Caro energia: un piano in 20 mosse per uscire dalla schiavitù del gas

tariffe fasce orarie



Caro energia: ecco un piano in 20 mosse per allineare l’Italia dell’energia ai più virtuosi Paesi europei. L’ha presentato Energy Square, nuovo think tank italiano che dà voce ai  rappresentanti di alto profilo del mondo delle istituzioni, delle imprese, della ricerca, dell’energia, della finanza e della pubblica amministrazione. L’organismo ha riunito a Firenze oltre 80 protagonisti nel suo primo  “Dialogo di Alto Livello” dedicato alla strategia energetica italiana ed europea.

Secondo il Policy Brief di Energy Square pubblicato ieri, l’Italia continua a pagare l’energia più cara d’Europa. La  causa non è una sola ma un insieme di distorsioni strutturali che frenano elettrificazione e rinnovabili

Il documento propone venti misure operative per ridurre in modo stabile il costo dell’energia, rafforzare la sicurezza energetica e accelerare la transizione elettrica. Al centro della strategia ci sono la riforma della fiscalità energetica, più investimenti in reti e accumuli, mercati elettrici più efficienti e una domanda finalmente flessibile. Una ricetta che guarda direttamente alla competitività industriale italiana e alla riduzione della dipendenza dalle importazioni di gas.

Il peso del gas sulle bollette italiane

Secondo l’analisi di Energy Square, il sistema energetico italiano resta fortemente esposto alle oscillazioni internazionali del gas naturale. Oltre il 70% delle ore dell’anno vede ancora il prezzo dell’elettricità determinato dalle centrali a gas, con conseguenze pesanti per imprese e famiglie.

L’Italia importa circa i tre quarti dei combustibili fossili che consuma, con una bolletta energetica estera che oscilla tra 50 e 100 miliardi di euro l’anno. Una vulnerabilità che si traduce in prezzi elettrici industriali superiori alla media europea e in un impatto sociale crescente: oltre 2,4 milioni di famiglie sono in condizione di povertà energetica.

Per Energy Square il problema è anche tecnologico. Il sistema italiano disperde infatti più di 1.000 TWh l’anno sotto forma di calore, a fronte di circa 700 TWh di domanda utile. Da qui la necessità di accelerare l’elettrificazione di trasporti, edifici e industria.

Elettrificazione e rinnovabili come leva industriale

Il Brief sostiene che i sistemi elettrici siano mediamente tre volte più efficienti di quelli termici. Tecnologie come pompe di calore e auto elettriche possono quindi ridurre consumi e dipendenza energetica, a patto che il quadro normativo e fiscale non continui a penalizzarle.

Oggi, invece, in Italia il rapporto tra prezzo del kWh elettrico e quello del gas è tra i peggiori d’Europa. Accise e oneri di sistema rendono l’elettricità artificialmente meno conveniente, erodendo gran parte del vantaggio economico dell’elettrificazione.

Il documento propone quindi un riequilibrio fiscale: meno oneri sull’elettricità, revisione dei sussidi ambientalmente dannosi e maggiore utilizzo delle entrate ETS per finanziare reti, accumuli e misure sociali.

Rinnovabili frenate da autorizzazioni e infrastrutture

Un altro nodo centrale riguarda lo sviluppo delle fonti rinnovabili. Nel 2025 l’Italia ha installato 7,2 GW di nuova capacità, ma l’eolico resta praticamente fermo. Secondo Energy Square, il problema non è la mancanza di progetti ma i tempi autorizzativi: circa il 70% delle richieste è bloccato nelle procedure VIA.

Il Brief propone di portare le nuove installazioni a 15 GW l’anno, attraverso aste più prevedibili, procedure accelerate e maggiore diffusione di PPA e Contratti per Differenza (CfD).

Ma senza reti e accumuli adeguati, avverte il documento, l’energia rinnovabile non riuscirà a tradursi in bollette più basse. Da qui la richiesta di accelerare il Piano Terna, sviluppare connessioni flessibili e programmare aste pluriennali per gli accumuli.

La flessibilità della domanda può abbassare i costi

Uno degli aspetti più interessanti del Policy Brief riguarda la gestione intelligente della domanda elettrica. Con i contatori di seconda generazione già diffusi in Italia, famiglie e PMI potrebbero beneficiare di prezzi dinamici orari, spostando consumi nei momenti in cui l’energia costa meno.

Secondo Energy Square, la flessibilità della domanda può ridurre in modo significativo i costi di bilanciamento e limitare gli investimenti più onerosi nelle infrastrutture.

