Il governo ha approvato il nuovo Decreto Bollette 2026, un pacchetto di misure per ridurre i costi dell’energia a famiglie e imprese. Il provvedimento — valutato dal governo in oltre 5 miliardi di euro di benefici diretti tra risparmi e incentivi — combina bonus sociali, tagli agli oneri si sistema e fiscalità “creativa. Ma presenta talmente tante incongruenze con gli obiettivi delle transizione energetiche, come sottolineano numerosi commentatori, da far temere che i danni – alla fine – saranno maggiori dei benefici.
Un provvedimento solo sulla carta. Di cui potrebbe rimanere ben poco dopo la sua conversione in Parlamento e dopo l’esame da parte della Commissione Europea. Dopo averlo annunciato quasi un anno fa e promesso ufficialmente a settembre, il governo Meloni ha presentato le misure del decreto Energia approvato mercoledì dal Consiglio dei ministri.
Un decreto “populista” come è stato definito da più di un osservatore. Che tenta di intervenire sul meccanismo di formazione dei prezzi dell’energia elettrica, con un primo disaccoppiamento del prezzo dell’elettricità da quello del gas. Inoltre, interviene allineando il prezzo del gas al punto di scambio italiano (Psv) con l’indice di riferimento europeo alla Borsa di Amsterdam (Tff): una misura che dovrebbe valere almeno 2 euro/MWh.
Inoltre, per riuscire ad accorciare i prezzi pagati da cittadini e imprese per l’elettricità in Italia rispetto ala media Ue, il governo si è inventato una serie di misure in cui si è limitato a tagliare gli “oneri di sistema” (per lo più incentivi alle rinnovabili), nonché a sterilizzare gli Ets, la tassa sulle emissioni della CO2. Due misure a beneficio, in particolare, delle imprese: ne beneficeranno – secondo le dichiarazioni di Meloni – 4 milioni di aziende, di tutte le dimensioni. Con l’eccezione delle imprese energivore, che hanno già altri benefici.
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Le contrarietà della Commissione Ue al Decreto
Peccato che nel primo caso la Ue potrebbe mettere in mora l’Italia per violazione della direttive sugli aiuti di Stato. Mentre il provvedimento sull’Ets si scontra con una delle misure cardine della Commissione Ue per incentivare il passaggio a una economia decarbonizzata. Per non dire che la doppia misura ha un costo non irrilevante (attorno ai 3 miliardi di euro), che verrà coperta da un aumento del 2 per cento dell’aliquota Irap che graverà sui bilanci delle società che “estraggono e producono idrocarburi” e sulle aziende che “producono, trasmettano e trasportano energia elettrica”.
La seconda definizione si riferisce alle utility che dovrebbero guidare la transizione. Le quali avranno così meno risorse per finanziare proprio il passaggio all’economia green. E’ vero che in questi anni hanno avuto una reddittività elevata, ma è altrettanto vero che potrebbero essere costrette a ritardare gli investimenti. Bisognerà aspettare i prossimi mesi per capire quali saranno gli effetti concreti nonché gli strascichi che si porterà dietro un provvedimento criticato da più parti. Il cui esame, in realtà, è appena cominciato.
Ma vediamo nel dettaglio i principali provvedimenti in modo che il lettore possa giudicare da solo.
Risparmi per famiglie vulnerabili e imprese
Una delle misure cardine del decreto riguarda il rafforzamento del supporto economico per i nuclei più fragili. Per le famiglie con ISEE fino a 10.000 euro è previsto un contributo aggiuntivo di 115 euro, che si somma ai precedenti bonus, portando il sostegno totale fino a 315 euro l’anno per chi è in difficoltà economica.
Inoltre, il governo invita le aziende energetiche a tagliare ulteriormente le bollette “con uno sconto volontario” alle famiglie con un Isee inferiore a 25.000 euro e che non accedono al bonus sociale. Lo sconto dovrà essere di almeno 60 euro.
