L’industria automobilistica cinese attraversa una delle fasi più complesse degli ultimi anni. Tra gennaio e novembre 2025 il margine di profitto medio si è fermato al 4,4%, pari a circa 2.000 dollari per auto: il secondo livello più basso mai registrato. E in Cina il comparto dell’elettrico ha un ruolo sempre più centrale.
Il dato fotografa un settore in forte crescita produttiva ma schiacciato da costi elevati e da una competizione sempre più aggressiva, soprattutto nel segmento dei veicoli elettrici.
Secondo i dati diffusi da Cui Dongshu, segretario generale della China Passenger Car Association (CPCA), il fatturato medio per veicolo lungo l’intera filiera ha raggiunto i 322.000 yuan, ma l’utile lordo si è fermato a 14.000 yuan (circa 1.700 euro), un valore che mette in discussione la sostenibilità economica di molti modelli di business oggi dominanti in Cina.

Crescono i volumi, non la redditività
Nel periodo gennaio-novembre 2025 il settore automotive cinese ha superato per la prima volta i 10 trilioni di yuan di ricavi, con una crescita dell’8,1% su base annua. Tuttavia, i costi complessivi sono aumentati del 9%, superando la dinamica dei ricavi e comprimendo i margini. I profitti totali si sono attestati a 440 miliardi di yuan (circa 53 miliardi di euro) in crescita del 7,5%, ma insufficienti a compensare l’erosione della redditività unità per unità.
Tra i fattori più rilevanti pesano le oscillazioni nei prezzi delle materie prime per le batterie, l’aumento del costo del lavoro e gli investimenti necessari per sostenere l’espansione produttiva, soprattutto nel segmento elettrico. Un contesto che appare ben lontano dall’immagine di un settore iper profittevole spesso associata all’industria cinese.
La guerra dei prezzi: il 70% delle auto vendute sottocosto
A pesare ulteriormente sui conti è la crescente competizione interna tra veicoli elettrici e modelli a combustione. La guerra dei prezzi, nata nel comparto delle nuove energie, si è rapidamente estesa anche alle auto a benzina, trascinando verso il basso i listini e, di conseguenza, i margini.
Il caso di Great Wall Motor è emblematico: nei primi tre trimestri del 2025 i ricavi sono cresciuti di quasi l’8%, ma l’utile netto è sceso di circa il 17%, penalizzato dagli investimenti nelle reti distributive e dalla pressione competitiva. Secondo dati riportati dai media cinesi, oltre il 50% dei concessionari opera in perdita e più del 70% dei modelli viene venduto sotto costo.

Novembre mostra segnali di stabilizzazione
Il solo mese di novembre ha mostrato un parziale miglioramento. I ricavi hanno raggiunto 1.144 miliardi di yuan (+9,7% su base annua), mentre i profitti sono cresciuti del 39,2%, portando il margine al 4,4%, in risalita rispetto al 3,9% di ottobre e al 3,3% di novembre 2024. Un rimbalzo che suggerisce una possibile stabilizzazione, ma che non cambia il quadro strutturale di forte pressione sui margini.
E non è detto lo sbarco in Europa sia la soluzione
Dal punto di vista europeo, e italiano in particolare, questi dati aiutano a leggere con maggiore realismo l’offensiva dei costruttori cinesi. Prezzi aggressivi e margini ridotti indicano che l’espansione verso l’Europa potrebbe non tradursi automaticamente in profitti elevati, soprattutto considerando dazi, normative ambientali, costi logistici e adattamenti tecnologici richiesti dal mercato UE.
Nel periodo gennaio-novembre 2025 la produzione complessiva cinese ha raggiunto 31,09 milioni di veicoli, con 14,53 milioni di elettrici (+27%) e una penetrazione del 47%. Numeri imponenti, ma che raccontano anche un settore ancora alla ricerca di un equilibrio economico sostenibile, soprattutto in vista di una competizione globale sempre più selettiva.
LEGGI anche: “Auto elettriche cinesi: la grande “purga” è iniziata (ma per noi cambia poco)”


Mi pare logico: lì si sta affermando adesso l’industria automobilistica, soprattutto grazie alle NEV, in molti si lanciano.
D’altronde anche in Italia esistevano molte case che non ci sono più:
Autobianchi, Innocenti, Isotta Franchini, Itala, ISO Rivolta, De Tomaso… Persino Ansaldo mi pare che abbia provato a fare auto.
Solo in Italia c’erano un centinaio di marchi ed eravamo circa in 30 milioni di abitanti.
forse quanto viene esposto in questo articolo potrebbe essere un ottimo spunto di riflessione in merito al fatto che una strategia commerciale basata, di fatto, sulla sovrapproduzione forse qualche limite lo ha.
E magari riconsiderare un pochino la lode a priori degli asspetti che a prima vista potrebbero addirittura apparire quasi “magici”.
Per esempio: le mirabolanti fabbriche automatiche che lavorano a luci spente sicuramente in assoluto sono una meraviglia dell’ingegno umano, ma se gli esiti sono strettamente imparentati con quello che leggiamo sarebbe quantomeno superficiale non farsi almeno una domandina in merito a questo tipo di modello di produzione. E sicuramente smettere di osannarlo a priori.