L’auto elettriche non sarà soltanto un mezzo di trasporto, ma una risorsa energetica capace di restituire elettricità alla casa e alla rete. È la scommessa di Luca Conti, amministratore delegato di E.ON Italia, che a Fuoco Amico parla anche di prezzi dell’energia, ruolo delle rinnovabili, comunità energetiche e nucleare.
Uno dei temi più innovativi affrontati riguarda la ricarica bidirezionale, oggetto di una sperimentazione avviata da E.ON in Germania. L’idea è trasformare le batterie delle auto elettriche in una risorsa per il sistema energetico. Quando il veicolo è fermo e dispone di energia inutilizzata, questa potrebbe essere restituita alla rete (Vehicle-to-Grid) oppure alimentare direttamente l’abitazione (Vehicle-to-Home).
Secondo Conti, si tratta di una tecnologia destinata a migliorare la flessibilità del sistema elettrico, riducendo la necessità di produrre energia aggiuntiva nelle ore di punta. Il progetto è ancora in fase pilota, ma l’obiettivo dichiarato è portare questa soluzione anche in Italia nei prossimi anni.
Prezzi dell’energia: servono soluzioni strutturali
Nel corso dell’intervista si è parlato anche delle tensioni internazionali e del loro impatto sui mercati energetici. Pur riconoscendo che l’attuale aumento dei prezzi non raggiunge i livelli registrati durante la crisi Russia-Ucraina, Conti sottolinea come Italia e Germania continuino a soffrire costi dell’energia particolarmente elevati.

Per il manager di E.ON non bastano interventi emergenziali come il decreto bollette. La risposta deve essere più strutturale e basarsi su tre elementi che definisce il “trilemma energetico”: sostenibilità, sicurezza degli approvvigionamenti e convenienza economica. L’obiettivo finale per famiglie e imprese resta quello di ottenere energia a prezzi competitivi, stabile nel tempo e sempre più pulita.
Fotovoltaico domestico: a E.ON l’investimento iniziale
Un altro passaggio centrale riguarda la difficoltà delle famiglie ad affrontare i costi iniziali della transizione energetica. Fotovoltaico, accumuli, pompe di calore e mobilità elettrica garantiscono risparmi nel lungo periodo, ma richiedono investimenti importanti.
Conti propone il rafforzamento di strumenti come il reddito energetico e la reintroduzione di forme selettive di cessione del credito, senza replicare gli eccessi del Superbonus. Dal canto suo, E.ON offre formule di finanziamento agevolato e soluzioni come Free Solar, nelle quali è l’azienda a sostenere l’investimento iniziale, recuperandolo attraverso un canone mensile.
Comunità energetiche 2.0: utility energetiche al timone
Sulle comunità energetiche rinnovabili, il giudizio è più critico. Se l’autoconsumo collettivo all’interno dei condomini sta mostrando risultati incoraggianti, le comunità energetiche vere e proprie faticano a decollare.
Le cause sono soprattutto burocratiche e normative. Per accelerarne la diffusione, Conti propone un maggiore coinvolgimento delle utility energetiche, che potrebbero assumere un ruolo più operativo e finanziario nella gestione delle comunità, diventando veri soggetti aggregatori degli investimenti e della governance.
Nucleare? Prima accelerare sulle rinnovabili
Interrogato sul ritorno del nucleare nel dibattito politico italiano, l’amministratore delegato di E.ON Italia mantiene una posizione prudente. Pur senza escludere a priori ogni tecnologia, ritiene difficile considerare il nucleare una risposta ai problemi energetici del breve periodo.
La priorità, secondo Conti, resta il raggiungimento degli obiettivi di installazione delle fonti rinnovabili previsti dal PNIEC. Oggi l’Italia installa meno capacità di quella necessaria e, prima di guardare a nuove opzioni, dovrebbe accelerare su fotovoltaico, accumuli e integrazione della rete.
Ma il consenso dei territori resta decisivo

In chiusura, Conti richiama il tema dell’accettazione sociale della transizione energetica. La realizzazione di impianti fotovoltaici, batterie e infrastrutture energetiche deve procedere coinvolgendo le comunità locali e generando benefici tangibili per i territori.
La priorità, osserva, dovrebbe essere sfruttare prima il potenziale ancora inutilizzato di capannoni industriali, aree dismesse e superfici già antropizzate, evitando conflitti inutili e costruendo consenso attorno agli investimenti necessari per sostenere elettrificazione, mobilità elettrica e sviluppo dei data center.
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A me tutto sto ardore e sta ferma convinzione nel voler usare le batterie degli altri (e la relativa corrente, quasi sempre venduta a x e riacqustata a x/2) fa sempre quantomeno sorridere.
La verità, quella cruda e poco simpatica, è che tutta sta gente facente parte del lato “produzione” non ha la benchè minima intenzione di investire un euro nelle reti, negli accumuli “pubblici” e via discorrendo.
E ci credo bene: ci vogliono miliardi e tanti anni. E no, mi spiace: ma quel poco che so di oneri di urbanizzazione (ohimè…) è più che sufficiente per farmi dire che (di nuovo: ohimè) ho ragione.