Parallelamente, il governo ha introdotto misure di taglio degli oneri generali di sistema, con l’obiettivo di alleggerire il peso delle bollette per oltre 4 milioni di imprese, comprese le Pmi. Secondo le stime ufficiali, un piccolo artigiano o un ristorante potrebbe risparmiare in media oltre 500 euro all’anno sulla luce e circa 200 euro sul gas.
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Disaccoppiamento gas-elettricità e ruolo delle rinnovabili
Una delle novità più rilevanti e meno convenzionali rispetto ai provvedimenti passati riguarda la modifica della formazione del prezzo dell’elettricità. Il decreto introduce un meccanismo che mira a disaccoppiare in parte il prezzo dell’energia elettrica da quello del gas naturale, storicamente dominante nella determinazione dei prezzi all’ingrosso.
In concreto, si punta alla creazione di una piattaforma pubblica di acquisto gestita da GSE e Acquirente Unico, che faciliterà la stipula di contratti di lungo periodo (Power Purchase Agreement o PPA) tra imprese e produttori di energia da fonti rinnovabili. Questa misura potrebbe stabilizzare i prezzi e rafforzare la penetrazione delle rinnovabili sul mercato italiano.
Dal punto di vista delle energie pulite, l’intento di valorizzare contratti a lungo termine rappresenta un elemento positivo per il settore, favorendo predictability e investimenti nelle produzioni rinnovabili — un tema centrale per la transizione energetica italiana, che già nel recente passato ha visto crescere significativamente la capacità di fotovoltaico e altre fonti pulite. Tuttavia, l’effettiva efficacia dipenderà dalla capacità di realizzare queste piattaforme in modo rapido ed efficiente, così da accelerare l’adozione delle FER in Italia.
Nodo ETS e critiche sulla transizione energetica
Il decreto affronta anche le quote ETS (Emission Trading System) europee, introducendo un meccanismo di rimborso per i produttori termoelettrici a gas relativo al differenziale di prezzo del combustibile e alla componente ETS. Questo intervento mira a ridurre il costo variabile della generazione a gas e, di riflesso, il prezzo finale dell’elettricità.
Tuttavia, operatori del settore e associazioni ambientaliste hanno espresso critiche su questo punto, sostenendo che la misura potrebbe contraddire il principio “chi inquina paga”, perché riduce l’effetto economico delle emissioni all’origine e può indirettamente favorire ancora le fonti fossili anziché accelerare la loro sostituzione con rinnovabili.
Impatto e prospettive nel contesto italiano
Nel complesso, il Decreto Bollette 2026 rappresenta un tentativo di affrontare con strumenti strutturali i costi dell’energia in un periodo di forte volatilità dei mercati europei. Per il sistema italiano delle rinnovabili, alcune misure come PPA e disaccoppiamento possono contribuire a rafforzare la concorrenza delle fonti pulite rispetto ai combustibili fossili. Pur restando da valutare gli effetti reali di queste novità sul medio-lungo periodo e in un contesto europeo imperniato su obiettivi climatici sempre più stringenti.
Secondo il think tank ECCO, il provvedimento rischia di trasformarsi in un sostegno indiretto ai produttori di gas, trasferendo in bolletta i costi del sistema ETS. Una scelta che potrebbe pesare su famiglie e imprese, in particolare sulle PMI non energivore, senza garanzie di reali benefici sui prezzi finali dell’energia.
La bozza del decreto riconosce infatti alle centrali a gas il rimborso dei costi legati al sistema europeo di scambio delle quote di emissione di CO₂, l’ETS. Secondo le stime di ECCO, si tratterebbe di una cifra compresa tra 3 e 4 miliardi di euro, che verrebbe trasferita in bolletta, quindi a carico di cittadini e imprese. L’auspicio dell’esecutivo è che i produttori termoelettrici riflettano il rimborso nel prezzo finale del gas, ma al momento non esiste alcun meccanismo che lo garantisca.
Il nodo ETS e le risorse già disponibili
Nella sua impostazione originaria, il decreto avrebbe dovuto rafforzare le tutele contro il caro energia. Tuttavia, la versione presentata introduce un meccanismo che, di fatto, socializza i costi ETS a favore dei produttori di gas.