Anche i veicoli elettrici, le pompe di calore e gli accumuli domestici possono diventare risorse attive della rete grazie a sistemi di demand response e, in prospettiva, al Vehicle-to-Grid (V2G).

Cinque priorità per ridurre davvero il costo dell’energia

Il Policy Brief sintetizza infine la propria agenda in cinque decisioni politiche immediate: riequilibrare la fiscalità a favore dell’elettricità, accelerare rinnovabili e repowering, ridurre l’esposizione al gas con contratti di lungo termine, investire rapidamente in reti e accumuli e rendere la domanda più flessibile.

Secondo Energy Square, queste misure potrebbero avvicinare l’Italia agli obiettivi del PNIEC, riducendo le importazioni energetiche fino a 10 miliardi di euro l’anno entro il 2030.

In un momento in cui il dibattito energetico italiano resta spesso concentrato sulle emergenze, il messaggio del Brief è chiaro: senza una strategia sistemica su elettrificazione, reti e mercato elettrico, il Paese continuerà a pagare il prezzo più alto della sua dipendenza dal gas.

  • LEGGI anche: “Octopus e il caro energia: un sistema energetico tutto da rifare” e guarda il VIDEO

 

Visualizza commenti (9)
  1. Io onestamente non mi capacito di come ci sarebbero delle ottime misure a costo zero che darebbero un enorme beneficio ma che non vedremo applicate né da questo governo né credo dai prossimi. Una è appunto la facilitazione se non addirittura l’obbligo della tariffa dinamica basata sul prezzo zonale. Ottima non solo per bilanciare la rete ma anche per educare tutti al mondo dell’energia, che non può funzionare molto diversamente dalla vita quotidiana: le albicocche le trovo in offerta in questa stagione e ci posso fare la marmellata, se le voglio fresche a dicembre allora è giusto pagarle. La domotica farà il resto, e avremo accumuli a costo zero dato che ogni edificio è una batteria termica.
    L’altra misura è un decreto che sblocchi le autorizzazioni per le rinnovabili, ma questo che ve lo dico a fare.
    La pena più grossa è che questi non sono temi televisivi e non lo saranno nemmeno in campagna elettorale, non si troverà qualcuno che si impegna con un programma elettorale chiaro e concreto. Ma da questi think tank o da noi non può venire fuori un’associazione o un movimento politico? Se no stiamo sempre qui a cantarcela… Octopus salvaci tu!

  2. Se parliamo di millesimi di territorio per i campi FV, allora non possiamo in alternativa riempire i tetti, delle fabbriche? In particolare i capannoni vuoti di attività dismesse possono essere riempiti di accumulatori. Dal tetto arriva energia, che può venire immagazzinata, oppure essere messa in rete direttamente, grazie alle linee elettriche preesistenti. Basta “girare l’interruttore” per alimentare la rete invece di prelevare energia.

    1. ciao, ci sono un po’ di studi a tema e riassumento:

      — con fotovoltaico sui tetti di capannoni e case si procede molto più lentamente ( realisticamente penso puoi installarne solo 3-4 GW all’anno in Italia) e si spende parecchio di più in installazione e manutenzione, rispetto agli impianti a terra;

      semplificando, l’energia di un impianto sui tetti viene a costare circa 8-12 centesimi al Kwh, circa come le centrali elettriche a metano nei momenti non di crisi internazionale in cui il metano costava meno di adesso; 10 centesimi a kwh è comunque ottimo per autoconsumo sul posto (non ci paghi le spese di trasporti, cioè gli oneri di rete elettrica e contatore, e neanche le tasse aggiuntive), mentre va a pari con il metano se è energia che immetti in rete aggiungendo i costi di trasporto e la tassazione;

      un impianto a terra invece costa meno per kw potenza ed è anche più efficente perchè usa pannelli bifacciali, inseguitoti solari, e con poca fatica puoi lavare o manutenzionare i pannelli quando vuoi;
      semplificando in Italia un impianto a terra produce già oggi energia a un costo di circa 3-4 centesimi a kwh, cioè nettamente meno delle centrali a metano; anche se questa elettricità andra immessa in rete per essere usata altrove, aggiungendo i costi di rete/trasporto e le tasse, farà abbassare le bollette a tutti, anche a chi non ha il proprio impianto personale sul tetto suo o di una comunità energetica

