Dopo l’ammorbidimento della scadenza 2035 per le auto a zero emissioni l’industria dell’automotive Ue sembra avanzare senza bussola. Il tempo guadagnato, infatti, non ha innescato la rincorsa ai concorrenti cinesi ma piuttosto un ripiegamento in ordine sparso sulla più remunerativa vecchia tecnologia termica. ZF, per esempio, uno dei maggiori fornitori globali dell’industria automotive, ha appena deciso di interrompere anticipatamente diversi progetti legati alla mobilità elettrica, giudicati non sostenibili dal punto di vista economico. Ed è solo l’ultimo di una lista che comprende Bosch, Stellantis, Ford e Volkswagen.
Incentivi, ricariche, ban 2035: Cardinali (UNRAE) suona la carica
Vero è che il mercato dell’elettrico si espande a ritmi più lenti del previsto. Ma continua ad essere l’unico in netta crescita (2.585.187 BEV vendute con un aumento del 29,7% sul 2024 e una quota salita al 19,5% del totale). Vero è che i conti economici dei costruttori hanno perso la brillantezza di qualche anno fa. Ma si parla pur sempre di utili anzichè di perdite. Di una fase, quindi, che ancora non preclude la possibilità di investire sul lungo termine.
Il caso ZF: cancella i progetti di Electrified Drivetrain

Il caso ZF è esemplare. Secondo i dati preliminari, il gruppo nel suo complesso ha registrato nel 2025 risultati migliori del previsto. ZF afferma che il suo free cash flow rettificato supererà il miliardo di euro, mentre il margine EBIT rettificato sarà significativamente superiore al 4,0%. L’azienda aveva previsto un margine EBIT rettificato compreso tra il 3,0 e il 4,0%, con un flusso di cassa libero rettificato previsto superiore a 500 milioni di euro.
Tuttavia ha deciso di svalutare gli asset legati all’elettrico e di cancellare i programmi della divisione Electrified Drivetrain Technology, cuore delle attività dedicate a motori elettrici, inverter e sistemi di trazione. L’obiettivo dichiarato è riallineare il portafoglio prodotti a una domanda reale che oggi appare meno robusta di quanto ipotizzato solo pochi anni fa.
Alla base della scelta di ZF c’è un dato che accomuna ormai buona parte dell’industria europea: la domanda di veicoli elettrici non cresce con la velocità incorporata nei business plan del periodo 2020-2022. In quel contesto, molti fornitori avevano investito su volumi elevati e su una rapida conversione del mercato, firmando contratti con margini spesso ridotti.
Oggi il quadro è diverso. I costi industriali restano alti, la concorrenza internazionale è più aggressiva e i volumi non garantiscono economie di scala sufficienti, rendendo alcuni progetti strutturalmente non redditizi. Per ZF, la cancellazione anticipata diventa quindi una scelta difensiva: meglio fermare programmi a bassa redditività o in perdita che continuare a bruciare cassa in attesa di un’accelerazione incerta. Incertezza, ricordiamolo, in gran parte dovuta alla recente retromarcia Ue e alla probabilità che altre seguiranno nei prossimi anni, su pressione degli stessi costruttori. Vedi Stellantis.
Non solo ZF: chi ha rallentato sull’elettrico nella filiera
Il caso ZF non è isolato. Negli ultimi mesi si è consolidato un elenco di aziende europee e globali che hanno ridimensionato o rimodulato le strategie sull’elettrico, soprattutto nella parte più capital-intensiva della filiera.
Tra i segnali più evidenti:
- Ford ha rivisto al ribasso i volumi produttivi EV in Europa e svalutato investimenti miliardari, spostando l’attenzione su una maggiore flessibilità industriale e su modelli con ritorni più rapidi.
- Volkswagen Group ha rallentato lo sviluppo di nuovi modelli elettrici e posticipato decisioni chiave sulle gigafactory europee, citando una domanda inferiore alle attese e costi di produzione elevati.
- Stellantis, pur confermando l’obiettivo di elettrificazione, ha più volte avvertito sul rischio di sovraccapacità BEV se il mercato non accelera, modulando tempi e investimenti.
- Bosch, nella componentistica, ha ridimensionato alcune attività focalizzate esclusivamente sulla trazione elettrica, puntando maggiormente su ibrido, software e sistemi trasversali.
Il filo conduttore è chiaro: non un abbandono dell’elettrico, ma una selezione più dura dei progetti, con l’uscita da quelli che non garantiscono sostenibilità economica nel medio periodo.
Il ruolo (limitato) dell’ammorbidimento delle regole UE sul 2035
Resta da capire quanto queste decisioni siano influenzate dal dibattito europeo sullo stop ai motori termici nel 2035, recentemente ammorbidito dall’apertura agli e-fuel e da possibili margini di flessibilità.
L’analisi delle scelte industriali suggerisce che l’incertezza regolatoria pesa, ma non è il fattore determinante. La mancanza di un quadro politico percepito come stabile rende certamente più complesso giustificare investimenti con orizzonti di ritorno molto lunghi, soprattutto per i fornitori.
Tuttavia, nel caso di ZF e di molte altre aziende, le motivazioni principali restano industriali e di mercato: volumi insufficienti, margini sotto pressione, costi energetici e produttivi elevati in Europa, concorrenza extra-UE sempre più competitiva. Non è il 2035 ad aver fermato i progetti, ma il 2024-2025, anni in cui secondo molti costruttori la domanda reale non ha ancora sostenuto le aspettative create nella fase più ottimistica della transizione. Ma alla luce dei dati definitivi sulle vendite 2025 in Europa, queste motivazioni appaiono un po’ pretestuose.
