I disastri provocati nel Sud Italia, a Malta e in Tunisia dal ciclone Harry sono conseguenza della crisi climatica di origine antropica. Lo conferma oggi l’ analisi di ClimaMeter secondo cui i forti venti associati al ciclone mediterraneo sono «coerenti con l’attuale comprensione scientifica di come il cambiamento climatico stia aumentando la gravità dei cicloni intensi nella regione». Le prime stime quantificano i danni nella sola Sicilia a circa un miliardo e mezzo di euro.
ClimaMeter, un progetto finanziato dall’Unione Europea e dal Centre National de la Recherche Scientifique (CNRS) francese, ha confrontato le condizioni meteorologiche associate al ciclone Harry con schemi atmosferici simili nel periodo 1950–1987 e nei decenni più recenti (1988–2023). Una descrizione più dettagliata del metodo è disponibile qui. Si è trattato di un evento molto raro. Ciò significa che esistono pochi esempi di tempeste simili nel database storico, il che limita la robustezza statistica dei risultati. Tuttavia, gli scienziati osservano che «la sola variabilità naturale non può spiegare completamente la forza e l’intensità dell’evento».
Le anomalie: velocità del vento, precipitazioni, stagione
Qui di seguito le principali anomalie del ciclone Harry:
- Le velocità del vento vicino alla superficie erano fino a oltre 100 km/h, superiori di 4–8 km/h rispetto al passato, e rappresentando un aumento fino al 15%;
- I venti e la forza ciclonica durante l’evento non possono essere spiegati completamente dalla sola variabilità naturale, indicando il cambiamento climatico di origine antropica come fattore contributivo alla severità della tempesta.
- Questi cambiamenti favoriscono impatti del vento più intensi, un aumento dell’azione del moto ondoso e un maggiore trasporto di umidità. A loro volta accrescono il rischio di pericoli combinati come danni da vento, inondazioni costiere e alluvioni improvvise innescate da precipitazioni giornaliere che hanno superato i 150 mm in un solo giorno.

I ricercatori che hanno contribuito all’analisi annoverano tra le anomalie del ciclone Harry anche la stagionalità invernale. Valerio Lucarini, Università di Leicester, Regno Unito (v.lucarini@leicester.ac.uk) dice che «il ciclone Harry rappresenta un cambiamento drammatico nella stagionalità di alcune classi di eventi estremi» e questo «richiede un approccio più flessibile al rischio meteo-climatico».
Fenomeni sempre più violenti: occhio al Ponte di Messina
Per Haosu Tang, Università di Sheffield, Regno Unito (haosu.tang@sheffield.ac.uk) «le tempeste invernali estreme nel Mediterraneo non sono più un rischio ipotetico futuro, ma una sfida attuale a causa del cambiamento climatico».
«Tali eventi stanno diventando più frequenti e si verificano sempre più al di fuori delle loro stagioni tradizionali» conferma Erika Coppola, ICTP, Italia (copplae@ictp.it). Sono «eventi estremi combinati, in cui forti precipitazioni coincidono con venti intensi e livelli totali dell’acqua elevati».
Davide Faranda, CNRS, Francia (davide.faranda@lsce.ipsl.fr) avverte: «Con l’intensificarsi dei cicloni mediterranei sono essenziali strategie di adattamento che riducano sia la vulnerabilità sia le emissioni di carbonio per salvaguardare vite e mezzi di sussistenza». E anche «la necessità di standard progettuali informati dal clima, in particolare per grandi progetti infrastrutturali come il proposto ponte Reggio Calabria–Messina» aggiunge Alice Portal, ISAC-CNR, Italia (a.portal@isac.cnr.it).
Ma l’adattamento sarà via via sempre più insostenibile. A causa della «crescente vulnerabilità della regione mediterranea ai cicloni invernali intensi» dice infatti Tommaso Alberti, INGV, Italia (tommaso.alberti@ingv.it). «Il problema è destinato a peggiorare se non affrontiamo l’inquinamento da combustibili fossili».
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