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Be Charge (Plenitude): la ricarica? Sarà come una telefonata

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Be Charge è l’unico operatore della ricarica italiano che non ha aumentato le tariffe nei suoi impianti  a bassa tensione. E’ largamente il secondo per punti di ricarica installati, 7.043 a tutt’oggi, e procede al ritmo di circa 500 nuove aperture al mese. Be Charge è una società controllata da Plenitude, che ha l’obiettivo di raggiungere quota 27.000 punti di ricarica nel 2025 (anche all’estero). Tutti alimentati con energia certificata “green” al 100%. Studia già nuove tecnologie di ricarica per le auto alla spina  del futuro per «rendere l’esperienza della mobilità elettrica una cosa semplice come una telefonata».

be charge ricarica
Paolo Martini

Ce lo racconta l’amministratore delegato Paolo Martini, in questa video intervista che spiega come Be Charge si stia integrando nell’universo Eni, dopo l’acquisizione dello scorso anno e la nascita della nuova società del gruppo Plenitude che gestisce le attività nelle rinnovabili e nella fornitura di luce e gas.

Siamo gli unici a non aver alzato le tariffe

Stefano Goberti, Ad di Plenitude

LE TARIFFE- Be Charge, sottolinea Martini, ha mantenuto invariati i prezzi a kWh Iva inclusa per gli impianti in AC (0,45 euro) e DC fino a 100 kW di potenza (0,50 euro). Negli ultimi mesi, però, ha esteso la gamma introducendo ricariche ultrafast a media tensione. Per queste nuove installazioni ha fissato tariffe «in linea con i livelli europei»: 0,65 euro fino a 150 kW e 0,79 fino a 300 kW. L’utente, però, può abbassare questi costi con abbonamenti prepagati.

Ogni kWh erogato dalle colonnine Be Charge è accompagnato da una garanzia che certifica l’origine da fonti rinnovabili, cioè svincolato dagli idrocarburi e totalmente compensato da azioni che ne azzerano le emissioni. Tuttavia questo non lo mette al riparo degli ultimi aumenti dei carburanti. Il prezzo dell’energia elettrica, spiega infatti Martini, si fissa con il principio del marginal price che si forma sul mercato internazionale con l’incontro fra domanda e offerta.

Analizzando la composizione del prezzo a kWh, il numero uno di Be Charge aggiunge che la tariffa della ricarica non copre un “corrispettivo”, come avviene per il carburante, bensì  un “servizio”. Ha una componente ampiamente maggioritaria fissata per tutti da ARERA che copre materia prima, dispacciamento, trasporto, oneri generali e accise. E una, minoritaria, fissata dall’operatore che compensa gestione, manutenzione, piattaforma software e ammortamento dell’investimento. Quest’ultimo molto più onereso per gli impianti ultrafast a media tensione.

Le App sono una grande vantaggio. Ma presto…

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I PROBLEMI DELLA RICARICA-Gli utenti elettrici, e ancora più gli aspiranti utenti e i detrattori a prescindere, lamentano molte criticità nelle operazioni di attivazione e pagamento. Per esempio: la jungla delle APP e delle RFID card, l’impossibilità di attivare e pagare in contanti o col Bancomat, i frequenti casi di occupazione abusiva degli stalli, la scarsa visibilità delle colonnine (e ovviamente la loro scarsa diffusione). Ecco la versione di Paolo Martini.

 

APP & C.- Be Charge, dice il manager, guarda al futuro. E il futuro è digitale. App e carte RFID consentono di dare una identità digitale all’utente. Ciò è indispensabile per fatturare il servizio, come impone la legge. Ma anche per migliorarlo, monitorando lo stato della ricarica da remoto, fornendo informazioni sulla localizzazione delle colonnine, prenotarle preriscandando le batterie ottimizzando i tempi di ricarica.