      — anche come quantità, se vogliamo decarbonizzare tutto, anche industrie e trasporti, non basterebbero solo i tetti, perchè a meno di spendere ancora di più, dei tetti ne riesci a sfruttare realisticamente solo una piccola porzione cioè quelli più adatti, più accessibili a costi moderati, e soprattutto già ristrutturati, non fatiscenti, robusti e senza perdite di acqua;

      per l’Italia significherebbe arrivare a circa 150 Tera-Watt-ora annui di energia dagli impianti sui tetti, che sono tantissimi ma non bastano per fare un mix energetico completo a predominanza solare

      usare solo i tetti sarebbe una utopia, fattibile in teoria, ma non in pratica se vogliamo uscire dalla brutta situazione di dipendenza energetica in cui siamo ora.. banalmente conviene installare sia i tetti ( 1/3 ) che gli impianti a terra ( 2/3 ), ovviamente su terreni, di solito terreni non di pregio a confine con autostrade e aree industriali, magari abbandonati, oppure il compromesso di veri terreni agricoli ma ad uso pastorizia, su cui mettere impianti agrivoltaici semplici che convivono con la pastoriza;
      c’è poi anche l’agrivoltaico evoluto, che convive con le coltivazioni, ma personalmente lo considero più di nicchia, un qualcosa più utile a certe coltivazioni (quasi fosse come una serra) perchè energeticamente è meno denso per ettaro ed è abbastanza costoso da installare

      se un domani poi i pannelli fotovoltaici commerciali arriveranno come pare a 38% di efficenza (contro il 25% di oggi), allora magari smonteremo una parte degli impianti a terra e useremo pià porzioni dei tetti, che tra 20-30 anni magari avremo anche ristrutturato, per renderli maggiormente sfruttabili con il fotovoltaico, e magari persino le facciate dei palazzi

      =================
      per chi è più tecnico e se la cava con l’inglese, lo studio più aggiornato/autorevole disponile che quantifichi il potenziale fotovoltaico dei tetti europei ed italiani, è questo del 2026 pubblicato su Nature:
      https://www.nature.com/articles/s41560-025-01947-x

      usando i suoi dati, però alzando la resa luminosa dei pannelli ipotizzati almeno a 25% (pannelli che sono già in commercio, e tra poco ne avremo da 26%), e invece abbassando le percentuali di tetti (troppo ottimistiche nell’articolo, le ho circa dimezzate) che realisticamente si riesce ad utilizzare considerando anche gli aspetti economici/pratici, per l’italia si ricavano:

      — usando 8% della superficie lorda dei tetti case -> 64 TWh annui
      — usando 20% superficie lorda tetti capannoni -> 75,5 TWh annui
      — aggiungiamo anche poi una porzione dei parcheggi auto, diciamo altri 10,5 TWh annui

      — sono i 150 Tera-Watt-ora annui che citavo sopra, ad un costo di circa 10 centesimi al kwh;
      — aggiungendo anche 1000 km2 di pannelli in impianti a terra, si aggiungono altri 400 Tera-Watt-ora ora annui, ad un costo di 3 centesimi al kwh; di solare ne servirà parecchio, circa queste cifre, se come pare in Italia vorremo avere poco eolico su terra, e non riusciremo a potenziare la geotermia

      queste sono circa le cifre che secondo me portano al compromesso/equilibrio bilanciato di 1/3 sui tetti (soprattutto per autoconsumo in loco) e 2/3 a terra (per immissione in rete)..

      ma ognuno può farsi poi la sua idea personale, con proporzioni diverse (esempio 1/2 e 1/2) se vi sta bene non far scendere più in fretta il prezzo energia, non coinvolgere più di tanto le aziende agricole nella generazione di energia (e nella realtiva rendita economica, che le aiuta), e se pensate sia possibile convincere più proprietari di tetti a ristrutturarli e fruttarli con fotovoltaico, senza usare incentivi o con incentivi ragionevoli, ma invece senza ricorrere a mega-incentivi del tipo ” lo Stato (cioè noi altri) ti paghiamo l’impianto e anche il tetto nuovo”;

      PS. gli impianti a terra invece non usano incentivi (a parte l’agrivoltaico evoluto), anzi pagano tasse allo Stato e soprattutto ai Comuni che li ospitano un robusto “pizzo” del 3-4% sui fatturati lordi dell’energia venduta alla rete, oltre agli affitti dei terreni… sono una manovra economica che non richiede investimenti pubblici, ma “solo” un po’ di attenta pianificazione territoriale e normative equilibrate

