dove viene e dove va a finire

Deforestazione e combustione di carburanti fossili liberano CO2 nell’ecosistema. Viene assorbita dagli oceani, provocando l’acidificazione dell’acqua, catturata dagli organismi viventi, e in misura crescente dispersa in atmosfera

Gas e petrolio al posto del carbone E le rinnovabili?

La forte riduzione nel consumo di carbone ha ridotto dello 0,9% le emissioni di CO2 derivanti dall’uso di questo combustibile, ma aumentano dello 0,9% quelle relative al petrolio e del 2,6% quelle da gas naturale.

In sostanza il settore della generazione elettrica continua a dismettere centrali a carbone, ma le rimpiazza principalmente con più sostenibili centrali a gas naturale anziché con fonti rinnovabili.

Il trasporto è la pecora nera dell’inquinamento

E i derivati dl petrolio continuano a far la parte del leone nel settore dei trasporti, che resta quello più indietro nel contenimento delle emissioni clima alteranti.

Il consumo di petrolio continua ad impennarsi nei trasporti, mentre cala sensibilmente in tutti gli altri settori

 

Il settore dei trasporti è quello che non ha mai interrotto il suo trend di crescita nelle emissioni di CO2

La concentrazione di CO2 in atmosfera ha raggiunto nel 2018 una media di 407,4 parti per milione (ppm) e dovrebbe aumentare di 2,2 ppm nel 2019 per raggiungere circa 410 ppm.

Nel 2018 l’aumento delle emissioni era stato maggiore (2,1%) come superiore era stata la media di aumento annuo in tutto il periodo 2000-2018 (3%). Prendendo invece il periodo dal 2010 ad oggi la media era scesa allo 0,9%, soprattutto grazie alla sostanziale stabilità nei tre anni di crisi 2014-2016.

I buoni e i cattivi delle emissioni globali

I Paesi più virtuosi sono quelli dell’Unione Europea, dove grazie a un forte aumento delle energie rinnovabili le emissioni sono costantemente diminuite nel decennio dell’1,4% all’anno e diminuiranno nel 2019 dell’1,7%. Anche negli Stati Uniti sono diminuite dell’1,1% all’anno dal picco del 2005 e la tendenza prosegue nel 2019 con un calo previsto dell’1,7%.

La Cina fa progressi ma va ancora a carbone

Secondo il rapporto, in Cina aumenteranno del 2,6%; le emissioni cresceranno anche in India, ma a un ritmo più lento rispetto agli anni precedenti, circa l’1,8%.

Nella classifica delle emissioni pro capite svettano sempre gli Stati Uniti, seguiti a distanza dall’Europa e dalla Cina quasi appaiate. Lontanissimi l’India e i Paesi meno sviluppati.

Europa la più virtuosa, ma non basta

L’Europa svetta anche nell’efficienza energetica, riuscendo a ridurre costantemente le emissioni per unità di Pil. In altre parole, riuscendo a crescere in modo più sostenibile. Ma è la Cina ad aver compiuto i maggiori progressi nell’ultimo mezzo secolo.

Rapporto fra unità di Pil ed emissioni di CO2

In termini assoluti va alla Cina il primato dei Paesi più inquinanti con oltre 10 miliardi di tonnellate di CO2, pari al 28% del totale. L’Italia è al 19esimo posto con 338 milioni di tonnellate emesse.

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«Centrare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi diventa una battaglia estremamente difficile da vincere”, ha ammonito Philippe Ciais, uno degli autori dello studio. «Il forte aumento di utilizzo del carbone registrato nel periodo 2000-2010 – ha aggiunto Pierre Friedlingstein, docente dell’università di Exeter, nel Regno Unito,  principale autore dello studio – si è arrestato. Ma da parte della Cina, ad esempio, non arrivano ancora segnali chiari di abbandono di tale fonte».

Il clima presenta il conto. Salatissimo in Italia

Quasi in contemporanea è stato diffuso un secondo rapporto, il Climate Risk Index 2020,  di Germanwatch sui danni già causati dai primi effetti del cambiamento climatico. Solo in Italia gli eventi estremi (tempeste, inondazioni, incendi) manifestatisi in seguito al climate change hanno causato 19.947 morti negli ultimi 20 anni e danni economici per quasi  33 miliardi di dollari. Nel solo 2018 i morti sono stati 51 e il valore dei danni 4,18 miliardi di dollari. L’Italia è sesta in classifica per numero di morti, e 18 esima per il valore dei danni.

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