L’agrivoltaico è una tecnologia riconosciuta e finanziata. Con le risorse del Pnrr – come si legge sul sito del GSE – la graduatoria conta oggi 730 progetti ammessi, per una potenza complessiva di circa 1.852 MW. Grandi aziende come Orogel e Caviro hanno già investito in questa direzione; in Puglia si produce persino il vino agrivoltaico. Come in ogni settore, esistono progetti non conformi che vengono giustamente bocciati. Eppure sui social continua a scorrere un flusso costante di fake news. Sono diffuse non per contestare il singolo impianto, ma per dipingere falsamente l’intera tecnologia come “inquinante”.
“I pannelli si rompono e disperdono metalli pesanti”
Questo il testo che gira sui social: «Non bisogna dimenticare la eventuale dispersione nel terreno e nell’ambiente di sostanze chimiche. dovuto a rottura di moduli fotovoltaici, con rilascio di metalli pesanti, come cadmio, tellurio, piombo, direttamente sul terreno “coltivabile”».

Ogni impianto industriale comporta rischi potenziali, ma bisogna distinguere tra «ipotesi teoriche e problemi reali» come sottolinea Piergiorgio Bittichesu vice presidente di SAPER – Sardi PEr le Rinnovabili che risponde spesso ai No Watt. Noi siamo andati a leggere cosa scrivono gli scienziati del Cnr. Un articolo che riprende la ricerca Unfounded concerns about photovoltaic module toxicity and waste are slowing decarbonization pubblicata su Nature Physics .
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«La stragrande maggioranza dei moduli fotovoltaici sono in silicio cristallino o tellururo di cadmio (CdTe), con una quota di mercato globale rispettivamente del 97% e del 3% nel 2022. In realtà, questi due tipi più comuni di fotovoltaico non contengono quasi nessuno di questi materiali nocivi».
“Nei moduli c’è soprattutto vetro”
Questa la composizione dei pannelli. «I moduli fotovoltaici in silicio cristallino sono costituiti per il 77% da vetro, 10% alluminio, 3% silicio e 9% polimeri, con meno dell’1% di rame, argento e stagno e meno dello 0,1% di piombo. I moduli CdTe sono costituiti per l’80-85% da vetro, per l’11-14% da alluminio, per il 2-4% da polimeri, per meno dello 0,4% da rame e per meno dello 0,1% da tellurio e cadmio». Quantità minime e ben sigillate.

Il team guidato da Heather Mirletz del National Renewable Energy Laboratory e della Colorado School of Mines sottolinea: «Informazioni errate sui materiali tossici nei moduli fotovoltaici stanno portando ad affermazioni infondate sui danni che i moduli fotovoltaici comportano per la salute umana e l’ambiente, alimentando la preoccupazione e l’opposizione dell’opinione pubblica allo sviluppo del fotovoltaico».
La versione di International energy agency
I ricercati del Cnr nella ricerca scientifica bibliografica hanno citato anche l’International energy agency (Iea). Un’altra conferma: «Gli unici potenziali problemi per la salute umana e l’ambiente legati ai moduli fotovoltaici prodotti a livello commerciale sono le tracce di piombo nelle saldature dei moduli in silicio cristallino e il cadmio nei moduli CdTe13».
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Ma si sottolinea: «Sebbene i rivestimenti di saldatura di spessore <15 μm di fili e nastri in un modulo di silicio cristallino contengano piccole frazioni di piombo, questo rischio può essere ridotto poiché molti produttori stanno cercando di adottare saldature senza piombo».

Inoltre, «Il composto CdTe nei moduli solari a film sottile disponibili in commercio è estremamente stabile e non presenta lo stesso rischio tossicologico del cadmio elementare. Il sottile film di CdTe (tipicamente ha uno spessore inferiore a 3 μm) significa che la quantità totale di cadmio è inferiore allo 0,1% in peso. I moduli CdTe vengono attualmente raccolti e sia il cadmio che il tellurio vengono riciclati nei nuovi moduli».
Le sostanze plastiche? Presenti in tutte le aree agricole
La scienza ridimensiona e la gestione ordinaria aumenta la sicurezza di questi impianti, senza dimenticare che in Italia esistono zone con centinaia di ettari ricoperti da serre in plastica e altri materiali che producono un impatto negativo sull’ambiente. Ma in tutti i terreni c’è plastica.
Nel sito di Conaf, l’ordine degli agronomi e dei forestali, è presenta una riflessione chiara sulle conseguenze di questi materiali. «L’impiego di materiali plastici in agricoltura – dalle pacciamature ai tunnel serra, dai sistemi di irrigazione ai teli per la fienagione – ha portato indubbi vantaggi agronomici. Tuttavia, l’inadeguato smaltimento o la frammentazione di questi materiali genera una presenza crescente di microplastiche nei suoli coltivati, che alterano la struttura del terreno, interferiscono con l’attività microbiologica e possono compromettere la salute delle piante. Recenti studi evidenziano come tali particelle vengano assorbite anche dalle radici, entrando potenzialmente nella catena alimentare».
La narrazione distorta dei No Watt
La rappresentazione dei No Watt, spesso anche pagata dai signori del fossile, è unidirezionale: contrappone un ambiente “naturale e sano” che non esiste a una catastrofe attribuita agli impianti rinnovabili. Non è vero, e questo vale soprattutto per l’agrivoltaico, dove la dispersione di materiali tossici nel terreno o nell’aria in quantità significative è stata smentita dal mondo accademico.

L’agrivoltaico porta diversi benefici ambientali: protegge le piante dalle ondate di calore, dal freddo e dagli eventi estremi; riduce lo stress idrico; migliora la resilienza delle colture.
La produzione di energia pulita favorisce inoltre l’elettrificazione dei macchinari agricoli, eliminando fattori critici per la salute dei lavoratori e degli animali, non più costretti a respirare gas di scarico nocivi, responsabili di malattie e decessi. E con il motore elettrico non c’è dispersione di idrocarburi sul suolo.
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in america hanno una quota di pannelli solari CdTe, mentre in Italia le installazioni sono tutte di comuni pannelli in Silicio
esclusi forse parte dei pannelli sottili flessibili, quelli per incollaggio su superfici curve (es. scafi barche a vela) o usi particolari (es. nei laboratori)
quindi doppia bufala carpiata con scappellamento sul cadmio,
in Italia non si troverebbero microtracce di cadmio neppure mettendosi a triturare e poi ingerire le polveri di un pannello fotovoltaico
PS: i primi centri di riciclo dei pannelli fotovoltaici sono attivi sul territorio Italiano, nell’ultimo anno ne ricordo vari presentati sui giornali, e in rapida crescita man mano che arrivano più pannelli da riciclare.. idealmente penso arriveremo a un centro di riciclo in ogni provincia
il problema serio per la salute casomai sono i delinquenti “no Watt” che incendiano pannelli fotovoltaici (in cantieri, da installare oppure già in campo) che ne fanno disperdere su ampia superficie le polveri di combustione….
Ma questo è un grave problema ogni volta prende fuoco qualcosa…
pannelli con vetro da un lato e il materiale plastico sul retro.. perché se invece sono pannelli bifacciali, con vetro davanti e vetro dietro, penso sia pure molto difficile da far bruciare da parte di malintenzionati