CBAM, l’Europa valuta l’estensione ad auto e componenti: la Cina contesta

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Dal 1° gennaio il Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM) – il meccanismo UE di adeguamento fiscale del carbonio alle frontiere – è entrato nella sua fase operativa definitiva. Ora Bruxelles vuole estendere la “tassa” sulle importazioni anche a prodotti finiti come automobili e componentistica di settore. Ma la Cina non ci sta…

Il CBAM, pensato per evitare il cosiddetto “carbon leakage” (rilocalizzazione delle emissioni), è uno strumento con cui la UE intende imporre un prezzo sulle emissioni di carbonio incorporate in specifici beni importati da Paesi extra-UE. Un meccanismo diventato pienamente operativo dal 1° gennaio dopo un periodo transitorio di sola rendicontazione.

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Il meccanismo introdotto nella UE dal CBAM

UE-Cina, si riapre il contenzioso sulle emissioni

Con l’entrata in vigore completa, ora gli importatori dovranno acquistare certificati CBAM in base alle emissioni incorporate nei prodotti acquistati fuori dall’UE.

Negli ultimi mesi la Commissione ha definito metodologie di calcolo, valori di default e regole di verifica, passaggi chiave per rendere il meccanismo applicabile su larga scala. Aspetti tecnici su cui, però, la Cina ha già alzato la voce.

Secondo il Ministero del Commercio cinese, infatti, i valori standard di intensità carbonica assegnati ai prodotti cinesi sarebbero significativamente superiori alle emissioni medie reali, con un ulteriore irrigidimento previsto nei prossimi tre anni.

Una scelta che, secondo Pechino, non riflette né le condizioni industriali attuali né il percorso di riduzione delle emissioni già avviato.

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Auto e componenti nel mirino del CBAM

Il punto più sensibile riguarda però il futuro. L’UE sta valutando di estendere il CBAM ai prodotti “a valle” ad alta intensità di acciaio e alluminio, tra cui automobili, componentistica auto, macchinari e grandi elettrodomestici. Se la proposta sarà approvata, dal 2028 il meccanismo non riguarderà più solo le materie prime, ma anche i veicoli finiti esportati in Europa.

Per i costruttori cinesi – molto presenti nel mercato auto europeo, soprattutto nell’elettrico – significherebbe affrontare obblighi stringenti di rendicontazione delle emissioni lungo il ciclo di vita, certificazioni di terze parti e il rischio di vedersi applicare valori di default penalizzanti in assenza di dati riconosciuti dall’UE.

In altre parole, il CBAM potrebbe diventare un fattore di costo determinante, incidendo direttamente sui prezzi di ingresso nel mercato europeo.

Un nodo politico oltre che climatico?

Pechino ha sottolineato anche quella che definisce una incoerenza interna alle politiche europee: da un lato requisiti ambientali sempre più severi per i prodotti importati, dall’altro ripensamenti sulle regole interne, come le recenti discussioni sulla messa al bando dei motori termici dal 2035.

Secondo la Cina, l’attuale disegno del CBAM va oltre gli obiettivi climatici e rischia di trasformarsi in uno strumento di politica commerciale, con effetti negativi sulle economie emergenti inserite nelle catene globali del valore. Il ministero ha ribadito la disponibilità al dialogo sul clima, ma ha anche avvertito che risponderà a misure ritenute discriminatorie per tutelare le proprie imprese.

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Gli effetti in Europa

Per l’industria europea dell’auto, e per quella italiana in particolare, l’estensione del CBAM rappresenterebbe un’arma a doppio taglio. Da un lato può contribuire a livellare il costo del carbonio tra produttori UE ed extra-UE; dall’altro rischia di aumentare la complessità regolatoria e i costi lungo filiere già sotto pressione.

Inoltre, in un mercato dell’auto elettrica ancora in fase di assestamento, il CBAM potrebbe diventare uno dei principali fattori che determinano chi può competere davvero in Europa. E il confronto con la Cina, su questo terreno, è appena iniziato.

  • LEGGI anche  “Auto elettrica, i cinesi non li fermi con i dazi: BYD venga a produrre in Italia” e guarda il VIDEO

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