Data center “a gasolio”: una comunità californiana si ribella e fa chiudere il progetto

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A Monterey Park, cittadina della California alle porte di Los Angeles, un gruppo di residenti è riuscito in poche settimane a bloccare la costruzione di un enorme data center alimentato da generatori diesel. Una vittoria simbolica e politica che si inserisce in una più ampia ondata di opposizione locale alle infrastrutture digitali energivore, contestate negli Stati Uniti per l’impatto su rete elettrica, ambiente e costi dell’energia.

No Data Center, a Monterey i cittadini insorgono

Tutto inizia lo scorso dicembre, quando il Consiglio comunale di Monterey Park propone la realizzazione in città di un data center di grandissime dimensioni. Cinque residenti decidono subito di opporsi, dando vita al comitato “No Data Center Monterey Park”. In poche settimane, grazie a una campagna porta a porta, volantini e incontri pubblici, la mobilitazione cresce rapidamente.

Con il supporto del gruppo SGV Progressive Action, gli attivisti organizzano una manifestazione che attira centinaia di persone. I materiali informativi vengono diffusi in inglese, cinese e spagnolo, una scelta chiave in una città composta per due terzi da cittadini asiatici (Monterrey viene affettuosamente chiamata “la prima Chinatown suburbana del Paese”) e per un quarto da ispanici. La petizione contro il progetto supera le 5.000 firme.

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La mobilitazione cittadina contro i Data center a Monterey Park (foto Kung)

Energia, rumore e… salute

Gli oppositori puntano l’attenzione sui presunti effetti negativi del data center: sovraccarico della rete elettrica, possibile aumento delle bollette, inquinamento acustico e impatti sulla salute. Il progetto prevede infatti l’uso di 14 generatori diesel, in grado, per gli oppositori, di emettere ossidi di azoto e altri inquinanti collegati a patologie respiratorie come asma e tumori polmonari.

Queste argomentazioni trovano ascolto anche al di fuori delle tradizionali battaglie ambientaliste, coinvolgendo famiglie, insegnanti e associazioni locali preoccupate per la qualità della vita.

Vittoria rapida, ma non definitiva

Alla fine, in appena sei settimane, la pressione popolare ottiene il primo importante risultato. Il Consiglio comunale approva una moratoria di 45 giorni sulla costruzione del nuovo data center e si impegna a valutarne un divieto permanente.

La partita, però, non è chiusa. Il comune sta valutando proprio in questi giorni di demandare la decisione finale a un referendum cittadino (previsto per novembre), costringendo così il movimento a proseguire la sua campagna informativa per altri mesi.

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Il boom dei data center dilaga negli Stati Uniti

Una “ribellione” che attraversa gli Stati Uniti

Il caso di Monterey Park negli USA fa scalpore ma non è certo isolato. Secondo i dati del gruppo Data Center Watch, tra marzo e giugno 2025 le proteste popolari locali hanno portato al rinvio o alla cancellazione di progetti per 98 miliardi di dollari. Oltre 50 gruppi attivi in 17 Stati hanno preso di mira una trentina di iniziative, bloccandone circa due terzi.

La particolarità di questa ondata è la sua trasversalità politica: ambientalisti e movimenti NIMBY, progressisti e conservatori, attivisti per la giustizia climatica e comunità rurali si ritrovano fianco a fianco. Persino in Indiana, roccaforte repubblicana con più di 70 data center attivi, almeno una dozzina di nuovi progetti sono stati fermati nell’ultimo anno.

IA senza limiti? No grazie

Il malcontento nasce da un dato strutturale: i data center, spinti dall’espansione del cloud e dell’Intelligenza Artificiale, consumano enormi quantità di energia e acqua. Un sondaggio Morning Consult del novembre scorso indica che la maggioranza degli elettori americani sarebbe favorevole a vietarli nelle proprie aree di residenza, ritenendoli corresponsabili dell’aumento dei costi elettrici.

In particolare si sottolinea come sia sostanzialmente “inutile” discutere di elettrificazione, rinnovabili e mobilità sostenibile, se poi l’espansione incontrollata delle infrastrutture digitali rischia di entrare in conflitto con gli obiettivi di stabilità della rete e accettabilità sociale.

In definitiva, l’infrastruttura dell’IA non è più accettata senza limiti, nemmeno negli USA.

  • Guarda anche il VIDEO di Mauro Tedeschini e Luca Pagni

Visualizza commenti (1)
  1. Prima o poi anche in USA si renderanno conto che sistemi “vitali” come i data-center IA devono essere non solo sostenibili economicamente ma anche resilienti, quindi essere aumentati da PROPRIE F.E.R. così da restare on-line anche in caso di difficoltà delle locali reti elettriche (ci sono cause risarcitorie in corso per aver contribuito a diffondere incendi devastanti ampie zone) ma anche riuscire a diminuire i lunghi/lunghissimi tempi di connessione alla rete (anche 7 anni !!), mentre se fossero quasi “off-grid” sarebbero sicuramente avvantaggiati viste le minori necessità ed aggravamenti sui fornitori locali.
    Per fortuna anche la ci sono casi positivi:
    https://www.reuters.com/business/energy/totalenergies-provide-solar-power-googles-texas-data-centres-2026-02-09/

    Certo è che pure in Italia dovremo affrontare seriamente il problema; ci son tante richieste di connessione sia “da noi” che generalmente in Europa, e portano ovviamente anche tanto lavoro ma pure problemi per dove saranno posizionati. Oggi in borsa ci son stati forti guadagni anche per STm (a partecipazione italo-francese) proprio per accordi con AWS ma ovviamente saranno da superare i colli di bottiglia delle connessioni alle reti… c’è tanto, tantissimo “indotto” da tener presente … e non è male sapere che le soluzioni più favorevoli non fanno male all’ambiente ed ai nostri polmoni.

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