Domani inizia la COP30 di Belém, in Brasile; è stata preceduta, giovedì e venerdì scorsi, da un vertice dei Capi di Stato e di Governo che avrebbe dovuto fornire la spinta politica al negoziato. Ma l’appuntamento, disertato da molti big – per l’Italia era presente il Ministro degli Esteri Antonio Tajani – pare proprio che non ci sia riuscito.
La COP30, trentesima edizione della “Conference of Parts” che ogni anno monitora la salute del Pianeta e traccia la rotta per preservarla, inizia quindi con grandi obiettivi ma scarse chaces di raggiungerli. A dieci anni dall’Accordo di Parigi sottoscritto da 197 Paesi aderenti all’ ONU, il summit brasiliano – durerà fino al 25 di questo mese – non è solo un anniversario simbolico, ma un appuntamento che gli organizzatori brasiliani definiscono un “bivio della storia“.
Dieci anni dopo Parigi, con un mondo cambiato. In peggio
Lo scenario globale è oggi totalmente cambiato rispetto al 2015: guerre, crisi economiche, tensioni geopolitiche e sfiducia nel multilateralismo ridefiniscono le priorità dei governi. E il secondo inquinatore del mondo, gli Stati Uniti, non siede più al tavolo dei negoziati. Anzi, con la nuova amministrazione Trump sbeffeggia quell’accordo e definisce “una truffa” l’emergenza ambientale.

Insomma, la domanda chiave di COP 30 (stiamo traducendo gli impegni in azione?) ha già una risposta negativa. E nelle attuali condizioni geopolitiche le possibilità di invertire la rotta sembrano più remote che mai.
Dieci anni fa l’Accordo di Parigi impegnava i Paesi firmatari ad attuare politiche di riduzione delle emissioni clima alteranti in quantità sufficiente a contenere l’aumento delle temperature medie globali entro la soglia critica di +1,5 gradi rispetto all’era preindustriale. Grazie all’Accordo di Parigi, la traiettoria del riscaldamento globale è scesa, ma solo da 3,9 a 2,5 °C. Le rinnovabili e l’efficienza energetica avanzano, i costi di solare e batterie si sono ridotti fino al 90%. Oggi il mondo investe oltre 2.000 miliardi di dollari all’anno in energia pulita, il doppio rispetto ai fossili. Ma tutto questo non basta: per restare sulla rotta dell’1,5 °C servirebbe accelerare la trasformazione economica e industriale.
Lula chiede un’alleanza contro Trump e i negazionisti
Oggi siamo già andati oltre ed è ormai «virtualmente impossibile» riuscire a tornare indietro. «Un fallimento morale, una negligenza mortale» ha detto ai capi di Stato e di Governo il segretario Onu Antonio Guterres.
Per ottenere un risultato finale soddisfacente servirebbero: la riduzione accelerata delle emissioni (un Green Deal europeo condiviso a livello mondiale), il distacco dal fossile, più fondi per l’aiuto alle popolazioni colpite dalla crisi climatica e sostegno agli adattamenti necessari. Tutte misure che grandi Paesi inquinatori non sono più disposti ad adottare. Emblematiche, in questo senso, le assenzae al prevertice. Oltre a Donald Trump, non si sono fatti vedere nemmeno il presidente argentino Milei, la premier italiana Giorgia Meloni, il leader cinese Xi Jinping e l’indiano Modri.
Tanto che il presidente del Brasile Luiz Inacio Lula ha proposto una unione contro le «forze estremiste che fabbricano notizie false sul clima per guadagno politico». L’atteggiamento di Trump, ha aggiunto il presidente colombiano Gustavo Petro, è «contro l’umanità: ci sta portando al collasso».
Spaccature e contraddizioni, del resto, saranno il leitmotiv di questa Cop30.
Bélem, la porta dell’Amazzonia in pericolo

La scelta di Belém – porta dell’Amazzonia – come sede della COP30 è altamente simbolica. Il Brasile vuole riaffermare la propria leadership climatica e attirare l’attenzione sulla tutela della foresta tropicale e rilanciare un dialogo Nord-Sud più equo. Tuttavia, il contesto amazzonico impone coerenza. Il presidente Lula ha bloccato la deforestazione, oggi pari al 17% del totale, mentre i limite massimo tollerabile è a tiro: il 20%). Nel contempo Lula è contestato dagli ambientalisti per chè ha riaperto alle trivellazioni petrolifere nelle acque profonde alla foce del Rio delle Amazzoni. Perciò ogni annuncio sarà valutato alla luce della deforestazione e delle politiche di sviluppo del Paese ospitante. Un tema caldo, per esempio, sarà la nuova iniziativa Belém 4x, promossa da Brasile, India, Italia e Giappone, che punta a quadruplicare l’uso di “combustibili sostenibili” entro il 2035.
Ma dietro la formula si nascondono criticità importanti: la biomassa, pur essendo rinnovabile, è una risorsa limitata e non deve compromettere biodiversità e sicurezza alimentare. Gli esperti chiedono di stabilire una gerarchia d’uso che privilegi i materiali bio-based ad alto valore aggiunto, come bioplastiche e componenti industriali, anziché usi energetici di bassa efficienza com’è l’alimentazione di motori termici nel trasporto passeggeri e in quella leggero.
E’ proprio questo, invece, l’impiego che più sta a cuore all’Italia in nome della “neutralità tecnologica” invocata in alternativa al ban del motore termico previsto dall’UE a partire dal 2035. Anche nel pre vertice in Brasile, infatti, il ministro Tajani ha di nuovo sottolineato la necessità di coniugare ambizione e realismo, invitando a evitare dogmatismi che possano danneggiare il tessuto produttivo europeo.
L’Italia a Bélem con le carte in disordine
L’Italia non si presenta alla COP30 con tutte le carte in ordine. Nel nuovo rapporto di ECCO e ODI Global emerge che ha raggiunto solo il 73% della sua quota equa di finanza climatica internazionale e non ha ancora versato i 100 milioni promessi a COP28 per il Fondo Perdite e Danni. Sul fronte interno, il monitoraggio del PNIEC evidenzia ritardi in trasporti ed edilizia, mentre la fiscalità energetica continua a favorire il gas. Senza una revisione del piano, l’Italia rischia un conto salato in termini di competitività e credibilità.
Il nostro Paese è presente a Belém anche con il Padiglione Italia, ospitato su una piattaforma galleggiante (“AquaPraça”) progettata dallo studio Carlo Ratti Associati, che punta a rappresentare innovazione, tecnologia e sostenibilità.
L’organizzazione italiana ECCO partecipa alla COP30 con una delegazione che seguirà da vicino i negoziati, raccontando ogni giorno – tramite newsletter e podcast – i retroscena politici e geopolitici del vertice. Dieci anni dopo Parigi, la bussola del clima esiste ancora. Ora serve la volontà politica di seguirla. E pochi scommettono che la si ritrovi.
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