      1. R.S. ne abbiamo già parlato in abbondanza ma ancora una volta io non ridurrei tutto all’€/kWh. La differenza di prezzo tra fv a terra e su tetto rimane futura in Italia e genera economia “buona” nonché occupazione, inoltre non è facile quantificare il minor costo in opere di rete di bassa, media e alta tensione grazie alla produzione molto più vicina al carico. Citavi i tempi dove sicuramente per l’installazione vince a mani basse l’fv a testa ma se guardiamo quelli autorizzativi? Chatgpt (ma elaborando fonti affidabili) stima 3-6 mesi per l’fv su tetto Vs 18-36 mesi per quello a terra, con tassi di autorizzazione del 95% Vs 15-30. A mio parere in condizioni “facili” (parcheggi, stazioni di servizio, tetti piani di fabbricati recenti) l’fv è un nobrain e andrebbe reso obbligatorio pena esproprio per pubblica utilità. Considerazioni simili valgono in effetti anche per terreni marginali tipo quelli fianco autostrade e ferrovie, in tutto i casi servirebbero azioni “di forza” del governo simile a quelle di grandi opere tipo metanodotti elettrodotti.
        Aggiungo un ultimo tema: l’fv a terra separando produzione da consumo e soprattutto per colpa di ppa green “fasulli” che non guardano a come è prodotta l’energia in tempo reale, non favorisce meccanismi di demand response che si hanno con quello su tetto. Tante isole di produzione distribuite, possibilmente con il loro accumulo, costano sicuramente di più di impianti fv e bess utility scale ma danno una resilienza al sistema di molto superiore

  3. una ricetta sarebbe fissare l’obiettivo di installare ogni anno 20 GW nominali di rinnovabili e 20 GW-h di accumuli energia, e misurare i governi sulla capacità di favorire, centrare, non ostacolare (per favorire invece solo i bilanci di ENI e SNAM), questo obiettivo ogni singolo anno:

    – 17 GW fotovoltaici ( 2/3 utility scale, 1/3 sui tetti di aziende e abitazioni)
    – 20 GW-h accumuli energia (per almeno 2/3 BESS di rete)
    – 2 GW eolico (iniziando dall’upgrade dei siti su terra già esistenti)
    – 0,5 GW biometano

    è già un mix abbastanza equilibrato e adatto all’Italia; è circa il triplo della velocità di autorizzazione di nuovi impianti rispetto ad adesso

    ========== in prospettiva =====

    a regime, nel 2050, oppure più avanti se non cambiamo passo, dovremo avere a livello nazionale circa 400 GW nominali di rinnovabili, con forte predominanza del fotovoltaico, e 500 GW-h di accumuli giornalieri (oltre ad accumuli stagionali di metano verde o metanolo verde)

    cioè significa che un buon passo sarebbe installare 20 GW nominali di rinnovabili all’anno, e altrettanti di accumuli.. e prima iniziamo a farlo, più vantaggi otteniamo

    vale anche per chi (secondo me sbagliando) sogna scenari alternativi al 100% rinnovabili: perchè qualunque scenario prevede almeno 90% di rinnovabili, oppure future grosse importazioni di energia dall’estero, es. da Nord Africa e da Europa;

    cioè anche in altri scenari sono installazioni che avremo in ogni caso, tanto vale iniziare da subito a farle convivere con il territorio con le già previste attenzioni e compromessi paesaggistici, invece di permettere a questo governo e a una minoranza rumorosa di rimandare ancora

    gli impianti rinnovabili utilizzeranno (NB: senza cementificare il suolo) alcuni millesimi del territorio, portando anche benefici economici diretti, oltre che indiretti, ai Comuni ospitanti e ai proprietari dei terreni

  4. Samuele Di Ronco

    Sono felice che non si parli di nucleare. Chiedo cortesemente di sottoporre all’attenzione di coloro che sostengono il nucleare questo articolo. Con garbo spieghiamo loro che la strada giusta è un’altra

    1. per chi volesse approfondire, personalmente consiglio questo articolo di un ricercatore del CNR esperto di mix energetici

      https://www.greenreport.it/editoriale/59523-eclisse-nucleare-come-rinnovabili-accumuli-e-flessibilita-rendono-obsoleti-gli-schemi-energetici-del-secolo-scorso

      PS: e se il Dottor Moccia, che ha fatto di belle pubblicazioni a tema mix energia rinnovabili, e vedo dedica del tempo anche a seminari divulgativi e a scrivere un suo blog, si prestasse ad una intervista in video di Vaielettrico?

