Oltre al traffico, anche l’industria energivora può decarbonizzarsi: perfino i cementifici. Non si tratta di teorie o di programmi da completare tra qualche anno, ma di realtà già operative. Lo dimostrano i dati di un gigante del settore come Buzzi Unicem, che sul proprio sito rendiconta gli investimenti nelle rinnovabili a servizio degli stabilimenti (Leggi). Parliamo di quattro impianti fotovoltaici: i primi tre producono complessivamente circa 19,6 GWh l’anno, arrivando a coprire fino al 93% dei consumi negli stabilimenti.
Anche l’industria energivora si può decarbonizzare
L’impegno dell’azienda è evidente in tutta Italia. Nel 2025 sono entrati in esercizio quattro impianti fotovoltaici: Trino (Vercelli), Guidonia (Roma), Siniscola (Nuoro) e San Lorenzo in Campo (Pesaro e Urbino). I primi tre, destinati all’autoconsumo, producono complessivamente circa 19,6 GWh l’anno, arrivando a coprire fino al 93% dei consumi dei rispettivi stabilimenti; l’impianto marchigiano, invece, immette tutta l’energia in rete.
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Nel complesso, i quattro siti permettono un risparmio annuo di circa 6.727 tonnellate di CO₂. Sono dati che mostrano chiaramente come la decarbonizzazione dell’industria sia già possibile e in corso.

E non è finita qui. «Buzzi Unicem continua a sviluppare un portfolio di impianti fotovoltaici da utilizzare nei propri processi produttivi, confermando l’impegno per la transizione energetica e la decarbonizzazione». Avanti tutta. Si progetta un futuro sotto il segno delle rinnovabili. «L’iniziativa dimostra come innovazione tecnologica e lavoro di squadra possano generare valore e sostenibilità. Per Buzzi Unicem questo percorso è solo all’inizio, con nuovi impianti già in progettazione per rafforzare l’autonomia energetica e la riduzione delle emissioni».
In collaborazione con Greenergy. ” E siamo solo all’inizio”
Buzzi Unicem nel 2021 ha affidato a Greenergy il permitting che si traduce nelle verifiche, analisi vincolistiche, interlocuzioni con gli enti e predisposizione della documentazione tecnica. La procedura essenziale che riduce i rischi progettuali. Dall’azienda energetica spiegano più nel dettaglio le caratteristiche di due degli impianti. Quello di Guidonia, Comune vicino Roma, con un impianto in copertura da 6 MW.
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I benefici oltre quelli energetici sono «la valorizzazione superfici già esistenti e si integra in modo diretto con le esigenze operative di un sito industriale». Interessanti gli elementi necessari per la realizzazione del progetto sui tetti che richiede «verifiche strutturali, gestione delle interferenze con l’attività produttiva, sicurezza in quota e un controllo costante della qualità esecutiva».

Da Siniscola (Sardegna) un messaggio ai comitati del “no”
Il secondo impianto a Siniscola, non lontano dalla costa sarda, sviluppato in modalità ground-mounted (pannelli installati su una struttura fissata al suolo) da 2,995 MW dislocato in due ettari. Il 72% dell’energia è utilizzata per produrre cemento. L’aspetto interessante e la localizzazione dell’impianto a fianco dello stabilimento ma soprattutto inserito all’interno di un sito di Rete Natura 2000, ma è stato approvato. Chiaro che la riduzione delle emissioni – ma in tanti in Sardegna non lo vogliono capire (vedi il video sotto) – ha un impatto ambientale e sulla salute molto positivo e l’incidenza sul paesaggio è minimo.
Per di più la zona ha subito una trasformazione industriale pesante con lo stabilimento e le cave. Sarebbe stato assurdo vietare un impianto che mitiga le conseguenze di un’attività industriale che ha trasformato il paesaggio.
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