Una transizione che entra nella fase più difficile
La decisione di ZF fotografa una fase nuova per la mobilità elettrica europea. Meno entusiasmo, più contabilità industriale. La transizione non è in discussione, ma entra in una fase in cui sopravvivono solo i progetti capaci di stare in piedi economicamente, anche senza sussidi o crescita forzata.
Il rischio, per l’Europa, è che la combinazione tra mercato debole e segnali politici poco netti rallenti la costruzione di una filiera elettrica solida. Il che potrebbe aprire spazi a dipendenze tecnologiche esterne difficili da recuperare.
Il caso ZF non è un passo indietro ideologico sull’elettrico, ma un campanello d’allarme industriale: la transizione va governata, non solo annunciata.
- LEGGI anche: “L’Europa ha perso molti treni. Ma può permetterselo con l’auto elettrica?” e guarda il VIDEO


Semplicemente chi produce un bene lo fa nella direzione di ciò che desidera il consumatore. Si chiama legge del mercato. Non ci vedo nulla di scandaloso
“Non ci vedo nulla di scandaloso”
Infatti l’errore non è produrre ciò che desidera il consumatore.
Piuttosto, l’errore enorme è continuare a:
— non voler guardare oltre il proprio naso e ignorare deliberatamente come le nuove dinamiche di mercato,
— contrastare rabbiosamente le indicazioni di transitare ad una politica industriale più sostenibile per la salute di tutti che la UE ha democraticamente deciso,
— continuare a scegliere testardamente e suicidariamente, dopo oltre vent’anni di politiche economiche UE via via più orientate verso la sostenibilità ambientale, di non approfittare del ragionevolissimo tempo che la politica ha inizialmente concesso e ora ulteriormente dilatato per avviare una seria fase di ricerca e sviluppo di modelli a zero emissioni di CO2 per arrivare pronti alle scadenze indicate dalla UE.
Poi lorsignori non si lamentino e soprattutto non continuino a pretendere soldi pubblici agitando lo spauracchio della perdita di posti di lavoro quando sarà evidente che i responsabili di una tale situazione sono solo e soltanto loro stessi.
Ho paura che nel nome del rapido rientro degli investimenti(per quanto più che legittimo) con questi rallentamenti, l’intero settore automotive europeo si stia letteralmente suicidando e dandosi in pasto ai cinesi. Non capisco come si possa pensare che un nuovo corso tecnologico possa garantire rapidi rientri degli investimenti, quando essendo un nuovo trend ha per forza bisogno di tempi lunghi, per questo l’Europa non dovrebbe tentennare nel mantenere la direzione intrapresa.
dai toni dell’articolo si percepisce la volontà di costringere le aziende alle proprie desiderata tramite agenti terzi (governi) che impongano comunque produzione, ricerca/sviluppo e quant’altro nonostante questo possa (POSSA) portare a un “decifit” nel medio termine..
le aziende statali, che agivano appunto sotto le spinte dei governi, sono fallite o sono state svendute (non remunerative): questo è un dato di fatto non solo italiano.
qualsiasi azienda deve badare al bilancio (che non è solo pagare manager e azionisti come si legge sempre nei commenti).
qualsiasi azienda valuta la produzione in base alla domanda: se questa viene a mancare o rallentare si adegua di conseguenza.
sviluppare nuovi prodotti può essere un azzardo: non tutti amano il rischio. ma soprattutto è sempre semplice parlarne dall’esterno: ognuno di noi ha la ricetta giusta, ma mai la propria azienda a cui applicarla..
se il governo dicesse che da domani sono vietate le pubblicità su internet per x motivi, VE sarebbe contento della direzione data dalla bussola? non credo, lasciamoli stare allora..
io credo che dopo tanti anni a guardare cosa facevano Tesla & cinesi vari in Europa si siano “svegliati ” tutti un po’ troppo tardi, tentando di recuperare investimenti in tecnologie e prepararsi magari ad un cambio di mercato (ZF cos’ come pure Bosch ed altri) trovando però poco spazio visto che lo svantaggio tecnologico (e di filiera) rispetto ai cinesi era già troppo grande per poter interessare qualche costruttore senza piani di elettrificazione; pure chi già li aveva (come VW e Renault ) si son magari rivolti ad aziende cinesi per riprogettare molto più rapidamente vetture moderne e competitive (riununciando magari a farle tra JV europee) perchè più economiche e di sicuro sviluppo. Son tanti anche gli attori asiatici che cercano spazio (e che a breve non troveranno più) tipo Foxconn che sta corteggiando Nissan.. e molte startup automotive cinesi che per accontentare logiche di sviluppo regionale hanno impiantato stabilimenti in tutti i principali distretti senza poi avere un supporto dalle vendite ma solo dai sostegni governativi.
E’ da tempo partito il tritacarne del cambio tecnologico e molti saranno a finirci dentro e noi italiani, già appesi ad un filo da tanto tempo nei decenni precedenti – ora quasi da “vacche grasse” per quote produttive – siamo all’ultima chance (Stellantis è a guida francese), viste le tante delocalizzazioni già in atto (Turchia, nord Africa, sud America etc)
Se ci chiamiamo Vaielettrico, caro Giovanni, è perchè i nostri desiderata sono palesi, e abbiamo tutto il diritto di sostenerli. Tralasciando il resto del suo contorto ragionamento, le garantisco che saremmo ben felici che qualcuno vietasse la pubblicità su Internet. La buona informazione è un bene e come tutti i beni ha un suo prezzo. Quando vi deciderete a capirlo (e pagarlo), si vedrà chi lo vale e chi no.