L’agrivoltaico italiano cresce, ma la strada è tutt’altro che semplice. «Il problema principale è la burocrazia» spiega Roberto Innocenti, direttore vendite di iGreen System. «I tempi di connessione dei gestori di rete sono lunghissimi, a volte proibitivi anche in termini di costi. E poi ci sono i titoli autorizzativi, sempre più complessi perché le aree sono sempre più vincolate». Lo abbiamo intervistato a Macfrut, la fiera dell’ortofrutta di Rimini, e la sua testimonianza conferma che questa tecnologia è ormai matura: oltre a integrare un reddito aggiuntivo per le aziende agricole, permette di ridurre i costi legati ai carburanti fossili.
Trattori e robot alimentati dall’energia prodotta in campo superano i limiti di autonomia e, allo stesso tempo, le strutture agrivoltaiche proteggono le colture dagli effetti dei cambiamenti climatici: gelate, troppo caldo, troppo freddo. Il dato paesaggistico? Ormai le reti e le coperture dei frutteti sono quasi obbligatori per non perdere la produzione. Ma nessuno fa crociate contro.
Problemi ma anche nuove opportunità
Nonostante le criticità, sono decine e decine i comitati impegnati in crociate contro le rinnovabili. Eppure l’apertura normativa verso l’agrivoltaico sta attirando nuovi investitori. «La legge oggi agevola molto l’interesse verso l’agrivoltaico rispetto agli impianti a terra» osserva Innocenti. «Ma allo stesso tempo la normativa è più stringente: richiede una progettazione agronomica seria, e gli agronomi devono assumersi la responsabilità dell’integrazione tra struttura dell’impianto fotovoltaico e coltura».

Il percorso inizia da una relazione agronomica preliminare. «Si parte da questa, dove l’agronomo certifica che quell’agrivoltaico, costruito in quel modo e con quella cultivar, è funzionale. La sensoristica di campo coordina produzione elettrica e agricola e si va a certificare che su quel tipo di coltura quella soluzione tecnologica è efficace. Ci si aspetta quindi una resa continuativa nel tempo di almeno l’80%». Ma iGreen System punta oltre: «Noi crediamo che, se progettato bene, l’agrivoltaico possa dare rese migliori».
La sfida maggiore riguarda le colture ad alto reddito: kiwi giallo, agrumi, mele. «Queste piante hanno esigenze precise: irraggiamento, ombreggiamento, arieggiamento, altezza. Per questo dobbiamo costruire strutture molto alte, anche 5–6 metri. La sfida, in questo caso, è mantenere sostenibili i costi, ma oggi è possibile».
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Gli esempi concreti non mancano. «A Faenza e a Palermo abbiamo impianti già collaudati, con kiwi gialli e limoni» racconta Innocenti. «I clienti hanno realizzato anche un impianto convenzionale accanto, così nei prossimi anni potremo confrontare dati reali sulla stessa cultivar e nello stesso terreno».
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Secondo Innocenti, questo confronto sarà decisivo: «Potremo dimostrare che il vero agrivoltaico non compromette la produzione agricola, ma potenzialmente la migliora. Ci mancano solo i dati scientifici, che arriveranno tra due, tre, cinque anni».
L’opposizione dei comitati locali e dei sindaci? “Spiegare bene cosa si sta facendo”
Sul fronte dell’accettazione sociale, da iGreen System sottolinean che non ha incontrato ostacoli significativi. «Bisogna lavorare bene a monte» sottolinea Innocenti. «Spiegare alle comunità locali cosa si sta facendo, perché lo si fa e quali benefici porta. E poi noi parliamo di impianti piccoli: da 1 a 5 megawatt, cioè 1–5 ettari». Considerando che la taglia media delle aziende agricole è abbondantemente sotto i 10 ettari c’è tanto da installare.

L’impatto visivo, secondo Innocenti, è minimo: «Un impianto agrivoltaico alto 5–6 metri non è molto diverso da una normale antigrandine, che oggi tutti accettano perché ne capiscono la funzione. Dobbiamo fare lo stesso percorso culturale: capire che l’indipendenza dai fossili passa anche da qualche impianto fotovoltaico ben fatto e ben contestualizzato».
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La conclusione del manager è una visione e anche un invito: «Se vogliamo davvero una transizione energetica, dobbiamo capire che l’agrivoltaico può essere una risorsa. Non solo non danneggia l’agricoltura: se progettato bene, può darle nuova forza».
Intanto nei campi si organizzano le visite per meglio valutare benefici e limiti dell’agrivoltaico. Si tratta di una campagna informativa che si sta diffondendo in Emilia Romagna dove, come ricorda su Linkedin il direttore del settore energia della Regione Giovanna Claudia Rosa Romano: «Per promuovere la conoscenza di progetti come questo, e per abilitarne un’ampia replicabilità, in Emilia Romagna abbiamo attivato il Tavolo sull’Agrivoltaico sostenibile, con AIAS – Associazione Italiana Agrivoltaico Sostenibile, Università degli Studi di Bologna – DISTAL, Università Cattolica del Sacro Cuore, sede di Piacenza. Grazie a Alessandra Scognamiglio, Stefano Amaducci, Luca Corelli Grappadelli». Anche se all’assessorato all’agricoltura guidato da Alessio Mammi si registra qualche perplessità (leggi qui). Si sta lavorando a nuove norme regionali, tutte da leggere con attenzione.
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Da ricordare anche questo esempio a Scalea in Calabria:
https://www.youtube.com/watch?v=tWm3mpeyIVY