  5. Di energia ne produciamo tanta ma ne sprechiamo una quota esagerata a tutti i livelli.
    Il primo indispensabile passo e diminuire ovunque lo spreco dell’ energia già generata che ha un costo enorme! La complessa modulazione delle centrali turbogas e nucleari o quelle da F.E.R. costa agli operatori varie centinaia di milioni € ogni anno (Octopus ha iniziato ad invitare i propri clienti a consumare di più durante le.ore indicate ed il maggior assorbimento non sarà fatturato).

    Pure ENI investirà nell’ accumulo energetico supportando anche la gigafactory di B.E.S.S. in Italia

    https://www.ansa.it/ansa2030/notizie/energia_energie/2026/05/15/eni-investe-nella-canadese-nmg-per-la-grafite-delle-batterie_b3b2be45-dee8-434d-9bfe-9d37463f4056.html

    L’ accumulo di esuberi energia già prodotta per utilizzarlo quando necessario (magari per picchi di consumo o in caso di blackout di parti di rete da disconnettere) sono il modo più veloce, efficace ed efficiente.

    Se le utility si attrezzano con adeguati accumuli (ma anche aziende energivore!) nel tempo la domanda di costosi idrocarburi calerà ed i prezzi tenderanno a calare.

    Ovviamente bisogna puntare a massimizzare l’autosufficienza nazionale sfruttando tutte le F.E.R. disponibili (idroelettrico, geotermico, eolico e solare ove possibile) perché finché dipendiamo da paesi terzi spenderemo di più e saremo ricattabili con le strozzature a riscatto, come cercano di fare l’Iran con lo stretto di Hormuz o gli Houti in quello di Aden nel mar Rosso.

    Altro provvedimento indispensabile da attuare è l’ interconnessione delle reti europee (con accumuli) per bilanciare gli esuberi di una zona con le necessità di quelle a maggior domanda energetica; l’ ampia varietà di sistemi produzione farebbe sì che non dovrebbero esserci mai cali contemporanei di produzione. Non è affatto semplice armonizzare i sistemi e soprattutto le diverse politiche nazionali ma oramai i singoli paesi europei sono minuscoli attori sui mercati globali e dobbiamo abbandonare l’ individualismo che ancora condiziona le scelte, spesso bloccandole o cercando clamorose marce indietro (v. ETS).

    Sfruttare poi anche le nuove dotazioni dei veicoli elettrici (con V2G e V2H) può stabilizzare localmente reti sotto pressione (penso ai picchi di consumo di alcune località quando vengono attivati i climatizzatori) mettendo “a disposizione” (della rete o della casa o azienda) parte dell’ energia anelle batteriae, magari accumulata durante le ore di esubero (e persino non pagata con sistema tipo Power Up di Octopus ad esempio, che potrebbero fare anche altri operatori).

    Potrebbe essere anche un sistema per incentivare acquisto di modelli di produzione europea se dotati di sistemi certificati per funzionare al meglio con le nostre reti energetiche…

    1. Ciao Damiano, sicuramente il tema della gestione ottimizzata della rete è e sarà sempre più centrale ed andrà gestito in maniera forte e incisiva a livello europeo. Non va però lasciato in mano come spesso si fa in Italia alle strategie di TSO e DSO come Terna ed Enel dato che loro guardano al loro interesse e non a quello generale. Un meccanismo come il MACSE è sicuramente interessante, ma siamo così certi che il posto giusto dei BESS sia sui nodi di rete e non accoppiati direttamente ai grossi campi rinnovabili, così da tagliare alla fonte i picchi di immissione e quindi la causa principale del curtailment?
      Un grosso filone di cui si parla poco è il repowering dei vecchi campi eolici e fotovoltaici, non solo con nuove turbine moduli e inverter ma con l’aggiunta di BESS adeguati per fare arbitraggio e renderli fonti sempre più dispacciabili alla stregua di un turbogas. Interventi del genere di ripagano in 3-4 anni e almeno per i prossimi 10 saranno una grossa fine di ricavi per chi ci investe dato che lo spread infragiornaliero è ai massimi e tende ancora ad aumentare.
      Nelle ultime settimane ci sono stati prezzi a zero per parecchie ore anche nei giorni lavorativi ed anche nella zona nord, con il picco serale che poi tocca i 150/200 €/MWh. Bisogna adeguare anche il sistema tariffario a queste nuove condizioni invece siano fermi alla bioraria/trioraria. Gli stessi oneri di rete dovrebbero essere spesati sui kWh che circolano negli orari critici, in questo modo gli accumuli diventerebbero una soluzione indispensabile per tutti già lato utente/produttore prima ancora che lato rete.
      Insomma c’è tanto da fare, e non sembra si sia ancora entrati in quest’ottica

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