“Non si eroga carburante per mezzi pesanti”. È l’avvertenza comparsa in alcune stazioni di servizio, in seguito allo stop del rifornimento per i camion. Una situazione impensabile fino a poche settimane fa, denunciata dalle associazioni di categoria e capace di colpire un settore vitale come la logistica delle merci. Anche se si tratta di un caso isolato, si somma però all’esaurimento, seppur temporaneo, del gasolio in numerosi distributori.
Un altro segnale, insieme agli annunci di razionamento del combustibile per gli aerei, della grande fragilità dell’economia fossile. E le proteste dei camionisti percorrono le strade europee: in Irlanda tre giorni di proteste per l’aumento dei prezzi dei carburanti, con strade e autostrade bloccate da camion e trattori. Tratte stradali bloccate anche in Francia, protestano pure in Norvegia, una sorta di “Petro-Stato”, e in Italia sciopero annunciato dal 20 al 25 aprile. Basta il blocco di un nodo strategico come lo Stretto di Hormuz per mettere in difficoltà l’intero sistema e rallentare la macchina dell’economia globale. Eppure non si investe ancora con decisione sull’alternativa elettrica che potrebbe ridurre questa vulnerabilità strutturale.
L’associazione Trasporto unito: “Sull’orlo del fallimento”
In una nota, l’associazione di categoria Trasportounito segnala che «in autostrada appaiono i primi cartelli: “pieno” vietato ai mezzi pesanti». Dove? Al momento la segnalazione riguarda alcune stazioni di servizio, in particolare l’area Plose Ovest sull’autostrada del Brennero, A22 in direzione sud, in Alto Adige.

L’associazione usa toni molto duri e delinea scenari critici: «L’emergenza in atto, che – come noto – sta accelerando la crisi dell’autotrasporto, ormai sull’orlo del tracollo finanziario, rischia di innescare reazioni incontrollabili in risposta a provvedimenti e misure tanto estemporanei quanto inaccettabili». È chiaro che misure come le domeniche a piedi, le targhe alterne, lo smart working o l’uso dei mezzi pubblici sono sostenibili. Ma l’impossibilità di rifornire un camion che trasporta merci è un segnale inquietante.
Secondo il segretario generale dell’associazione, Maurizio Longo, «non esistono comportamenti di questo tipo, i quali sforano qualsiasi limite e confine e appaiono volutamente orientati ad alimentare conflitti e generare difficoltà all’economia del Paese nel suo complesso».
Non manca un attacco al Governo: «In una situazione fuori controllo – prosegue Longo – l’intero sistema istituzionale evidenzia una totale miopia che si somma all’indifferenza per la crisi del settore e alla sottovalutazione, da parte di un sistema economico che continua a sfruttare la debolezza della filiera, dell’importanza strategica dell’autotrasporto di merci e della conseguente necessità di nuove norme per tutelarne la sopravvivenza».
Troppo felpato il passo verso l’elettrico
È comprensibile la posizione dell’associazione: ostacolare l’approvvigionamento di carburante per il trasporto merci è un fatto grave. Ma ancora una volta – come già accaduto con le proteste legate all’aumento del gasolio agricolo o del carburante per i pescherecci – il dibattito si concentra sul breve periodo, senza affrontare il tema più ampio di una transizione energetica che non è soltanto ambientale, ma sempre più politica e legata alla sicurezza nazionale.
Maxi hub per camion elettrici: 76 colonnine e 9 MW nel cuore della logistica USA
Per quanto riguarda i camion, manca un piano nazionale per l’elettrificazione del trasporto pesante. Le stazioni di ricarica dedicate devono rispettare requisiti tecnici specifici e, a differenza di altri settori, non sono state finanziate dal Pnrr. Le poche infrastrutture esistenti derivano quasi esclusivamente dagli investimenti dei costruttori di veicoli elettrici.
Sul fronte degli incentivi, il confronto con altri Paesi europei evidenzia che il sostegno all’elettrico è limitato. Le risorse economiche non mancano, ma i bandi attuali mettono in competizione l’elettrico con altre alimentazioni che, oltre a essere più inquinanti, continuano a prolungare la dipendenza da fonti fossili non presenti in Italia.
Il Governo e il falso problema degli ETS
Sia il Governo Meloni sia le associazioni dei diversi settori produttivi interessati non presentano, al momento, proposte strutturate per la transizione energetica. L’attenzione si concentra invece sull’obiettivo di ridimensionare il sistema ETS, l’Emission Trading System europeo. Si tratta del meccanismo di scambio delle quote di emissione di gas a effetto serra attivo nell’Unione Europea, e in altri Paesi europei come Islanda, Liechtenstein e anche in Norvegia, uno dei principali produttori di petrolio.