E’ ovvio che le cose sono mille volte più facili partendo dal presupposto di “ciucciare” le batterie delle auto altrui (già pagate da “altrui”, si intende…) come fossero un sistema di “accumulo as a service”.
Non che il principio sia tecnicamente sbagliato eh? tutt’altro, dico sul serio, tecnicamente regge eccome. Ma siamo sempre lì: son tutti “ecologisti” con le batterie degli altri.
penso hai fotografato una percezione che avranno in molti (“non sfruttate quasi a sbafo la mia batteria”), e anche se fosse solo una percezione avrebbe un effetto concreto, ma dall’altro lato ci sarebbe un incentivo di guadagno economico a farlo
e non so se c’è tutta questa malizia nel discorso degli operatoro di settore,
perché un impianto di accumulo a batterie industriale, un BESS fatto dei classici semicontainer da 6 metri, è un ottimo affare per gli investitori
..un BESS credo costi oggi installazione fatta chiavi in mano tra 150.000 € e 250.000 € al MWh di Capacità ( 150-300 € al KWh di capacità); la forchetta di prezzo è in base a quanta Potenza di IN-OUT gli abbini (inverter e trasformatori più potenti costano di più) e al numero di container (grandi impianti costano meno).. e vedo dei report mensili secondo cui riescono a fatturare al mese 10.000-15.000 euro a MWh di capacità, vendendo sia servizi di stabilizzazione alla rete che facendo arbitraggio (spostare di orario energia)..
.. in pratica si ripagano in 2 anni, ma ne durano 20, al momento sono un ottima macchina per “stampare soldi” per chi sa gestirli (impostando sofwtare automatizzati).. il problema è che al momento in Italia è lento e difficile ottenere l’autorizzazione per fare l’impianto BESS, al pari degli impianti rinnovabili.. la filiera delle centrali a metano non gradisce e fa pressione sui politici per incasinare le normative, in Italia e in parte leggo anche in Germania el filiere fossili stanno provando a frenare gli accumuli, visto che le rinnovabili invece li ormai non le fermano più ( 23 GW installate all’anno)
allora forse bisogna distinguere tra impianti di accumulo di rete, e impianti di accumulo domestici e aziendali, in cui rientreranno anche le batterie per auto ricaricate a casa e i camion elettrici; quelli domestici e aziendali sono meno efficenti, e più caricati di balzelli, però potrebbero essere “disponibili” in un contesto in cui quelli di rete crescono troppo lentamente
in entranbi i casi, accumuli di rete o domestici, per determinare il successo economico o meno della loro partecipazione a scambi di energia non solo locali per autoconsumo, ma anche con la rete, sono determinanti gli oneri di rete
cioè se si decide o meno che gli accumuli comprano e vendono energia al prezzo PUN orario pulito, senza aggiungere i costi di rete o peggio anche la tassazione, o almeno ottengono un grosso sconto su queste componenti, altrimenti è chiaro che quando rivendono l’energia alla rete, oneri di rete e tasse spesso si mangerebbero in parte o del tutto il possibile guadagno economico del proprietario dell’accumulo
penso una analogia sia con i servizi dei broker di borsa.. se l’intermediario prende commissioni troppo altre su ogni movimento, al piccolo risparmiatore non conviene vendere ed aquistare per guadagnare sui movimenti di prezzo di varie risorse in commercio di cui detiene delle quote
però anche includendo oneri di rete e tasse, capitano alcuni momenti di breve durata (es 30 minuti al picco serale di alcune giornate) in cui l’energia in rete può essere pagata molto, es 40 centesimi a KWh di costo all’ingrosso (PUN), creando un margine di guadagno per chi volesse condividere una quota dell’energia stoccata nella batteria auto, e permettendo alla rete di accendere qualche centrale e metano in meno.. e viceversa intere ore della giornata in cui l’energia ha un prezzo pun quasi 0 centesimi e conviene fare scorta
e allora, se ci sarò un sistema software e normativo pronto e con adesione volontaria, perchè non approfittare avendo una auto elettrica connessa a wall box, con una batteria LFP che tutto sommato ormai invecchia lentamente e più per gli anni che passano, che per i km percorsi e il numero di ricariche effettuate?
Dai retta allo zio, per lo meno in Italia alla fine non ci sarà NESSUN vero guadagno per chi fornirà l’accesso alla propria batteria, siamo in un paese dove se sta cosa dovesse veramente funzionare e generare un guadagno prima te lo tassano con rata da pagare in anticipo e poi se la gente si ostina ti inventano il “registro nazionale dei batteristi” a cui bisogna iscriversi per forza se non vuoi che lo stato ti ciucci la batteria gratis.
Come se ste cose non le conoscessi a menadito, dai… 🙂
Ma guarda le CER, che sono semplicemente disincentivanti per regolamenti e vessazioni.
E tutto questo perchè gli attori di questo sistema son tutti dei “piratelli” nell’intimo e non vogliono investire nemmeno in BESS che come giustamente dici ormai hanno costi assolutamente affrontabili.
Nemmeno a sei mesi, gli importa solo la trimestrale di cassa.
Io oramai ste cose finchè non le vedo non ci credo, mi spiace.