Matteo Leonardi, direttore e co-fondatore di ECCO, sottolinea: “Si fatica a vedere quale sia il vantaggio per i consumatori in questo decreto”. Leonardi ricorda che lo Stato dispone già di risorse significative: circa 4 miliardi di euro provenienti dalle aste ETS1, altri 4 miliardi derivanti dall’extra-gettito IVA legato all’aumento dei prezzi dell’energia e circa 1 miliardo dall’incremento dell’accisa sul gasolio. La domanda posta dal think tank è chiara: come vengono impiegate queste risorse se l’obiettivo dichiarato è abbassare i costi per famiglie e imprese?
Secondo ECCO, il decreto rischia inoltre di aumentare la tensione con Bruxelles, difendendo gli interessi dei produttori di gas in un quadro normativo europeo sempre più orientato alla decarbonizzazione.
Rinnovabili e accumuli: leva per abbassare davvero i prezzi
Per un sistema elettrico come quello italiano, ancora fortemente dipendente dal gas nella formazione del prezzo all’ingrosso, il tema non è solo contingente ma strutturale.
Secondo ECCO, la risposta è nelle fonti rinnovabili affiancate da sistemi di accumulo, tecnologie mature che potrebbero generare fino a 10 gigawatt di nuova capacità all’anno. Aumentare la produzione da rinnovabili significa ridurre le ore in cui è necessario accendere gli impianti a gas, che oggi determinano il prezzo marginale dell’elettricità.
Michele Governatori, esperto senior di energia di ECCO, è netto: “Per abbassare il prezzo elettrico all’ingrosso nel lungo periodo occorre ridurre il numero di ore in cui serve accendere gli impianti a gas: questo è l’unico decoupling concreto”. Senza una strategia chiara di investimento su rinnovabili e storage, il prezzo continuerà a essere agganciato al costo del gas, con effetti a catena su imprese e consumatori.
Una strategia miope che rinvia il problema
Il punto politico, oltre che tecnico, riguarda la visione di lungo periodo. Ogni anno, di fronte al caro energia, il Governo interviene con misure tampone per contenere l’impatto delle bollette. Ma si tratta di interventi emergenziali che non affrontano la radice del problema: un sistema elettrico in cui il gas resta centrale nella formazione del prezzo.
Questa strategia appare miope perché, pur cercando di attenuare gli effetti immediati dei rincari, non modifica la struttura del mercato né accelera in modo deciso la penetrazione delle rinnovabili. Il risultato è una dipendenza cronica da interventi pubblici e un’esposizione continua alla volatilità dei mercati internazionali del gas.
Invece di sfruttare le risorse già disponibili per accompagnare una transizione strutturale – semplificando autorizzazioni, incentivando accumuli e rafforzando le reti – si continua a sostenere un sistema basato sul gas, con il rischio di dover intervenire nuovamente tra pochi mesi con un nuovo “decreto bollette”.
Il rischio europeo e la partita della transizione
Oltre alle criticità economiche, il decreto presenta possibili profili di incompatibilità con la normativa europea sugli aiuti di Stato. Un eventuale contenzioso con la Commissione europea potrebbe tradursi in procedure di infrazione costose e incerte, senza aver prodotto né una riduzione strutturale dei prezzi né un taglio delle emissioni di CO₂.
Per l’Italia, che punta a rafforzare la competitività industriale e a sostenere la mobilità elettrica, la vera sfida è costruire un sistema energetico meno esposto al gas e più fondato su rinnovabili, accumuli e flessibilità. Senza questa svolta, il caro energia rischia di restare una costante ciclica, affrontata di volta in volta con nuovi tamponi, ma mai risolta alla radice.



Sarebbe tutto molto semplice. Lo Sato dovrebbe fare quello che ogni privato che ha un tetto fa: montare un impianto FV e non pagare più la bolletta. Perchè tutti questi provvedimenti tampone? Oggi il principale vantaggio di competitività di un paese è nel costo basso dell’energia. E niente, non lo capiscono. Non lo vogliono capire, temo. Le lobby dei fossili bivaccano a Montecitorio.