Il principio è semplice: chi inquina meno è incentivato potendo cedere “diritti ad inquinare” a chi inquina di più. Un sistema che, applicato con coerenza, accelera la transizione anche nel settore dei trasporti.
Ets, cambia la tassa per chi inquina, ma non come volevano Meloni e Confindustria
Nonostante ciò, e nonostante provvedimenti che fino a poche settimane fa sarebbero stati difficili da immaginare, restano attivi i movimenti contrari allo sviluppo delle rinnovabili, come i gruppi che contestano gli impianti eolici e fotovoltaici. Eppure si tratta di tecnologie già disponibili, utilizzabili da veicoli che circolano quotidianamente e con costi di ricarica che, nei primi hub dedicati, sono stati fissati a 0,35 euro per kWh.

Va ricordato inoltre che molte aziende potrebbero produrre autonomamente una parte dell’energia necessaria per alimentare i propri mezzi – abbiamo scritto recentemente di un caso modello – riducendo costi e dipendenza dalle fonti fossili.
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Diciamo che il trasporto su gomma è stata una scelta politica. Decine d’anni fa il trasporto su rotaia aveva un ruolo, poi i consumi sono cambiati e si è preferito non investire nelle ferrovie. Autotreni sempre più grandi e sempre più numerosi hanno invaso le strade, creando problemi di traffico, di sicurezza e di inquinamento, ma questo problema non ha ingenerato una riflessione produttiva. Tutto è rimasto così com’era. Questo immobilismo, questa pigrizia mentale, sommati a interessi consociativi e anche corruttivi, hanno portato all’attuale situazione.
Secondo me non si risolve radicalmente il problema solo cambiando motorizzazione e tipologia di energia, bisogna pensare e costruire creativamente un futuro diverso!
Mi è sembrato corretto, per rispondere alla consociazione degli autotrasportatori, l’atteggiamento dell’Europa che si è detta contraria a misure per contenere l’aumento dei combustibili: se andremo incontro ad un deficit di carburanti che senso ha incentivarne il consumo tramite una riduzione del prezzo? Ma ovviamente questo è un ragionamento scomodo…
È brutto dover aspettare queste crisi mondiali per dare picconate al sistema fossile, ma purtroppo è così, lo stesso era successo con la guerra in Ucraina.
Bisogna però stare attenti agli aspetti ecomici: se da un lato i prezzi alti spingono anche gli industriali più scettici alla transizione e all’efficienza, dall’altro “sbloccano”, rendendoli profittevoli, tutta una serie di progetti di estrazione non convenzionali, quali fracking, sabbie bituminose e porcherie del genere. Che una volta pronti andranno ad aggiungere ulteriore offerta e a guerra finita faranno ridiscendere il prezzo al minimo.
C’è poco da fare, i costi alti del fossile sono la moglie spinta per le alternative, più di qualunque policy europea.
Gli investimenti necessari ad attivare nuovi giacimenti gas e petrolio sono enormi e richiedono molti anni; basta considerare che occorreranno almeno 4 o 5 anni soltanto a riparare gli impianti danneggiati negli attuali conflitti: difficile pensare che verranno realmente effettuati visto che oramai in tutte le nazioni spingono verso nucleare o F.E.R. con accumuli (una volta chiusi gli attuali conflitti tra umani resterà il drammatico e non rinviabile conflitto con l’ Ambiente, visto che abbiamo pesantemente sforato i limiti di sicurezza delle temperature globali e dobbiamo prepararci al peggio).