Il FUTURO PROSSIMO-Presto le App dialogheranno con con il sistema on board delle auto e sarà così possibile pruire di queste funzioni direttamente da quadro comandi. Ma operatori della ricarica e costruttori sono già al lavoro per adottare un linguaggio di dialogo comune e standard fra mezzi e colonnine. A quel punto sarà l’auto a “farsi riconoscere”, attivare la ricarica, concluderla e autorizzare il pagamento. L’automobilista dovrà solo inserire il connettore: «Sarà più semplice e veloce che fare una telefonata» chiosa Martini.

Arriva la tecnologia contro gli abusi

VISIBILITA’ E ABUSI-Una segnalazione più impattante delle colonnine pubbliche si scontra con i vincoli urbanistici imposti dai comuni, soprattutto nelle aree di pregio architettonico. Ma Be Charge la sta già adottando, anche luminosa, negli impianti privati ad uso pubblico.

Quanto alla prevenzione degli abusi, Be Charge, negli impianti più critici, sta già adottanto sensori termici in grado di riconoscere se gli stalli sono occupati da veicoli con motore a scoppio o da BEV non in ricarica. Le segnalazioni saranno trasmesse alla Polizia municipale, l’unica che può intervenire con multe a rimozione forzata.

E’ cambiata l’aria: la rete avanza con il turbo

DIFFUSIONE DELLA RETE-Da circa un anno, dice Martini, le amministrazioni pubbliche hanno cambiato atteggiamento, e ora sono molto più sensibili e proattive nel favorire le nuove installazioni. Ciò ha permesso a Be Charge di raggiungere una media di 500 nuove installazioni al mese. L’ingresso in una gruppo dalle spalle robuste come Eni ha fatto il resto. Procede spedita la dotazione delle colonnine fast e ultrafast nelle stazioni di servizio del cane a sei zampe anche all’estero. Per ora Be Charge sta installando impianti in altri 5 Paesi europei. Presto diventeranno 9.

In sinergia con la casamadrea Plenitude, che si occupa anche di efficientamento di edifici privati e industriali,  Be Charge intende sviluppare le ricariche cosiddette “condivise”, cioè in aree private e destinate a precisi utenti. Conti alla mano, aggiunge Martini, l’insieme di colonnine pubbliche ultrafast sulle grandi direttrici di traffico, colonnine  pubbliche in area privata e colonnine “condivise” nei luoghi di residenza e di destinazione la rete di ricarica riuscirà facilmente ad alimentare il fabbisogno delle 10 milioni di auto elettriche previste per il 2030. Il futuro più lontano, per ora, non è del tutto visibile. Dipende dallo sviluppo di tecnologie ancora all’orizzonte, come la ricarica wireless dall’asfalto. «Posso dire comunque _ conclude Martini _  che noi ci saremo e saremo pronti ad adottarle» .

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9 COMMENTI

  1. Perché l’auto possa farsi riconoscere da sola servirebbe uno standard comune a tutta l’industria. Forse ci sarà tra anni e non sarà compatibile con i veicoli già esistenti. Certo sarebbe comodo. Sarà la prossima scusa per invogliare tutti a cambiare auto di nuovo?

  2. Diciamo che becharge, checché ne dica, ha le tariffe tra le più alte in assoluto. Tesla, nonostante gli aumenti, è ferma a 48 centesimi per le colonnine a 250 kW/h, ad esempio. La tecnologia rivoluzionaria per le ricariche senza app e tessere varie, sempre Tesla ce l’ha da sempre. Prima che riusciranno a trovare un accordo per uno standard unico di comunicazione auto-colonnina passeranno anni

    • Controlli le tariffe praticate dai vari operatori prima di scrivere falsità. E non paragoni un network di ricarica aperto a tutti con quello chiuso di Tesla: sarebbe come confrontare i prezzi di un ristorante a menù fisso con quelli di un ristorante alla carta.

  3. Il cane a 6 zampe è il miglior amico dell’auto elettrica, chi l’avrebbe mai detto, non solo è quella col prezzo più basso ma è anche quella con energia green certificata.

    Toyota è quella che produce le migliori batterie per auto elettrica, anche questa chi l’avrebbe detta.

    Ci manca di vedere solo il ministro Giorgetti che decanta su Instagram la sua nuova Spring elettrica e poi le abbiamo viste tutte.

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